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“Non ho paura della mafia!”. Salvatore Borsellino all’Istituto “Basilio Focaccia” di Salerno.

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” Non ho paura della mafia! Dopo che mi hanno ucciso un fratello, la cosa peggiore che potessero farmi, non posso avere più nessuna paura. Possono solo uccidere anche me. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino a chi gli domandava se avessero paura, rispondevano – “Certo che abbiamo paura, ma l’importante è che insieme alla paura ci sia quel coraggio che ci permetta di non essere sopraffatti dalla paura e che le proprie azioni non siano condizionate dalla paura” – Se dovessi avere paura, per superarla basterebbe il pensiero di mio fratello Paolo che il coraggio lo ha avuto fino alla fine”. È questa l’emozionante risposta che il dottor Salvatore Borsellino ha dato ai tanti studenti dell’Istituto “Basilio Focaccia” di Salerno, diretto dalla professoressa Maria Funaro, che in una mattinata intensa e coinvolgente hanno voluto celebrare la “Giornata nazionale contro le mafie” che ogni anno viene organizzata il 21 marzo per ricordare le vittime innocenti delle mafie. Una vittima innocente è stata sicuramente il giudice Paolo Borsellino che il 19 luglio del 1992, alle ore 16:58, fu vittima di un attentato: un’auto Fiat 126 color amaranto rubata, contenente circa 90 chilogrammi di Semtex, un esplosivo al plastico, parcheggiata davanti al civico 21 di via Mariano D’Amelio a Palermo, sotto il palazzo dove all’epoca abitavano Maria Pia Lepanto e Rita Borsellino, rispettivamente madre e sorella del magistrato, fu fatta esplodere. Il giudice era appena sceso dalla sua auto, circondato da cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto fu l’agente Antonino Vullo, che al momento dell’esplosione stava parcheggiando una delle auto della scorta.   Il dottor Salvatore Borsellino, in collegamento da Milano, ha partecipato con grande coinvolgimento emotivo all’incontro ideato e organizzato dai rappresentanti del Consiglio d’Istituto: Raffaele Aliberti, Jagoda Imparato, Alfredo Iuliano e Gerardo Rago, tenutosi nell’Aula Pininfarina dell’Istituto.  Borsellino si è soffermato a parlare della trattativa Stato – Mafia:” Purtroppo nel nostro Paese la lotta alla mafia, che dovrebbe essere una lotta corale di tutte le istituzioni, è stata invece delegata solo ad una parte delle istituzioni: alla Magistratura, alle Forze dell’Ordine, mentre la politica non ha fatto mai la sua parte. Mio fratello è stato ucciso 57 giorni dopo la strage di via Capaci perché si è opposto a quella   scellerata trattativa che pezzi deviati dello Stato   avevano avviato con la mafia. Nel processo di appello di Palermo si confermò che la trattativa c’era stata, ma tutti furono assolti perché fu dichiarato che: il fatto non costituisce reato, perché non esiste il reato di trattativa. Mio fratello Paolo, dopo la morte di Falcone, chiese di essere ascoltato dall’autorità giudiziaria per testimoniare su ciò che sapeva e che aveva scoperto: era l’unico che conosceva ciò che Falcone aveva scritto sul suo PC e che qualcuno aveva provveduto a cancellare subito dopo la sua morte. Non lo hanno mai chiamato. Ritengo che l’accelerazione della strage di Via D’Amelio sia dipesa anche da questo. Falcone e Borsellino erano stati condannati a morte in una riunione della cupola mafiosa che si tenne a Natale nelle campagne di Enna: un anno prima della strage di Capaci e poi di quella di Via D’Amelio”. Borsellino ritiene che non sia stato fatto abbastanza per proteggere il fratello:” Avrebbero dovuto chiudere Via D’Amelio o almeno avrebbero dovuto installare un divieto di sosta, perché mio fratello andava da mia madre, che aveva problemi al cuore, almeno tre volte la settimana”.  Ancora oggi ci sono delle ombre su questa drammatica vicenda che ancora non sono state chiarite: “Paolo scriveva tutto su un’agenda rossa che è sparita al momento stesso della strage: ci sono le immagini di qualcuno che si avvicina alla macchina di Paolo e prende la sua borsa contenente la sua agenda da cui non si separava mai”.  Borsellino ha spiegato che le stragi di quegli anni furono organizzate da Cosa nostra, con i depistaggi degli apparati dello Stato:” Hanno alterato il corso della giustizia e allontanato di anni la verità che ancora oggi non è arrivata. Ho ottantuno anni e vivo ancora con la speranza di riuscire ad avere verità e giustizia”.  Riguardo l’arresto di Matteo Messina Denaro, Borsellino ha dichiarato:” Questa cattura non rappresenta un successo dello Stato: una latitanza che dura trent’anni è più un fallimento dello Stato. Mi   complimento comunque con le Forze dell’Ordine che finalmente lo hanno catturato”.  A proposito della vicenda dell’anarchico Alfredo Cospito, che sta ricattando lo Sato con il suo sciopero della fame per fare in modo che venga abolito il 41 Bis concepito proprio dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio, Borsellino ha spiegato: “Il 41 Bis non è un provvedimento che serve per aggravare la pena del detenuto, ma è un provvedimento preventivo che serve ad evitare che i criminali possano mantenere rapporti con i loro accoliti all’esterno, conservando il loro ruolo di comando. Secondo me è stato sbagliato comminare a Cospito il 41 Bis: un’organizzazione anarchica non ha la stessa struttura di un’organizzazione di criminalità organizzata”. Salvatore Borsellino dal giorno della tragedia è sempre stato in prima linea per combattere una personale battaglia contro la criminalità organizzata e per sensibilizzare la gente, soprattutto i giovani, al contrasto alla mafia. Ai giovani il dottor Borsellino ha ricordato la lettera scritta dal fratello Paolo:” Ha lasciato un testamento spirituale. Diceva – “Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di combattere di quanto io e quelli della mia generazione abbiamo avuto”. Io vi dico che per combattere le mafie è importante studiare, leggere, conoscere.  Solo diventando cittadini responsabili potrete fare la vostra parte. Possiamo combattere le mafie ogni giorno. Ognuno di noi può farlo: rispettando le regole, perseguendo la legalità anche nei piccoli gesti quotidiani. Anche in questo modo possiamo non favorire la criminalità organizzata”.

Aniello Palumbo

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