La Regione Campania ha disposto la chiusura immediata delle Fonderie Pisano, lo stabilimento alla periferia sud‑est di Salerno specializzato nella produzione di tombini e chiusini, accusato da anni di aver contaminato l’ambiente e provocato un aumento di tumori e altre patologie tra i residenti.
Il provvedimento prevede la revoca definitiva dell’Autorizzazione integrata ambientale (AIA), motivata dal mancato adeguamento dell’azienda alle migliori tecnologie disponibili per rispettare i limiti europei sulle emissioni. La Regione ha imposto alla società di presentare entro 60 giorni un piano di dismissione e ripristino ambientale. La fabbrica ha dovuto fermarsi subito, lasciando 105 lavoratori senza occupazione.
La decisione si fonda sulla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che lo scorso maggio ha accolto il ricorso di 151 abitanti della zona. Secondo la CEDU, l’inquinamento prodotto dallo stabilimento ha reso le persone che vivono entro 6 km «più vulnerabili a varie malattie» e ha inciso «negativamente sulla qualità della vita». L’area coinvolge tre quartieri di Salerno e parti dei comuni di Baronissi e Pellezzano, dove vivono decine di migliaia di persone.
La giunta regionale guidata da Roberto Fico (M5S) ha sottolineato che la decisione «si colloca nel solco tracciato dalla Corte europea», richiamando le istituzioni al dovere di intervenire dopo anni di segnalazioni e denunce.
«Si è fatto oggi quello che andava fatto vent’anni fa: applicare la legge», ha commentato Lorenzo Forte, fondatore dell’associazione Salute e Vita, che riunisce molte famiglie colpite da malattie e lutti.
I proprietari, la famiglia Pisano, avevano chiesto quattro anni per adeguarsi ai limiti europei e ora valutano un ricorso al TAR. Parallelamente hanno chiesto supporto al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che ha aperto un tavolo per individuare un nuovo sito produttivo. Il primo incontro si è tenuto il 24 marzo.
L’azienda dichiara di aver bisogno di un’area di 50mila m² con un capannone da 25mila m². Tra le ipotesi discusse c’è l’acquisto di un’ex acciaieria ArcelorMittal a Luogosano (Avellino), ma anche lì si registrano forti opposizioni da parte di ambientalisti e residenti.
“Quella che coinvolge le Fonderie Pisano è una vicenda di dignità industriale e di valore collettivo. Non siamo davanti ad un’azienda che rifiuta il cambiamento, ma ad un imprenditore che da oltre dieci anni cerca una soluzione seria e responsabile per garantire la continuità produttiva ed occupazionale, nel pieno rispetto delle norme. La proprietà era ed è pronta a delocalizzare in un’area idonea, adeguare per il transitorio l’attuale sito ed investire in un nuovo stabilimento all’avanguardia, adottare tecnologie innovative e sostenibili, ridurre le emissioni e realizzare un impianto totalmente decarbonizzato. Un progetto che coniuga sviluppo industriale e tutela ambientale, salvaguardando il lavoro e le maestranze. Eppure, a fronte di questa disponibilità, la risposta è sempre la stessa: porte chiuse, dinieghi. Manca ancora la concessione del suolo necessaria per la delocalizzazione. È il paradosso della sindrome nimby, il “non nel mio giardino”: si dice di voler difendere il lavoro, ma si mettono a rischio posti di lavoro reali ed intere famiglie; si invocano investimenti sostenibili, ma si respingono proprio quelli che vanno in quella direzione. Questa non è tutela del territorio, è mancanza di visione. Perché dire sempre “no” è facile; molto più difficile è assumersi la responsabilità di governare il cambiamento, accompagnarlo e renderlo possibile in modo intelligente e sostenibile, nel rispetto delle regole e delle persone – il j’accuse della guida degli industriali salernitani -. Bloccare un nuovo progetto industriale conforme alle norme, orientato al futuro e pronto ad innovare non è prudenza: è un errore grave. Così non si colpisce solo un’azienda, ma una comunità, fatta di lavoratori, famiglie, competenze costruite negli anni. Un intero sistema produttivo che vuole restare, investire e crescere. Far chiudere un’impresa storica che si impegna ad evolvere è una sconfitta per la politica, per il lavoro, per il territorio e per il Paese. È un’occasione che non possiamo permetterci di perdere come sistema produttivo. L’auspicio è che dopo il diniego dell’AIA la Regione Campania trovi una soluzione condivisa con l’azienda per un periodo transitorio e si attivi con altrettanta solerzia a rendere nell’immediato disponibile un’area dove poter realizzare la tanto agognata delocalizzazione, prima che sia troppo tardi. Serve massimo tempismo per evitare che l’azienda perda completamente il passo e, senza mercato, non si ritrovi più nelle condizioni di investire”.
Così, in una nota, il presidente di Confindustria Salerno Antonio Sada commenta lo stop della Regione all’opificio di Fratte.
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