Felicita’. Desiderio infinito! Capitolo 6 (Parte prima)

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Alfred Stowe, intanto, aveva intensificato i suoi rapporti con l’isola; ne scaturì un periodo intenso di conoscenze, di visite, di approcci con personaggi di alto bordo, a Palermo, a Catania ed in molte altre città. Egli, sollecitando permessi dalle autorità, in linea legale o privata, era riuscito a perlustrare ampie zone della Sicilia, compresi gli antichi palazzi aristocratici. Emily e Rosario quasi sempre lo seguivano, per volontà di Alfred, il quale cercava i nidi più suggestivi per i due amanti del suo film, che avrebbe avuto il titolo specifico di «Tragico destino».
Secondo il copione, i due protagonisti principali, scappati da Torino (dove già erano state girate molte scene), si erano rifugiati in Sicilia, dove la contessa, più sventurata che colpevole, Laura de Stefani, aveva dei cugini, ai quali avrebbe chiesto aiuto, per sottrarsi alle furie del marito, che essi odiavano per motivi politici e di proprietà. Ma i parenti, imprevedibilmente, erano entrati nell’atmosfera del Regime ed avevano contratto rapporti di amicizia e di dimestichezza con potenti gerarchi. Sicché non volevano esporsi a pericoli di rappresaglia, essendo il marito della contessa un benemerito del Fascismo. Allora i due amanti sarebbero stati costretti a spostarsi continuamente per chiedere ospitalità a parenti ed amici, di cui Fabrizio d’Altavalle teneva un gran numero in Sicilia. Ma tutti ospitavano i due infelici solo per qualche ora o per qualche giorno, un po’ per mantenere intatta la facciata di moralità del loro casato, un po’ perché non volevano incorrere in qualche fastidio, in un’epoca in cui il fattore politico, divenuto piena dittatura col Fascismo, pretendeva obbedienza assoluta alle leggi civili e morali.
Infatti il ripristino assiduo del concetto delle istituzioni, come la famiglia, il matrimonio, la giustizia… era l’ideale forte che sosteneva la grande parata fascista, che pure qualcosa di buono portò rafforzando certi valori umani.
Alfred, infatti, puntava proprio su questo clima di risanata moralità e di sereno avviso per l’avvenire, per rendere più fatalistica la sua storia, più drammatico e commovente il finale, che, in fondo esprimeva la catarsi dei due sventurati. Quello degli anni trenta fu per davvero un periodo fortemente influenzato dal Fascismo. La gente comune, quella che si accontenta di guardare in superficie, viveva uno splendido periodo di speranze e di vantaggi non indifferenti. Prevaleva nell’animo dei più l’orgoglio nazionale che il Regime aveva saputo reintegrare dalle antiche frustrazioni, regalando agli Italiani un Duce che in sé raccoglieva le speranze di sviluppo e di concretezza di tutta la nazione.
La «battaglia del grano», la ristrutturazione fascista del paese, con le «battaglie economiche», le bonifiche, l’eliminazione della disoccupazione portarono il prestigio del Duce ad un livello altissimo. Ed anche se alcuni scrittori avvertirono un certo vuoto al fondo del sistema, e ne derisero la facciata troppo appariscente, al popolo piaceva la figura di questo capo che univa alla forza di volontà e alla durezza delle decisioni, imprevedibili capacità metamorfiche. Egli era il fascista in uniforme, il generalissimo, il Duce supremo e, all’occorrenza, il giocatore di tennis, il cavallerizzo provetto, il mietitore infaticabile, il minatore paziente, l’aviatore spericolato. Paolo Monelli e soprattutto Emil Ludwig, pure non accettando in pieno la figura del Duce, non riuscivano tuttavia a sottrarsi «alla sensazione di avere davanti un eroe, meglio un antico condottiero, tutto italiano e tutto Rinascimento».
Nella opinione comune, ormai, egli era «il salvatore d’Italia», «l’uomo del destino», «il veltro dantesco», «la mascella magnificamente napoleonica», «il nuovo Cesare»…
Questi infiammati stati d’animo trovavano la loro conferma negli slogans che si susseguivano per le strade, sui muri, sui cartelloni, sui giornali, con ritmo impazzito: «Mussolini ha sempre ragione»; «Duce, sei tutti noi»…
E le canzoni facevano il resto: «Duce, Duce, chi non saprà morir?…»«Il giuramento chi mai rinnegherà?…» «Coi gagliardetti al vento, tutti verremo a te». «E va, la vita va… Con sé ci porta e ci promette l’avvenir!…. ».
E una maschia gioventù veramente vibrava, innamorata di una Patria che si accorgeva dei propri figli, li blandiva, li esortava al successo, regalava loro la gloria e un impero! Questo clima ardente di auspici attraentissimi aveva conquistato anche la terra sicula, dove le speranze erano più invadenti, i desideri più pungenti, per le maggiori difficoltà della vita, che non riusciva a sottrarsi, specie da parte dei giovani, ai fuochi fatui dell’illusione.
Rosario Caliendo non era del tutto d’accordo con A. Stowe sul successo di questo film tragico, che si doveva concludere col suicidio dei due amanti, nel palazzo dei marchesi De Stefani a Taormina, l’ultimo rifugio degli sventurati. Rosario temeva che questo dramma non avrebbe fatto presa sul cuore degli spettatori, che stavano vivendo un periodo di esaltazione patriottica e guardavano serenamente all’avvenire. Egli era più per un dramma impostato sullo sfondo del Risorgimento: la morte gloriosa di lui sul campo di battaglia e il suicidio di lei alla fatale notizia.
Su questo tasto Alfred era irremovibile, convinto che proprio in un clima di serenità, per contrasto, si potevano meglio capire le sventure degli altri. Egli puntava soprattutto sui piani psicologici: rimorso ed amore in lotta tra loro, in modo inconciliabile!
La fine sarebbe stata un fatto scontato, un’accettazione graduale della coscienza degli spettatori; un po’ come nelle tragedie greche, un finale quasi senza sorpresa, ma non privo di pathos, tutto basato sulla bravura degli attori.
Intanto era trascorso un altro mese; si era alla fine di gennaio ed ancora Alfred non si decideva sul viaggio che intendeva fare negli Stati Uniti, dove avrebbe sistemato «alcune cose importanti», che riguardavano anche i suoi nipoti.
Finalmente fu decisa la partenza in aereo. Rosario avrebbe accompagnato Alfred per una breve permanenza colà; poi sarebbero
rientrati insieme in Sicilia, dove avrebbero, prima di ogni cosa, pensato ad organizzare il matrimonio tra Emily e Alfred. Emily voleva sposarsi nella chiesa del Carmine a Napoli; quindi per volontà di Stowe sarebbero andati tutti a Napoli e avrebbero festeggiato all’Excelsior di Margellina.
I rapporti tra Valeria e Rosario, a pochi giorni dalla partenza per l’America, erano gli stessi che sappiamo. Anzi, una sera che Stowe aveva deciso di visitare, tutti insieme, una bellissima villa, appartenente ad una famiglia di origine americana, trapiantata in Sicilia, Rosario decise di non seguirli. Disse che preferiva rimanere in città con certi amici fascisti che lo avevano invitato a passare la serata con loro. Stowe non si oppose. Più tardi negli ameni viali della grandissima vila, s’incontrarono Emily, che insolitamente era senza Alfred, bensì in compagnia di Alemairo, l’atleta, e Valeria ch’era con la simpatica e ciarliera Charlotte. Si fermarono presso una specie di tempietto, circondato da grossi alberi e fornito di panche esterne. Si scambiarono parole di cortesia e commenti lusinghieri sui proprietari della villa e sul pranzo loro offerto. Poi decisero di salire sui belvedere, ch’era a una bella distanza, per ammirare «un panorama incantevole», come aveva consigliato qualcuno.
Valeria rimase seduta e pregò i suoi compagni di lasciarla riposare. Tutti acconsentirono e si allontanarono di buon grado. Valeria si sentiva esausta, non tanto fisicamente, quanto psicologicamente: faceva mille sforzi per adeguarsi all’allegria degli altri, sempre tutti d’accordo, sempre tutti soddisfatti. Nel meglio di un divertimento, invece, il suo pensiero volava lontano, a Napoli, al capezzale del padre malato. Sentiva un amaro rancore verso la madre, che non aveva saputo comprenderla, né amarla abbastanza da fare da intermediaria presso il padre. Ella sapeva come questi nascondesse un cuore tenerissimo sotto l’apparente severità. Sua madre, era stata sua madre, a non volere abbattere questo muro di incomprensione…
Talvolta pensava a Marco con una malinconia disperata e struggente. Si sorprendeva ad immaginare che avrebbe fatto Marco, tornando a Napoli e venendo a sapere di lei… Non temeva affatto ch’egli non sarebbe capace di ritrovarla. In capo al mondo l’avrebbe ritrovata se avesse potuto! Solo il frullo delicato, il palpito vivo del suo bambino riusciva a scuoterla e a riportarla alla realtà presente, dandole un attimo di gioia, già confuso dall’incertezza dell’avvenire.
Se ne stava assorta nei suoi pensieri, quando un fruscìo la fece sobbalzare. Si avvide di Rosario quand’egli le era già così vicino da non poterlo evitare. Le sedette accanto in silenzio; negli occhi neri vagava un’ombra ancora più scura, che intimorì Valeria.
«Rosario» – disse lei – «accompagnami dentro; è uscito un venticello freddo a rovinare questa bella giornata di sole invernale».
«Valeria, il vento sono io per te. Per te io sono un ciclone, un cataclisma da evitare… Che diamine può starci dentro la tua testa?». Valeria istintivamente si raccolse in se stessa, in un muto atteggiamento di preghiera a lasciarla perdere.
«Ma perché, perché sei così ostinata? Perché rifiuti perfino la mia amicizia? Ebbene, Valeria, ti faccio un giuramento: ti prometto che quando sarò tornato da New York, mi interesserò al tuo caso. Giuro su Dio che metterò a ferro e fuoco la terra, finché non avrò trovato il modo di restituirti Marco… E’ lui che vuoi? Ebbene, io te lo restituirò. Troverò il modo di restituirtelo!».
Valeria restò bloccata dalla promessa assurda, ma il suo cuore si schiuse ad una tenerezza nuova: Rosario l’amava veramente, disinteressatamente! Gli tese le mani per ringraziarlo. Egli le baciò entrambe, con grande dominio di sé; poi l’aiutò ad alzarsi e l’accompagnò in casa. Strada facendo ella chiese: «Non eri rimasto in città?».
«Si; sono venuto solo adesso» — rispose lui con un tono di voce indefinibile. A sera tarda rientrarono a Messina e si ritirarono nei rispettivi appartamenti. Valeria andò subito a dormire e fece un sogno spaventoso. Ne raccontò il contenuto ad Emily, quasi per togliersi un peso che le ingombrava il petto. L’amica rimase sbalordita e disse:
«Per la seconda volta, Valeria… Fossi in te, scriverei questo sogno sul diario, con la data. È veramente straordinario, spaventoso! Però… però quando Alfred e Rosario torneranno dagli Stati Uniti, sarà opportuno farti visitare da un buon medico, anzi da due medici: un ginecologo ed un neurologo. Tu stai vivendo il più brutto periodo della tua vita» — disse Emily, poi accarezzò con un gesto tenero il ventre di Valeria e aggiunse:
«Dobbiamo, sin da adesso, badare a questo bambinello… Lo amo già tanto! Ci credi, Valeria?».
Valeria provò un senso di soffocamento… Avrebbe voluto gridare: «Smettila! E’ l’unica cosa che io possegga… E’ solo mio!».
Invece sorrise e rispose:
«Certo…, certo, Emily».
Rimasta sola scoppiò in un pianto convulso; poi si calmò alquanto, ripresa dalle immagini terribili del sogno fatto; prese il diario e la penna ed incominciò a scrivere:
«Messina, 7 febbraio 1935.

(Continua…)

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