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La morte del piccolo Carlo: un anno dopo, la famiglia denuncia “assenza di giustizia” e chiede verità

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Il 24 luglio 2025, nella piscina del centro sportivo Fiore Club di Giffoni Valle Piana, il piccolo Carlo Nardiello, 7 anni, perdeva la vita per annegamento. Secondo la ricostruzione della Procura di Salerno, Carlo era rimasto solo sul bordo vasca, senza alcuna vigilanza, quando è caduto o si è introdotto in acqua. Nessuno si è accorto di ciò che stava accadendo. Nessuno degli addetti è intervenuto in tempo.

A un anno dalla tragedia, la famiglia denuncia una verità che pesa come una condanna: nessuna giustizia, nessuna assunzione di responsabilità, nessuna parola di scuse da parte dei titolari della struttura.

«La vita di mio figlio non vale due anni di pena sospesa»

Il padre, Luigi Nardiello, ad un anno dalla tragedia rompe il silenzio con parole che non lasciano spazio all’ambiguità:

«Devo all’impegno e alla sensibilità dell’Avvocato Laghi, nonché alla professionalità dei due GIP che si sono succeduti, se è stata impedita una “lenzuolata” sul procedimento aperto per la morte di mio figlio. Gli imputati, reo confessi, M.S. e L.F., hanno tentato di patteggiare la pena due volte, e per due volte l’accordo è stato respinto. Ma mi chiedo: davvero la vita di mio figlio vale solo due anni di pena sospesa?»

Una domanda che risuona come un atto d’accusa verso un sistema che, troppo spesso, sembra dimenticare che dietro le statistiche ci sono bambini, famiglie, vite spezzate.

Le responsabilità accertate dalla Procura

L’avviso di conclusione delle indagini, notificato il 12 febbraio 2026, ricostruisce con precisione le omissioni che, secondo la Pubblica Accusa, hanno determinato la morte del bambino.

M.S., amministratore della società che gestiva la piscina:

  • Fa lavorare un bagnino con un brevetto scaduto;
  • non garantisce la presenza continua di assistenti bagnanti in numero adeguato alla vasca;
  • è assente al momento dei fatti, pur essendo l’unico con brevetto formalmente valido.

L.F., bagnino di fatto:

  • presta servizio con brevetto scaduto;
  • non si trova nella postazione di vigilanza, ma in un punto distante e non idoneo al controllo della vasca;
  • non si accorge della caduta del bambino e non interviene tempestivamente;
  • non è in grado di praticare le manovre di primo soccorso, eseguite invece da avventori presenti.

La Procura contesta il reato di omicidio colposo aggravato dalla cooperazione colposa (artt. 113 e 589 c.p.).

Secondo l’Avv. Gaetano Laghi, difensore della famiglia, le condizioni della struttura – per come risultano dagli atti – non garantivano allora e non garantirebbero oggi gli standard minimi di sicurezza richiesti per piscine aperte al pubblico.

«Non è stata rispettata alcuna norma di sicurezza. Nessuna. I bambini avevano accesso alla piscina senza che fosse presente un addetto alla vigilanza. Questo non è un dettaglio tecnico: è il cuore della tragedia.»

Nonostante ciò, la piscina è stata riaperta dopo pochi giorni, senza modifiche sostanziali, senza interventi strutturali, senza un piano di prevenzione “da quanto mi dicono non aveva neanche sufficienti coperture assicurative”, aggiunge il padre.

«Quel giorno sarebbe potuta accadere una tragedia ancora più grande»

Dalle testimonianze emerge che altri bambini erano presenti in piscina al momento dell’incidente. Secondo la ricostruzione della Pubblica Accusa, se altri minori si fossero trovati in difficoltà, l’evento avrebbe potuto assumere proporzioni ancora più drammatiche.

Il padre lo ribadisce:

«Carlo non era l’unico bambino lasciato senza vigilanza. Quel giorno sarebbe potuta accadere una tragedia ancora più grande. Non possiamo accettare che nulla sia cambiato.»

La richiesta della famiglia: verità, responsabilità, sicurezza

A un anno dalla tragedia, la famiglia chiede:

  • giustizia per Carlo,
  • accertamento pieno delle responsabilità, senza sconti o scorciatoie.
  • interventi immediati affinché nessun altro bambino venga esposto a condizioni di pericolo analoghe.

L’Avv. Laghi conclude:

«La morte di Carlo non può essere archiviata come una fatalità. È il risultato di omissioni gravi. Se la struttura avesse rispettato le norme di sicurezza oggi il piccolo Carlo sarebbe ancora con la sua famiglia. La sicurezza dei bambini deve diventare una priorità reale, non una dichiarazione di principio.»

 


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