La cultura da tutelare

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di Pasquale Martucci

Uno sguardo a Parmira, città da recuperare dopo la furia distruttrice dei fondamentalisti jihadisti che hanno cercato di cancellare la storia millenaria di questa terra. Chi scrive è particolarmente sensibile al recupero e alla valorizzazione di ogni tipo di cultura, in quanto il passato rappresenta il fondamento della nostra civiltà.

Gli elementi di una cultura sono espressi attraverso i segni e gli esempi che si tramandano nei secoli e nel susseguirsi delle dominazioni. Il mondo è ricco di opere che emergono dal lavoro di scavo che permette al vasto pubblico, soprattutto negli ultimi tempi, di interessarsi alla conoscenza e alla scoperta del suo passato.

Qualche anno fa alle cronache è diventata rilevante la questione Palmira, quando l’Isis ha imposto per alcuni anni il dominio sul territorio siriano e, come evidenza della sua affermazione, ha distrutto una ricchezza inestimabile che alcuni anni prima (1980) era stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Il suo sito archeologico, infatti, è stato considerato un gioiello storico-artistico, grazie a monumenti ed edifici risalenti ad epoca romana. Oggi la città si trova nella condizione di essere restaurata, almeno nelle ricchezze che è possibile recuperare, grazie ad un delicato ed ambizioso progetto per porre rimedio ai danni subiti, ripristinando le opere e il loro valore, perché le antiche testimonianze e i reperti non appartengono solo alla Siria ma fanno parte della storia del mondo intero.

Il nome greco della città Palmyra deriva dell’aramaico Tadmor, ovvero palma, per la presenza di palme tipiche del deserto. La città è citata negli archivi assiri, ma anche nella bibbia come centro fortificato dal re Salomone. Per un millennio non se ne avverte traccia, poi compare durante la dominazione dei Seleuciti nel 323 a.C. Mantenne successivamente una certa autonomia, sviluppando propri costumi e forme dialettali. Nel 41 a.C., Marco Antonio cercò di occuparla ma il tentativo fallì. Nel 19 d.C., Palmira fu annessa alla provincia romana di Siria; il dominio romano si affermò durante il regno di Tiberio (14-37 d.C.) e Nerone (54-68 d.C.). In quegli anni, lo scrittore Plinio il Vecchio descriveva Palmira mettendone in rilievo la ricchezza del suolo e la sua importanza per essere al centro dei commerci tra Persia, India, Cina e l’impero romano. Nei primi decenni del primo secolo dopo Cristo, la città divenne un vero e proprio Stato. Sotto Traiano  fu compresa nella nuova provincia di Arabia e, nel 129 d.C., Adriano la proclamò città libera, dandole il nome di Palmira Hadriana. Tra la fine del II e l’inizio del III secolo, con Settimio Severo e il figlio Caracalla, le fu concesso lo statuto di città libera. Dopo alterne fortune, dovute alla ribellione a Roma, Palmira fu saccheggiata, i suoi tesori furono portati via e le mura furono abbattute; la città fu abbandonata e tornò ad essere un piccolo villaggio, divenendo solo una base per le legioni romane. Diocleziano tra il 293 e 303 fortificò la città per cercare di difenderla dalle mire dei Sasanidi. Fece costruire entro le mura difensive un grande accampamento (il campo di Diocleziano), con un pretorio ed un santuario. A partire dal IV secolo le notizie su Palmira si diradano. Durante il periodo della dominazione bizantina furono costruite alcune chiese; nel VI secolo l’imperatore Giustiniano fece rinforzare le mura e vi installò una guarnigione. Nonostante ciò, fu conquistata dagli Arabi di Khalid ibn al-Walid, nel 634. Sotto il dominio degli Arabi la città andò in rovina.

Dunque, si tratta di un posto strategico conteso da varie dominazioni: verso la fine del XIX secolo, la comunità scientifica iniziò a decifrarne le iscrizioni; infine, dopo l’instaurazione del mandato francese sulla Siria, vennero iniziati gli scavi per portare alla luce i vari reperti.

Del tempio, dedicato alla dea preislamica Al-lāt, oggi rimane solo l’altare, qualche colonna e il telaio della porta. Nel 1977 venne rinvenuta una colossale statua raffigurante un leone, animale sacro alla dea, che protegge un orice. La statua, che rappresentava il rifiuto della dea a qualsiasi sacrificio e spargimento di sangue, sita nel giardino del Museo archeologico, venne distrutta dai miliziani jihadisti dell’auto-proclamato Stato Islamico il 23 maggio 2015.

Il tempio di Baal-hamon era situato sulla cima della collina di Jabal al-Muntar e venne costruito nell’89. Consisteva in una cella e un vestibolo con due colonne e aveva una torre difensiva collegata a esso. L’edificio religioso, dedicato a Bel o Baal, fu edificato sotto il dominio partico con elementi sia di tipo greco-corinzio, sia babilonese nella incongrua merlatura superiore del tempio (I secolo d.C.). Il tempio fu consacrato tra il 32 e il 38 d.C.: aveva un ingresso monumentale che ha subito delle modifiche quando gli Arabi hanno trasformato il santuario in una fortezza. Il tempio è stato completamente devastato a fine agosto 2015.

Il tempio di Baalshamin (il signore del cielo), consacrato nel 130, era dedicato ad una divinità e con l’avvento del cristianesimo, nel V secolo, venne trasformato in una chiesa. Era una delle strutture antiche più complete, ma è stato distrutta dai miliziani jihadisti il 23 agosto 2015.

Il Tetrapylon (Tetrapilo) fu eretto durante l’impero di Diocleziano, alla fine del III secolo. Consisteva in una piattaforma quadrata e in ogni angolo si trovava un gruppo di quattro colonne; al centro c’era un piedistallo su cui forse era posta una statua. È stato abbattuto quasi completamente nel gennaio 2017 da milizie jihadiste.

Nello stesso periodo, è stato distrutto anche il teatro romano, edificato nella seconda metà del II secolo, conservato in ottime condizioni. Era dotato di un palcoscenico che misurava 45,5 × 10,5 metri, accessibile attraverso due scalinate, e da un proscenio decorato da varie nicchie e colonne in stile corinzio.

La necropoli è composta da diverse tombe distinte e oltre cinquanta monumenti. La più importante e particolare era la Torre di Elahbel, famosa per le decorazioni interne, comprendenti un soffitto a cassettoni e vari altorilievi raffiguranti i personaggi ivi sepolti. La Torre ed altre tombe sono state fatte saltare in aria nell’agosto 2015.

La battaglia per la riconquista di Palmira da parte dell’esercito siriano riprese nell’estate del 2015: l’area archeologica fu liberata il 24 marzo 2016, il castello medievale il 25; il 27 marzo venne annunciata la completa riconquista di Palmira. Se nel suo complesso il sito è in buono stato, non altrettanto si può dire delle colonne della Valle delle Tombe, del Tempio di Baalshamin, del Tempio di Bel e dell’Arco di Trionfo. Un colpo durissimo al patrimonio culturale mondiale, per un attacco spregevole che portò alla decapitazione di Khaled al-Asaad, l’archeologo responsabile del sito.

In conclusione, ritengo importante lanciare un appello in nome del riconoscimento delle espressioni culturali, che non devono essere mai negate anche se non condivise. La cultura è stata costruita nel tempo, e le sue espressioni devono essere accettate e riconosciute, come fa bene l’Unesco quando tutela il patrimonio mondiale.

Palmira è una città che ha in sé i segni della cultura romana, ma anche araba, bizantina, tutti esempi che si sono integrati e magari riconosciuti nei secoli. Non possono essere certamente uomini del duemila a distruggere pagine e pagine di storia e porre fine a culture millenarie perché intese non conformi ai dettami della loro pretesa civiltà.

È accaduto spesso nella storia, credo che non debba più avvenire visto il più elevato periodo di discernimento e di maggiore e consapevole progresso: si deve intervenire, anche in maniera forte, per tutelare la storia del mondo che serve a segnare il corso degli eventi e la continuità dell’avvicendarsi delle civiltà. E tutto ciò è compito dell’azione della politica mondiale.

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