Rosa Genoni, l’artefice del “Made in Italy”, raccontata dalla nipote Raffaella Podreider e dalla dottoressa Lissie Tarantino

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E’ stata la stilista italiana Rosa Genoni a creare per prima, agli inizi del 900, il “Made in Italy”, fronteggiando il monopolio detenuto, all’epoca, dalla moda francese. Sarta, stilista, giornalista, politica, femminista, Rosa Genoni era una donna straordinaria che ha fatto la storia della moda italiana, anzi l’ha creata: è stata l’artefice di uno stile di “pura arte italiana”. A raccontare la storia della sua vita sono state: la nipote, Raffella Podreider,  e la dottoressa Lissie Tarantino,  durante l’incontro organizzato su piattaforma dal “Soroptimist International” di Salerno, presieduto dalla professoressa Giulia De Marco, con la partecipazione delle associazioni: “Parco Storico Sichelgaita” e “Hortus Magnus”, presiedute dalla professoressa Clotilde Baccari Cioffi; “DipSum Gender Lab”, presieduta dalla professoressa Silvia Siniscalchi, l’Associazione Stampa della Provincia di Salerno,  presieduta dal dottor Nunziante De Maio; l’Inner Wheel Club Salerno Carf, presieduto dalla dottoressa Milly Marino, “ 50&Più”, presieduta dal professor Rocco Giulio Castello, con la responsabile delle donne della “50&Più”, la professoressa Rosa Volpe Zega.

La dottoressa Tarantino, Past President del Soroptimist Salerno,  ha raccontato che Rosa Genoni, ancora poco conosciuta al grande pubblico, era la prima di diciotto tra fratelli e sorelle, dei quali dodici sopravviveranno all’infanzia,  di una famiglia di umili origini:” Il padre faceva il ciabattino. Vivevano in una piccola cittadina, Tirano, ai piedi delle Alpi, dove frequentò la scuola fino alla terza elementare.  All’età di dieci anni andò a lavorare come “piscinina” (apprendista) nel laboratorio di sartoria della zia a Milano dove deciderà di prendere la licenza elementare alla scuola serale. Si iscriverà anche a un corso di francese che le tornò utile quando, nel 1884, i dirigenti del “Partito Operaio Italiano” le proposero di recarsi con loro a Parigi per partecipare a un convegno internazionale sulle condizioni dei lavoratori. La capitale francese segnerà la vita di Rosa e l’esperienza acquisita le permetterà di diventare, nel 1885, maestra nell’atelier Dall’Oro.  A Milano, dal 1893, è impegnata per il miglioramento delle condizioni delle lavoratrici: entra a far parte della “Lega Promotrice degli Interessi femminili” e poi si avvicina alle posizioni di Anna Kuliscioff, di cui sosterrà le battaglie per l’emancipazione delle donne lavoratrici: scriverà anche numerosi articoli sul  giornale della Kuliscioff “La Difesa delle lavoratrici”. Per la Genoni la moda era uno strumento di emancipazione sociale.  Attraverso i suoi vestiti ha lanciato un grande  messaggio: quello di  appropriarci della nostra cultura, delle nostre capacità, anche tecniche, e  di non accettare più che le donne abbiano un ruolo di pura immagine, ma  siano invece delle donne vere che decidano della loro vita”.     La dottoressa Tarantino ha raccontato che Rosa Genoni venne assunta dalla rinomata “Maison H. Haartdt et Fils”: “ Era allora la  principale casa di moda milanese. Lì ricoprirà il ruolo di premiere e poi quello di direttrice, dando inizio ad una vera rivoluzione dello stile.  Le sue creazioni sono ispirate alle opere dei maestri dell’arte rinascimentale: Botticelli, Raffaello, Pisanello, Giorgione. Con questi abiti Rosa Genoni vince  il Grand Prix della Giuria alla Esposizione Internazionale di Milano del 1906”. Due di queste creazioni, il celebre abito da ballo ispirato a “Flora” dalla Primavera di Botticelli e il Manto di Corte, tratto da un disegno del Pisanello, sono stati donati alla Galleria del Costume a Palazzo Pitti a Firenze, come ha raccontato la dottoressa Raffaella Podreider,  nipote di Rosa Genoni, figlia di Fanny Podreider , l’unica figlia di Rosa Genoni, nata nel 1903 dall’unione con  Afredo Podreider,  conosciuto  agli inizi del 1900,   che Rosa   sposerà solo  nel 1924, alla morte della madre di lui che si era strenuamente  opposta al matrimonio:” Avevo solo otto anni quando nonna  Rosa è mancata nel 1954: mi raccontava della sua famiglia, dei suoi fratelli, della difficoltà della vita in Valtellina. Sebbene il padre fosse un ciabattino, in casa non c’erano scarpe per tutti e chi si alzava prima tra tutti i fratelli, metteva le scarpe, gli altri mettevano gli zoccoli di legno, indossando delle calze di lana molto spesse fatte dalla mamma. Da bambina Rosa Genoni andò a lavorare nella sartoria della zia Emilia: raccoglieva i piccoli straccetti di stoffa e i bottoni sparsi nel laboratorio e realizzava delle piccole coccarde da applicare sulle scarpe e con la stoffa ricopriva i bottoni. Mandava tutto alla madre che li vendeva in cambio di uova. Mia nonna era molto legata alla Valtellina e lo dimostra anche il fatto che quando realizzò l’abito ispirato al quadro  della Primavera del Botticelli  scelse tra i fiori da  applicare come ricamo sul vestito quelli della sua valle, tra i quali  il tarassaco”.  La professoressa Podreider ha descritto il famoso abito “Tanagra” che la nonna indossò, nel 1908, al primo Congresso Nazionale dell’Unione Donne Italiane, e raccontato che con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale la nonna fu una sostenitrice della neutralità: ” Fu l’unica rappresentante italiana alla Conferenza dell’Aja del 1915”. La Portreider ha anche raccontato che una delle doti della nonna era la determinazione:” Mi ha insegnato che quando si desidera raggiungere degli obiettivi bisogna impegnarsi superando tutte le difficoltà: quando è bruciato il padiglione dell’ Esposizione Internazionale di Milano del 1906 e  il suo lavoro di mesi è andato perso lei invece di piangersi addosso, in meno di quaranta giorni, lavorando giorno e notte,  ha riproposto i suoi abiti compreso quello della Primavera, tanto da vincere il Gran Prix della giuria” .  La dottoressa Podreider ha anche ricordato che nel  1905 la Genoni diresse  un corso di sartoria presso la “Società Umanitaria” di Milano:” Successivamente sarà anche docente di storia del costume.  Ha avuto tante allieve che non diventavano delle semplici sarte ma delle donne creative. Era avanti anche dal punto di vista didattico: fece realizzare dalla “Minerva” oltre  200 diapositive che proiettava sul muro  per far vedere, attraverso delle opere d’arte,  il cambiamento della moda nei vari paesi”.  Nel 1933, con la presidenza fascista, si dimise: ” Era considerata un elemento pericoloso, fu attenzionata fino all’età di 75 anni”.  La scrittrice Podreider ha raccontato che la nonna nel 1932 si trasferì a San Remo, dove il marito Alfredo morirà nel 1936: ” Fece coltivare un terreno seguendo la metodica dell’agricoltura biodinamica di Rudolf Steiner, precorrendo di decenni l’interesse per le colture biologiche”. La dottoressa Podreider è Conservatrice dell’Archivio Genoni – Podreider:” E’ stato riconosciuto di valore nazionale.   Per mia nonna la moda non era frivola, ma  era una cosa seria “.

Aniello Palumbo

 

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