“LO SPETTACOLO DELLA MAFIA”. IL NUOVO LIBRO DI MARCELLO RAVVEDUTO

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“Le mafie non sparano più da anni. I camorristi, i mafiosi, sono quelli che controllano il narcotraffico, orientano e inquinano il mercato dell’economia, soprattutto al Nord del Paese, con i loro capitali che sono la loro vera forza che non è più la pistola. Le mafie ormai sono un fenomeno globalizzato, ma non un fenomeno della globalizzazione. Le organizzazioni criminali negli ultimi decenni sono state protagoniste di una massiccia esposizione mediatica: sono entrate prepotentemente nel cinema, nel web, nel marketing, sino a conquistare il centro della scena. Sono protagoniste e spettatrici della realtà divenuta spettacolo”. A raccontare come le organizzazioni criminali utilizzino i media per affermare la loro esistenza e il loro potere è il professor Marcello Ravveduto, che insegna Digital Public History alle Università di Salerno, Modena e Reggio Emilia, nel suo libro “Lo spettacolo della mafia. Storia di un immaginario tra realtà e finzione” edito da “GruppoAbele Edizioni”.

“Medium mafia e medium sono la stessa cosa “ – ha spiegato il professor Ravveduto” – “Nel lungo fluire del tempo, le mafie sono talmente specchiate nell’immaginario che sono diventate esse stesse un medium perché le mafie stanno in mezzo tra la politica e la società, l’economia e la società civile : lo stare in mezzo le consente di emettere messaggi”. Ravveduto spiega come anche i mafiosi usino i social network:” Come qualsiasi altro utente, hanno sperimentato limiti e potenzialità del web partecipativo. In un primo periodo (2007-2012) lo hanno usato in maniera ludica, ma hanno messo a rischio la regola aurea dell’omertà. Sono stati arrestati, infatti, diversi latitanti che avevano poca dimestichezza nell’uso della geolocalizzazione. Si è disseminato, tuttavia, un primo immaginario: nascono gruppi, pagine fan e profili fake che da un lato amplificano le imprese dei grandi boss del passato, dall’altro esaltano la potenza delle organizzazioni criminali nel presente. Si passa, così, alla fase di consolidamento (2012-2016) in cui si radica una specifica retorica mafiosa. I giovani dei clan, in particolare, imparano a sfruttare il socialcasting: si postano messaggi testuali e frammenti audiovisivi espliciti provocando il corto circuito tra reale e virtuale. Il vissuto camorristico condiziona l’identità digitale che a sua volta è influenzata dalla realtà criminale. La fase attuale è dominata dalla “Google generation criminale”, ovvero i nati tra la fine dei Novanta e i primi del Duemila, capace di sfruttare in maniera intuitiva e senza sforzo le potenzialità dei social media. È stato scritto che “I giovani camorristi vanno pazzi per Facebook, che sono “padrini della camorra 2.0” e che usano i social come un’arma, per veicolare messaggi mafiosi e dichiarazioni d’intenti. Credo piuttosto che, come tutti i “nativi digitali”, sfruttino al massimo le potenzialità del mezzo indicando pratiche e stratagemmi ignoti alle generazioni precedenti. Così accade che i boss più anziani chiedano alle giovani leve di spiare i profili Facebook dei nemici da colpire o di adoperare lo streaming per comunicare con la rete degli “amici”. Ravveduto ha spiegato che negli ultimi settant’anni di letteratura sulle mafie i principali autori sono, nell’85% dei casi, scrittori, giornalisti, magistrati, politici e intellettuali:” Solo il restante 15% è attribuibile a lavori di carattere scientifico: solo dopo le due stragi di Falcone e Borsellino del 1992, il mondo universitario ha cambiato il modo di studiare le mafie”. Ravveduto nel libro spiega anche com’ è cambiato il cinema italiano che si è occupato di mafia, dal 1948 al 2018:” In settant’anni in Italia sono stati realizzati 337 film(tutti citati nell’appendice del libro) in tema di mafie e associazioni similari. In particolare, sono stati prodotti 179 film su Cosa nostra, 119 sulla camorra, 20 su altre organizzazioni mafiose, 13 sulla ’ndrangheta, 6 sulla Sacra Corona Unita”. Il professor Ravveduto parla anche delle serie tv come “La Piovra”, del legame esistente tra storie di mafie e noir italiano e spiega che la serie televisiva Gomorra incorpora da un lato le strategie narrative del noir e dall’altro la tendenza transmediale del New Italian Epic:” Racconta solo il male, un mondo ghettizzato. Gomorra racconta la storia delle gang dei “neri” italiani, cioè i napoletani, che vengono associati all’idea di gang, di ghetto ”. Ai mafiosi e ai camorristi piace essere raccontati:” I boss si guardano in Tv, sono molto interessati all’immagine mediatica di sé e alla rappresentazione televisiva del proprio mondo. S’ispirano ai personaggi dei film e delle serie Tv di mafia, considerandoli come modelli di comportamento da imitare nello stile, negli atteggiamenti, e perfino nell’abbigliamento e negli arredi delle abitazioni. Lo stesso Riina in carcere era un assiduo spettatore delle serie”. Spesso in alcuni film di mafia e di camorra si rischia di mitizzare i protagonisti negativi: ” Nel film “Il Camorrista “ di Giuseppe Tornatore, tratto dal libro di Joe Marrazzo, si è creato un effetto di mitizzazione di Cutolo che vale ancora oggi”. Secondo Ravveduto Cutolo è un caso mediale interessante:” Costruisce lui stesso il suo mito, la retorica del boss. Si fa intervistare, compare in televisione raccontandosi come un leader ideologico della criminalità, come un bandito sociale, una sorta di Robin Hood. Cutolo è il primo boss a comprendere quale sia il valore della pubblicità per estendere il controllo sul territorio, quale effetto moltiplicatore possono avere i giornali, i mezzi d’ informazione”.

Aniello Palumbo

 

 

 

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