Desiderio infinito! Capitolo 11 (Parte prima)

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Dopo due giorni il prof. Giovannini e Adriano rientrarono in Italia. Valeria rimase ospite di Emily, la quale si adoperava in mille modi per essere d’aiuto e le diceva, come un ritornello: «Non ti ho mai mentito, nevvero? Ebbene io ti dico che John sta smuovendo dei pezzi troppo grossi, che si occuperanno di Marco».
Valeria lasciava dire, quasi senza ascoltare. Al pensiero lancinante di Marco che, per quante richieste facesse, non aveva potuto più rivedere, si aggiungeva quello non meno tormentoso del suo bambino.
Come aveva preso la sua assenza? Era così abituato a dormire con lei che durante la notte, spesso, tendeva la manina per toccarla e poi, rassicurato, riprendeva subito sonno.
Lo stato d’animo di Valeria era una altalenante doppia tortura: una volta desiderava spasmodicamente rivedere Marco e morirgli, se possibile accanto; un’altra volta sentiva prepotente ed urgente l’esigenza di tornare dal suo piccino, privato degli affetti più grandi. In questa sofferenza complessa ed oscura rimaneva in silenzio per ore. Alla fine di una giornata molto triste, disse a John:
«Credo di aver ben capito che c’è qualcosa che mi si nasconde, che nessuno riesce a dirmi. Ma che può essere che vada oltre la consapevolezza che Marco deve morire? Perché non posso ottenere di vederlo ancora?».
John era commosso fino alle lacrime, quando le promise che avrebbe fatto l’impossibile per rimandare Marco in Italia.
«Sommuoverò l’Inferno, se sarà necessario…!».
Valeria taceva, tutta chiusa in sé, con una indecifrabile espressione sul bellissimo viso. Alla fine disse con calma sorprendente:
«John, voglio tornare da mio figlio! Ho capito che Marco non mi vuole. Pensavo di potergli essere di qualche sollievo, di aiutarlo a morire… Mi sbagliavo. Ancora una volta egli mi mette da parte. Non voglio vederlo più. Resti dove crede; non parlerò a nessuno di lui, neanche ai suoi genitori.
«Resti pure nel buio della sua coscienza e della sua sorte. Che Dio l’assista per me…».
Emily, a queste parole, scoppiò in pianto, tanto più che il desiderio di rivedere il piccino si era fatto più invadente, con la presenza presso di lei di Valeria.
«Va’ in Italia, prendi il tuo bambino e ritorna presso di noi» — andava dicendo Emily a ripetizione — «Con noi ti ricostruirai una vita serena. Finirai per dimenticare, vedrai! Entrerai anche tu nel nostro ambiente… l’ambiente di John, pieno di tante cose imprevedibili».
«Sei tanto felice?» — chiese paziente Valeria.
«Non so se questo si chiama felicità» — soggiunse Emily, mentre il marito si era allontanato, richiamato da un impegno momentaneo.
«Ora mi pare solo di soffrire per te e per la voglia di rivedere tuo figlio. Per il resto potrebbe essere il paradiso terrestre, voglio dire un paradiso di ricchezze, di amicizie piacevoli ed importanti, di situazioni sempre nuove, di spostamenti continui…
John ha una catena di alberghi da controllare e gestire.
E poi viaggi di piacere e di affari: uno yacht tutto per noi, un aereo personale e tante case e ville ch’io non sono ancora riuscita a vedere. Abiti delle più grandi case di moda europee, teatri, varietà…».
«Non è che ti sei rimessa a recitare?».
«Oh, no! Valeria, quello che mi manca non è il cinema: è un bambino. Ancora non ho dimenticato il tuo. John ne vuole adottare uno o anche due, ma io non voglio. Come vedi anche io devo dimenticare…».
«La felicità non esiste; non è un detto retorico. E’ la verità… Ma dimmi sinceramente se sarebbe meglio per te un bambino tuo in cambio della ricchezza, sia pure parlando ipoteticamente».
«Indubbiamente» — rispose Emily con voce alterata dalla commozione. «Sapessi, come farei a meno di tutto se potessi avere un figlio nato da me…! Ma è inutile piangere sul latte versato; non voglio pensarci più. Mi esaspero troppo e poi finisce che non sono carina con John».
«E che succede quando non sei carina con John?»
Emily apparve silenziosa e triste, poi lentamente rispose:
«Mia sorella Angela dice sempre che nel matrimonio non è tutt’oro quello che luce! ed ha ragione, in fondo. Gli uomini sono quello che sono, cioè soprattutto egoisti. Anche John ha il suo caratterino!».
«Straordinario!» — esclamò Valeria — «Non siete dunque la coppia perfetta, come credono tutti?».
Emily abbozzò un sorriso assai triste, mentre il suo sguardo si perdeva nel vuoto, verso limiti imprecisabili, ed il suo viso assumeva un’espressione intenta, come legata a qualcosa di inafferrabile. Sbalordita Valeria chiese:
«Non hai ancora dimenticato Alfred?». Emily puntava gli occhi lontano affilando il bel viso in una consapevolezza infelice.
«Possibile! Lo amavi veramente tanto? E quel grande entusiasmo che ti prese per John?».
Emily rivolse a lei due occhi umidi di lacrime; in quel momento forse ella capiva veramente che cosa fosse stato Alfred per lei. Con John stava bene; erano entrambi giovani e resistenti ai divertimenti, ma egli era troppo legato alle sue amicizie: buono, ma molto superficiale… Non sopportava e non capiva certe tristezze improvvise che la prendevano in pieno, guastandole, magari, qualche momento prezioso.
John era il classico americano ricchissimo, che pensava di comprare tutto con il danaro, anche la tranquillità interiore.
Alfred, invece, era un uomo eccezionale, ricco di esperienza, di cultura, capace di penetrare a fondo nell’animo umano… Si certo, anche egli talvolta pareva voler dominare su tutto, col suo «impero finanziario», ma aveva il dono di essere saggio, spontaneo, conoscitore di uomini e di situazioni, condiscendente, riflessivo, anche se incline ad una grande prodigalità.
«Parliamo d’altro» — disse, riprendendo il suo aspetto normale.
«Salutiamoci, Emily! Affideremo l’imprevedibile al caso, al domani, mentre cercheremo di vivere l’oggi con saggezza; credimi è la cosa migliore, per non doversi mai rammaricare. E ascolta un consiglio: sii contenta di John; nessun uomo può essere perfetto. Almeno…» — e tirò un lungo sospiro — «almeno egli ti ama davvero. Qualche malinconia lasciala ai ricordi. Cambieranno tante cose… Sei giovane ed hai l’avvenire sgombro, per poter correre incontro alla vita».
Dopo essersi trattenute ancora un po’ insieme, le due giovani donne si separarono, riassorbita ciascuna dai propri pensieri e interessi.
Valeria non vedeva l’ora di riabbracciare il suo bambino: tornava a casa con tanti soldi in più,
donati dagli ospiti generosi, ma anche con tante delusioni e frustrazioni.
In Italia, la vita d’ospedale riprese col consueto ritmo serrato di lavoro. Questa volta Adriano le era vicino, ma senza ingombrare con la sua presenza, rivolgendole la parola solo quando lo riteneva necessario. La lasciava vivere nella sua disfatta, pensando che, prima o dopo, l’istinto vitale si sarebbe ribellato in lei ed allora egli sarebbe stato pronto a coglierne i risultati.
L’avrebbe sposata, prendendo su di sé la responsabilità di quel bambino che non avrebbe mai conosciuto il vero padre. Oltre tutto, si sentiva come investito di una missione umanitaria. Pensava a loro due, madre e figlio, come a qualcosa che fosse già un po’ suo e si meravigliava che Valeria non riuscisse a vedere la bontà dei suoi sentimenti. Spesso però si lasciava trascinare da pensieri non proprio umanitari, ma che gli tornavano comodi:
«Un giorno, non troppo lontano, Marco morirà; sarà inevitabile; di conseguenza Valeria si troverà abituata a me… E poi, chissà che un giorno non finisca ch’ella si innamori di me… La vita è piena di sorprese. Con Amelia le cose sono già abbastanza chiare; la poveretta ha capito che mi sono servito di lei. E’ entrata anche lei nella storia di Valeria e ha dato il suo contributo umano. In fondo Amelia ha un animo buono, appassionato, cedevole; è molto diversa da Valeria. Valeria è una roccia quasi inespugnabile; ma la espugnerò. Dovessi metterci una vita, la espugnerò».
Fu distolto dai suoi pensieri da uno strepido insolito, come un via vai frettoloso, qualcosa come barelle che scorrevano sul pavimento dei corridoi velocemente e finalmente un suono assordante di sirene d’autoambulanze. Uscito immediatamente fuori del proprio studio, vide una grande agitazione di infermieri. Una campanella suonava all’impazzata: era il segnale che chiamava a raccolta tutto il personale dell’ospedale per un caso di emergenza multiplo.
All’improvviso comparve il prof. Giovannini, agitatissimo, con le mani nei capelli, che gli andò incontro dicendo:
«Che disgrazia! Adriano, che disgrazia! Bisogna operare d’urgenza ben quattro persone… Pare che si tratti di un disastro ferroviario. Non abbiamo più dove mettere i feriti, di cui alcuni sono gravissimi; non so come siano arrivati vivi fin qui. Dobbiamo chiedere aiuto
a qualche altro ospedale: che venga qualche primario e qualche assistente, per darci una mano… ».
«Corpo di una bomba! perché si sono diretti tutti qua?» — fece sbalordito Adriano, mentre si dirigeva in una delle sale operatorie, insieme a Giovannini, ma questi lo fermò, bisbigliando:
«Adriano, lei vada di là, che non mi fido di Lorenzetti. Deve essere operata una giovane donna che ha la milza spappolata, alcune costole rotte e trauma cranico. Io me la caverò con altri assistenti; tra poco arriva anche Valeria, che ho fatto chiamare d’urgenza, benché fosse libera».
Trascorsero delle ore di panico, dove alla confusione iniziale subentrò un grande spirito di organizzazione e di equilibrio. In men che non si dica i migliori medici napoletani capeggiavano le varie èquipes pronte ad intervenire.
Adriano si trovò di fronte al corpo torturato di una ragazza di appena vent’anni, che sembrava più morta che viva. In quel momento, forse, egli capì veramente la grandiosa umiltà della sua professione.
Riacquistò il suo consueto equilibrio e con grande senso di responsabilità, mettendo a frutto tutta la sua esperienza, portò a lieto termine il suo multiplo intervento chirurgico: dopo quattro ore di estenuante fatica, poté tirare un sospiro di sollievo e togliersi la benda nell’ammirazione generale. Aveva lottato come un leone per non lasciarsi sfuggire alcuna possibilità di salvezza per quella poveretta che, piano piano, ritornava alla vita. Quella sera e la notte che seguì, tutti i medici che si erano battuti così egregiamente contro la morte non si allontanarono dall’ospedale, trovando qualche ora di riposo su brande occasionali.
Col sorgere del giorno, per tutto l’ospedale c’era aria di festa. I parenti dei feriti affollavano l’androne, aspettando il momento di poter rivedere i loro cari.
«Nessuno è morto! Hanno salvato tutti!»; si passavano le notizie sbalorditi, e pregavano che li facessero entrare.
Ma Giovannini fu inflessibile:
«Teneteli lontani il più possibile; ogni ora che negate a loro è un punto di vantaggio per i pazienti!».
Ad una certa ora, Adriano si offrì di accompagnare a casa Valeria, la quale non si oppose, anche perché era stanchissima.

(Continua…)