Attaccare il Reddito in Campania significa attaccare la “Società Giusta” di J.Rawls

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a cura di Francesco Sassano per info:  sassanof@libero.it

I numeri

In Campania secondo i dati INPS le persone beneficiarie del Reddito di Cittadinanza sono 716mila mentre l’importo per famiglia medio è di 623 euro. Al Nord le persone sono 557.500 e l’importo medio per ogni nucleo è di 479 euro.

In Campania le famiglie che a maggio hanno percepito il Reddito o la pensione di Cittadinanza sono state oltre 275.000, un numero che sfiora quello dell’intero Nord (281.786).

Qualunque dibattito sul Reddito di Cittadinanza dovrebbe partire dalla constatazione che in Campania non sarà mai raggiunta la piena occupazione, a causa di alcuni disfunzioni presenti all’interno del sistema sociale e difficilmente risolvibili nel breve e medio periodo.

Ne citiamo alcuni: dalla corruzione alla camorra, dalle frodi fiscali al lavoro nero.

La colpa di essere poveri

La povertà di un’ampia fascia della popolazione campana, è raccontata da molti come una colpa, difatti una serie di stereotipi riecheggiano nei dibattiti politici e trovano spazio sui media nostrani.

La prima tesi afferma che il RdC dovrebbe essere abolito perché un certo numero di percettori ne ha beneficiato senza diritto. Nel primo caso i sostenitori dell’abolizione del RdC sono pronti a cancellare una misura di contrasto alla povertà in base ad un semplicistico ragionamento induttivo: esistono dei poveri disonesti allora tutti i poveri lo sono e quindi la logica conseguenza è la cancellazione del RdC.

La seconda tesi riconosce che il Reddito di Cittadinanza aiuta i poveri, ma ne chiede ugualmente l’abolizione perché, così dice, induce i bisognosi a fare i perdigiorno vivendo di sussidi. I sostenitori di questa tesi, ritengono che i soldi spesi per RdC dovrebbero essere ridistribuiti alle imprese per creare lavoro e ricchezza. La debolezza di questa tesi, è nel non considerare la “crescita zero” come un limite per un’equa redistribuzione dei profitti.

Società giusta

Che in una società esistano delle persone in condizioni di cattiva salute, con handicap, o individui che, immeritatamente, hanno un reddito troppo basso, tutto questo è un fatto.

L’esistenza degli svantaggiati è un fatto, e i fatti non sono né giusti né ingiusti. Il teorico della Società Giusta, J.Rawls  nella sua opera “ Una teoria della Giustizia”  esprime un concetto illuminante ed inascoltato  da certi modi di fare politica  – ciò che è giusto è ciò che è ingiusto è il modo in cui le istituzioni trattano questi fatti –  non a caso le teorie avverse al Reddito di Cittadinanza non considerano la complessità del mondo moderno e l’unico meccanismo che immaginano al problema è quello del controllo e della punizione.

Una società giusta, deve praticare il “principio di riparazione” difatti prosegue J.Rawls – Se si vuole assicurare a tutti un’effettiva eguaglianza di opportunità, la società deve prestare maggiore attenzione a coloro che sono nati con meno doti o in posizioni sociali meno favorevoli. L’idea è quella di riparare i torti dovuti al caso, in direzione dell’eguaglianza. Per ottenere questo obiettivo dovrebbero essere impiegate maggiori risorse nell’educazione dei meno intelligenti invece che in quella dei più dotati, almeno in un determinato periodo della vita, quello dei primi anni di scuola –

Il neo-contrattualismo di J.Rawls, ci offre le basi concettuali per sconfessare la tesi dei “poveri furbetti “o dei “poveri fannulloni”,la giustizia – scrive Rawls  – è il primo requisito delle istituzioni sociali così come la verità lo è dei sistemi di pensiero

Alla comunità infatti viene demandato, insieme al compito di far rispettare le regole del gioco, anche il compito di verificare se le regole stesse siano eque, o se il gioco non sia tanto truccato che solo alcuni possano uscirne vincitori e gli altri perennemente sconfitti.

 

Per affermare i principi di giustizia sociale sopraindicati in Campania come nel resto del Paese, forse, il dibattito politico dovrebbe incentrarsi su come riformare il mercato del lavoro garantendo un salario minimo di almeno 1.000 euro, tutto ciò significherebbe dare dignità, diritti ed emancipazione ai più svantaggiati. Ipotesi migliore non è quella di colpevolizzare i poveri, ma quella di apportare modifiche sostanziali al mercato del lavoro utili a correggere le disuguaglianze permettendo agli ultimi di uscire dalla marginalizzazione e dall’assistenzialismo fornendo lavoro e diritti, riequilibrando un sistema distorto e malfunzionante ma non per questo perfezionabile.

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