Something Good, Luca Barbareschi porta il tema delle sofisticazioni alimentari sul grande schermo.

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something-good-barbareschi01-620x350di Valeria Graziussi e Anna Zollo

Something good, un film che di sicuro  renderà i consumatori più coscienti su tematiche delicate quali quelle delle adulterazioni e sofisticazioni alimentari.

Un film che tratta fatti di cronaca pesce radioattivo dopo  Fukushima che però finito sulle tavole  della Jugoslavia”, o adulterazione del latte  alla melamina, che negli anni scorsi ha fatto migliaia di intossicazioni in bambini cinesi e alcune morti. Senza poi dimenticare i maiali dopati, o le farine animali fatte con scarti di pelle e vendute sui mercati indiani, giusto per citarne alcuni.

Merito quindi a Luca Barbareschi di aver portato sul grande schermo un tema molto delicato e finora poco  trattato dal cinema e bandito forse perché ritenuto poco di impatto, e di classe b, sul pubblico confrontato ai tradizionali temi  trattati quando si parla di criminalità organizzata. Ed invece no, il traffico di alimenti non buoni e dannosi per la salute ha   in questi ultimi anni superato quello della droga e armi.

Un film con un cast internazionale costato 5 milioni di euro, girato fra l’Italia e la Cina in 6 settimane e  4 giorni, vincitore già di alcuni premi ( Festival di Honolulu) oltre che ad essere apprezzato da un pannel di esperti ( presentazione a Los Angeles con Polansky)

Presso l’UCI Cinemas di Roma si è tenuta, infatti, la presentazione alla stampa del trailer che sarà nei cinema dal 7 novembre. Un cast di eccezione   sia fra i protagonisti,  che fra gli sceneggiatori   Francesco Arlanch e Anna Pavignano, fotografiada Arnaldo Catinari, scenografie di Francesco Frigeri, costumi di Milena Canonero, montaggio di Walter Fsano e musiche di Marco Zurzolo  oltre che nelle maestranze, che come ha detto Barbareschi hanno “rischiato” ed azzardato nel girare le scene in una Cina ancora non molto ben disposta a trattare temi così scottanti.

Durante la conferenza stampa,alle sollecitazioni e domande poste al cast da parte dei giornalisti, sulle motivazioni che hanno portato alla scelta del tema del film Barbareschi ha semplicemente detto che “la contraffazione alimentare ha raggiunto volumi d’affari impressionanti, oggi l’attività più redditizie delle mafie, più della droga: un danno mondiale di 1700 miliardi. E la location cinese è stata dovuta ai numeri o meglio per le  ragioni numeriche, lo 0,5% di mortalità dovuto dall’aver consumato un alimento su una popolazione di un miliardo e 600 milioni ha effetti devastanti. Inoltre, Hong Kong ha una facciata molto bella, ma dietro può accadere di tutto”

Il film è stato liberamente tratto dal libro della Einaudi Mi fido di te  di Francesco Abate e Massimo Carlotto, un noir che in alcuni punti molto sagace e umoristico. Il filo conduttore del libro si percepisce anche nel film, la fiducia. Un film che oltre per un tema di trincea, è anche intriso di passione di morale e di speranza. Infatti sempre secondo Barbareschi viene fuori “l’assunzione di responsabilità del protagonista, un uomo che dice ho sbagliato, cosa che negli ultimi 20-30 anni accade quasi mai, perché l’iper-psicanalisi trasforma tutto in grottesco. Viceversa, qui c’è un eroe da tragedia greca, che dice ho sbagliato!

La fanno da padrona le immagini,che in modo a volte cruento fanno percepire allo spettatore il “marciume” che si nasconde dietro la “mafia” del cibo. Molto suggestive le scene delle navi mercantili che partono per portare oltre oceano “il veleno” che finiranno sulle tavole degli consumatori ignoti e fiduciosi.

Un film dove inizialmente è il Dio Denaro  che fa da padrone, che non guarda in faccia ne alla famiglia ne alla salute, ma che poi è sostituito dall’Amore e dalla speranza.

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