Processo Fonderie Pisano, riflessioni sulla sentenza della Corte d’Appello.

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dall’Associazione Salute e Vita riceviamo e pubblichiamo

Pochi giorni fa si è concluso, in Corte di Appello, il processo “Fonderie Pisano”, con la pubblicazione del dispositivo, mentre le motivazioni si conosceranno soltanto tra alcuni mesi. Ci sembra doveroso chiarire alcuni punti della vicenda, in quanto, su diverse testate, sono state pubblicate notizie inesatte.

Occorre innanzitutto premettere che la pronuncia di primo grado ha escluso la rilevanza penale di diverse ipotesi di reato di natura ambientale in quanto sono state utilizzate, nei controlli, metodologie differenti da quelle previste, con ricadute sull’affidabilità dei risultati raccolti, come riportato a titolo esemplificativo a pagina 45 e 64 della statuizione. Nella sostanza, i tecnici preposti alle ispezioni, in diverse occasioni, hanno operato dei controlli commettendo, sicuramente in buona fede, alcuni errori, di cui si è giovata la difesa degli imputati. In numerosi casi è emersa, inoltre, la difficoltà di appurare con certezza la violazione ambientale contestata, in quanto le disposizioni vigenti in materia sono complesse e, quindi, anche di difficile interpretazione.

Va però rilevato che la sentenza di primo grado ha ritenuto integrato il reato di cui all’art. 256 co. 2 del D. Lgs. n. 152/2006 con specifico riguardo alla condotta di deposito incontrollato di rifiuti. Alla statuizione di condanna si è accompagnato anche il riconoscimento di un danno all’ambiente, da quantificare in separata sede civile, in favore delle Associazioni ambientaliste costituite e del Ministero dell’Ambiente. Ebbene, dal dispositivo della Corte di Appello, emerge che il Collegio non ha ritenuto di prosciogliere gli appellanti dal reato di cui all’art. 256, limitandosi a dichiarare il reato prescritto, tanto è vero che permane in capo alle Associazioni ed al Ministero dell’Ambiente la facoltà di agire in sede civile per ottenere la quantificazione del danno, già riconosciuto.

Appare doveroso rilevare che, di recente, a seguito della pubblicazione dello studio di biomonitoraggio SPES, condotto nell’area denominata Valle dell’Irno su un campione di 400 volontari residenti, è emerso un dato preoccupante, in quanto è stata registrata una concentrazione nel sangue di cadmio e mercurio in misura cinque volte superiore rispetto a quella dell’intera popolazione campana valutata. Dati preoccupanti che hanno trovato conferma nelle successive relazioni peritali a cura del professor Annibale Biggeri e del dottor Francesco Forastiere, che sono gli stessi Consulenti Tecnici d’Ufficio designati dalla Procura di Taranto che hanno trovato il nesso di causalità con l’ILVA, utilizzando metodi scientifici collaudati e che, allo stesso modo, hanno rilevato il nesso causale tra le patologie in eccesso nella zona e le Fonderie Pisano, come dichiarato nelle loro relazioni.

Le risultanze dello studio, unitamente ad altri elementi di criticità ambientale, hanno dato luogo all’apertura di un altro procedimento penale, attualmente pendente davanti all’autorità giudiziaria, a carico dei titolari dell’opificio, diretto ad appurare la sussistenza di un nesso di causalità tra l’esposizione ad inquinanti provenienti dalla fabbrica e l’insorgenza di gravi patologie in coloro che vivono nell’area interessata.

Concludo con l’amara riflessione che, troppo spesso, ciò che viene sentenziato nei Tribunali, non corrisponde alla verità storica e fattuale. Innanzi ad una proprietà che nega addirittura di invadere la Valle dell’Irno con una quotidiana puzza nauseabonda, cosa che invece si verifica da anni e sta avvenendo anche oggi, come ci confermano le decine di segnalazioni che ci arrivano ogni giorno, risponderemo sempre con la ricerca della verità e con i fatti.

Il dramma che vive chi risiede o lavora nell’area delle Fonderie Pisano non si cancella. La conferma delle nostre preoccupazioni arriva purtroppo con l’ultimo decesso, in ordine di tempo, proprio dello scorso 18 luglio: l’ennesimo operaio morto di patologie ai polmoni. Aveva 67 anni, come apprendiamo dal manifesto funebre affisso davanti alle Fonderie Pisano e lavorava, anche lui, nella fabbrica che viene definita “esiziale” nel 2018, ovvero negli anni successivi ai fatti ai quali si riferisce questa sentenza che grida giustizia. Di appena un paio di settimane fa è anche la notizia della morte di un altro loro dipendente per malattie polmonari, questi inserito addirittura all’interno delle 50 cartelle analizzate dai consulenti tecnici d’ufficio della Procura di Salerno e per il quale veniva espressa una “concreta possibilità” di correlazione tra la sua malattia e questo stabilimento in cui ha lavorato. Pertanto portiamo queste due perdite umane solo a titolo esemplificativo per chiedere alla Procura che si facciano le dovute verifiche ed indagini per accertamenti di eventuali correlazioni.

Questa sentenza, lo sottolineiamo, è una sconfitta per lo Stato, ma ricordiamo anche che, a carico della proprietà Pisano, ci sono altri procedimenti penali aperti. È sempre più evidente che, oltre ad un imprenditore senza scrupoli che mistifica la realtà, lo stesso ha spesso trovato, nei decenni passati, una serie di complicità in chi dovrebbe tutelare il diritto alla salute e che gli hanno garantito l’impunità. Ma abbiamo una certezza di fronte a tante ingiustizie: noi non ci fermeremo, andremo avanti perché siamo convinti di avere dalla nostra parte la verità storica. Questa è una sentenza che riguarda solo alcuni anni e che non è stata in grado di accertare, a nostro giudizio, la verità a causa di errori da parte di chi doveva invece garantire la salute pubblica.

In merito all’accusa della proprietà, la quale afferma che siano le residenze dei cittadini ad essere abusive, la stessa la rimandiamo al mittente ricordando che le Fonderie Pisano, sin dal 2006, anno in cui il quartiere Fratte non è più zona industriale, hanno avuto la possibilità di delocalizzare e poter realizzare centinaia di appartamenti al posto dello stabilimento. Delocalizzazione che però non è mai avvenuta per responsabilità gravissime della proprietà, la cui fabbrica obsoleta e dannosa per la comunità è stata ritenuta già da anni “vetusta ed assolutamente incompatibile con il contesto urbano nel quale è inserita”.

Non indietreggeremo di un millimetro sulla volontà di pretendere tutta la verità e la giustizia che i nostri cittadini meritano. Non ci fermeremo, non ci lasceremo intimidire dall’arroganza del potere, perché siamo noi sul territorio e continueremo ad essere la voce di chi vive la Valle dell’Irno.

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