Il tempo quaresimale.

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di Pasquale Martucci

 

Nella cultura popolare il bisogno del sacro è essenziale, in quanto l’uomo avverte il richiamo dell’Assoluto e si interroga sulla vita, sulla morte, sul significato della propria esistenza. Accostando la religione rivelata da Dio alle forme rituali tradizionali, ovvero integrando l’aspetto più propriamente religioso, in cui prevalgono le espressioni cosiddette di “fede”, con l’elemento per così dire popolare, in cui è evidenziata la vita di un tempo ed i suoi caratteri materiali, si determina ciò che può essere definito: “religiosità popolare”.

La mediazione tra la religione ufficiale e le manifestazioni religiose permette di unire i tratti culturali del folklore meridionale, con la finalità di mantenere coesa la comunità e risolvere “la crisi della presenza dell’uomo”, come affermava Ernesto de Martino. (1)

Questa integrazione tra sacro e profano è ben evidenziata nel periodo della Quaresima, in un clima ormai primaverile in cui si consuma la fine del carnevale e l’avvento del periodo di preparazione penitenziale per la Pasqua. Nelle chiese occidentali inizia il mercoledì delle ceneri, per quaranta giorni, a imitazione del digiuno di Cristo nel deserto prima dell’inizio del suo ministero pubblico; al contrario, nelle chiese orientali la Quaresima inizia il lunedì della settima settimana prima di Pasqua. L’istituzione religiosa predispone la pratica da seguire, ovvero la preparazione per il battesimo e la penitenza per i peccatori.

Questo tempo liturgico chiama i fedeli ad una più profonda conversione, affinché battesimo e penitenza, i misteri propri della Quaresima, siano occasione di purificazione. A tal fine si predispongono alcune pratiche di fede: a) il digiuno, anche se limitato al mercoledì delle ceneri e al venerdì santo; b) l’astinenza dalle carni il venerdì, che nella simbologia rappresenta l’abbandono del lusso per vivere una vita più essenziale; c) la preghiera, legata strettamente alla conversione, una preghiera sia individuale che comunitaria; d) la carità, un forte impegno verso i fratelli, in quanto non c’è vera conversione a Dio senza l’amore fraterno.

Sono associate a queste pratiche religiose, antichissime tradizioni e significativi rituali, cioè le espressioni legate alla morte dell’anno vecchio, alla fine dell’inverno e all’anticipo della primavera (Carnevale), “un sacrificio cui succede una creazione-rinascita, simboleggiati dal sole che incrocia e poi supera la linea dell’equatore celeste passando da nord a sud”. (2) Riprendendo i riti greci, quelli primaverili sono dedicati al dio Dionisio, che regnava sui morti. Dal momento che era importante la funzione del morire e rinascere, si affermava il passaggio del “carro  dionisiaco” che portava colui che doveva rigenerare il cosmo. Nella stessa Roma Imperiale, i carri erano “il passaggio dei pianeti nel cielo verso la primavera”. Nel Medioevo, Car naval è la nave dei folli che durante la navigazione avverte la perdita dell’anno vecchio: ognuno perde la propria identità, i ruoli sono invertiti, così come i sessi, mentre la danza collettiva è orgia dionisiaca. In Babilonia, la festa più importante segnava il rinnovamento dell’anno durante l’equinozio di primavera. Si trattava di ripercorrere le origini della fondazione del cosmo, la lotta del Dio Marduk con il drago Tiamat. L’anno vecchio rappresentato dal drago era sconfitto dal dio salvatore che vinceva il caos e ordinava il mondo. Il periodo di passaggio verso l’ordine aveva gli stessi caratteri dei Saturnali romani: libertà sfrenata, il mondo capovolto dove prevaleva lo schiavo al signore. (3)

La Quaresima è immediatamente successiva al Carnevale, inteso come morte, fine di qualcosa, e ne segna un nuovo inizio. In una antica tradizione italica, vi è l’usanza della cerimonia di Sega-la-Vecchia, un pupazzo di legno “che teneva tra le mani il fuso e la conocchia, ed era riempita d’uva e fichi secchi, castagne, carrube, mele, pere (…) regali che quando segata concedeva ai paesani prima di essere bruciata sul rogo”. Questa pratica è stata avversata dalla Chiesa perché sembrava interrompere i rituali penitenziali; ed allora l’antica cerimonia fu ritualizzata con la sega che porta il nuovo, come la penitenza che porta un nuovo spirito, bianco e puro. Alfredo Cattabiani scrive che la Vecchia in tempo di Quaresima ebbe voglia di “un salsicciotto bolognese” e lo mangiò. Fu scoperta e processata, condannata ad essere segata viva. Il processo alla vecchia in realtà è il processo alle orge gastronomiche del Carnevale, per esaltare la purificazione e l’astinenza. Il rito di Sega-la-Vecchia è infatti paragonabile all’albero del Carnevale ed è inteso come cerimonia di passaggio verso il nuovo anno. (4)

Questa tradizione, come si apprende da recenti riscontri, è ancora presente in Toscana, Emilia Romagna, Umbria (Lago Trasimeno e provincia di Perugia), Molise (Jelsi) e Campania (Alife). Spesso è tramutata in rappresentazione teatrale, dove un gruppo di attori improvvisati inscena una specie di burla in cui un albero di quercia (la Vecchia) viene simbolicamente abbattuto e segato, fino a risorgere tra danze, canti e altre manifestazioni di gioia. Si tratta della fine del dissoluto e del turpiloquio, il vortice di vizi di ogni tipo. Durante il processo, l’atto di purificazione e riequilibrio, il pubblico ministero emette l’accusa alla quale seguirà la condanna del Tribunale del popolo alla pubblica segatura con lo “stroncatore”, una sorta di sega dei taglialegna. La soluzione è di eliminare la Vecchia e recuperare ciò che rimane utile delle sue spoglie, i cui resti, bruciati, scalderanno le ultime giornate di coloro che sono sopravvissuti al Male.

Nella tradizione mitologica cilentana, la Quaresima è una pupattola (pupatélla) di pezza che si appende dinanzi ai portoni, abbigliata solitamente di nero, che attesta i quaranta giorni che intercorrono tra il carnevale e la Pasqua. Fino a pochi decenni fa, quel pupazzo appariva il mercoledì delle Ceneri su tutti i balconi delle case contadine cilentane, per rimanervi fino all’inizio della Settimana Santa. Il giorno delle ceneri, dopo che gli abitanti si erano fatti spargere dal parroco la cenere in testa, le donne appendevano al balcone questa pupattola, chiamata appunto quarajésema. Nelle sue terga “veniva attaccato un limone, un’arancia o una patata in cui erano infisse sette penne di gallina”, le sette domeniche che condurranno alla Pasqua. Ogni domenica si strappava una penna fino al venerdì o sabato santo, “quando la quarajésema veniva bruciata nel fuoco del forno”. (5)

A Montesano sulla Marcellana ancora rivive questa antica usanza: la pupattola e le sue sette piume sono considerate il periodo di penitenza. Nella tradizione popolare, la Quaresima è la vedova del Carnevale, bruciato il martedì grasso sulla pubblica piazza. La pupa è vestita di nero, con due bottoni per occhi e un grembiule bianco cinto alla vita, simbolo della operosa laboriosità femminile; è appesa alle finestre o alle porte delle case per scandire il tempo della grande penitenza, proprio come la periodica estrazione delle piume.

In alcuni paesi del Cilento, in questo periodo di primavera e rinascita, è d’uso seminare grano ed orzo in vasi, oppure lenticchie e grano in piatti: sono tenuti nella penombra ed innaffiati ogni due giorni. Questi riti sono molto simili ai Giardini di Adone, piante che al sole primaverile germinano e rapidamente appassiscono. La somiglianza del rito è attestata dal fatto che tali piante venivano gettate dopo essere morte, affinché aiutassero il rinnovamento della natura. Ebbene, grani e lenticchie con i piatti che li contengono vengono poste sui sepolcri che si realizzano con le immagini del Cristo morto, il venerdì santo. (6)

Adone è l’immagine della vegetazione che scende nel regno dei morti per raggiungere Persefone in inverno, per poi ritornare sulla terra in primavera ed unirsi ad Afrodite (amore, vita) per fiorire e dare i suoi frutti. (7)

Adone simboleggia morte e resurrezione della natura, proprio come accade nel periodo quaresimale quando i segni penitenziali dei fedeli sono indirizzati a liberarsi dai peccati per giungere ad una nuova rinascita.

 

Note

  1. Cfr.: E. de Martino, “Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo”, Bollati Boringhieri 2017 (1948).
  2. A. Cattabiani, “Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno”, Rusconi Libri, 1988, 169.
  3. Ivi, 151-153.
  4. Ivi, 156-159.
  5. F. Dentoni Litta, “Antiche tradizioni del Cilento”, CI.RI. Cilento Ricerche 1986, 56.
  6. A. Cattabiani, cit., 167.
  7. J. Schmidt, “Dizionario della mitologia greca e romana”, Gremese Editore 1994, 17.
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