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La Notte dei Barbuti, ultimo weekend all’Apollonia Hub

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Nell’ambito della quarantunesima edizione della rassegna teatro “Barbuti Festival”, presso Apollonia Hub, in via San Benedetto, nel centro storico di Salerno, terzo e ultimo doppio appuntamento la “Notte dei Barbuti”.

Io è…lei venerdì 25

Venerdì 25 settembre alle 21, appuntamento con “Io è…lei”, testo, regia e interpretazione di Maria Rosaria Selo, con Gabriella Vitiello (ingresso 10 euro).

“Io è… lei” è un Dramedy, una commedia dolce amara interpretata da Maria Rosaria Selo, che ne ha scritto anche il testo, e l’attrice Gabriella Vitiello che interpreta Rosy, la protagonista nella giovinezza, ovvero la parte apparentemente ludica e spensierata.

Le due voci si alternano. Maria Rosaria affronta due argomenti delicati che hanno fatto parte della sua vita. Il tutto in allegria, leggerezza e con tanta partecipazione. Nessun accenno ai romanzi dell’autrice, non ci sarà leggio, ma solo spettacolo. Perché a teatro si fa il teatro.

Sinossi.

Di lato una poltroncina (o sedia, magari con braccioli), su cui è poggiata la copertina di un vecchio LP: Selling England by the pound, dei Gensesis.  Uno sgabello dall’altro lato e un tavolino al centro dove ci sono dei fiori e le maracas. Un cestino per l’immondizia vuoto, e una cesta dove ci sono piegate tre giacche: una rossa, una nera e una fucsia brillante che, spiegherà l’autrice, serviranno per indossarle e rappresentare i tre momenti più significativi della propria vita.

Maria Rosaria Selo entra in scena, in penombra, in due tempi, accompagnata dalla musica del cartone animato de La pantera Rosa, e poggerà sul tavolino alcuni oggetti, ovvero, una bottiglia di liquore vuota, uno scatolino di farmaci, un pacchetto di sigarette. Quindi sparisce per tre secondi e riappare con una bottiglina d’acqua, un pacchetto di fazzoletti e una pistola giocattolo che posa sul tavolino. Sullo stacco del brano del cartone animato (30”), le luci si accendono e lei si trova fintamente spiazzata dalla presenza del pubblico che non s’aspettava fosse già in platea.

Il monologo

Da qui, inizia uno monologo di sette/otto minuti durante i quali la Selo si presenta come Maria Rosaria, ringrazia, dedica la rappresentazione all’amico e drammaturgo Enzo Moscato e spiega, in maniera ironica e divertente, lo spettacolo, prendendo in giro se stessa per una statura ingrata (1,57) che l’ha condizionata sin da piccina, una infanzia comica, riferimenti ironici a personaggi di famiglia, la fantasia e la musica che l’hanno salvata da una adolescenza complicata e, infine, facendo riferimento al suo sogno di un fisico provocante, presenta il suo alter ego, Rosy, interpretata da Gabriella Vitiello. Le due sono totalmente diverse a partire dall’altezza e dall’avvenenza, per cui la Selo spiega, prima di presentarla: «se non ti guardi allo specchio puoi essere chiunque, anche Marylin Monroe, per questo ho creato… ROSY. Ecco, il mio sogno: Io, è lei!».

Il dialogo

Con un ingresso musicale e provocante, Rosy/Vitiello irrompe nella scena ballando e sculettando, sfotticchiando la vecchietta (Maria Rosaria) e raccontando i divertimenti della Selo da giovane. I viaggi, le vacanze, l’amore. Rosy/Vitiello scuoterà il pubblico raccontando le folli vacanze a Cefalù, gli scherzi, la vitalità, le notti brave (della Selo) a vent’anni.

Maria Rosaria, a un certo punto la interromperà puntandole una pistola per farla tacere, e per spiegare al pubblico che quella follia non è dovuta ad un cervello microscopico pieno di segatura, ma una reazione a quanto accaduto molto prima.

E qui Maria Rosaria Selo racconta la violenza subita a 15 anni. La vergogna, la solitudine, la sfiducia. Il primo approccio con la carta e la penna che l’hanno aiutata a elaborare la sofferenza. Conclude il monologo sottolineando che da allora la sua vita s’era slabbrata, scucita e, soprattutto, confondeva l’amore con il dolore fisico. Per questo non si era mai più fidata né innamorata fino al 1981.

Qui riparte Rosy/Vitiello, che racconta il primo amore della Selo, innamoramento, ricambiato in maniera contorta, da un nobile romano bellissimo, prestante, ovvero il Duca Riario Sforza, che al tempo era un corteggiatissimo maestro di sci del Terminillo, che Rosy conosce dopo il terremoto del 1980.

Una relazione durata alcuni mesi che la Rosy/Vitiello racconta con ironia, poiché è una storia pregna di dispetti, rimbrotti e situazioni comiche, al limite del paradossale. (Era abitudine, del duca, di chiudere Rosy ovunque, In macchina impedendole di uscire, in camera da letto per due ore dopo un litigio, e addirittura in casa, a chiave, a 4 mandate dopo un ulteriore battibecco, che costrinse Rosy a uscire addirittura dalla finestra per tornare a casa sua).

La ferita più profonda

La parola passa poi a Maria Rosaria, che chiude il dramedy parlando della ferita più profonda.

Il suo dramma, qualcosa che non ha mai osato raccontare e di cui solo la famiglia e qualche amico era a conoscenza. La depressione, nel 1988, a ridosso del proprio matrimonio, che la portò a una pericolosissima dipendenza di psicofarmaci e alcol. L’agorafobia, che la costrinse a vivere 7 anni senza mai più uscire di casa. Incompresa da chiunque, abbandonata dagli amici, che non comprendevano il suo male di vivere, la tragedia dell’alcolismo associato a psicofarmaci che l’avevano portata quasi alla morte. Racconta, Maria Rosaria, come è uscita da un tunnel buio e lunghissimo, solo con la forza di volontà, i sacrifici, la tenacia.

Malamuri sabato 26

Sabato 26 settembre alle 21, la compagnia teatrale Le Ombre presenta “Malamuri”, un’opera liberamente ispirata a Le Bel Indifférent di Jean Cocteau, interpretata da Cristina Mazzaccaro e diretta da Gianni D’Amato (ingresso euro 10).

Raccontare la violenza non è mai compito semplice, soprattutto quando si vuole raccontare quella psicologica. Una donna succube del suo amore per un uomo assente rischia di sembrare pazza, di essersela cercata, sembrerà sempre artefice del suo stesso destino. La protagonista è in una prigione, all’interno di una bomba sul punto di esplodere. Lo spettacolo prova a superare il pregiudizio e alterna il sogno all’incubo. Questa donna si rifugia nelle cose che la collegano al marito, ma niente la soddisfa.

Nulla è in grado di essere il suo Emilio. Un salotto di una città qualunque, potrebbero essere gli anni ’60 dell’ottocento, del Novecento, del duemila, però poco importa, ciò che la scena ci offre è una donna sola… non ha nemmeno più sé stessa. Immagina, danza, canta, ha perso il contatto con la realtà, nell’attesa che arrivi, che torni il suo Emilio.


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