“Il racconto generazionale tra cinema e poesia” del professor Alfonso Amendola alla Congrega Letteraria di Vietri sul Mare

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E’ stato il professor Alfonso Amendola, docente di Sociologia degli audiovisivi sperimentali presso l’Università di Salerno, a spiegare nella sua lectio magistralis i rapporti che ci sono tra cinema e poesia partendo dalla nascita del cinema:” Il 28 dicembre del 1895 nasce il cinema con l’immagine di un treno, trainato da una locomotiva a vapore, che arriva alla stazione ferroviaria della città di La Ciotat, uno dei più famosi cortometraggi dei fratelli Auguste e Louis Lumière. I giovani di quell’epoca comprendono che quell’immagine che si muove è il linguaggio che appartiene alla propria generazione, come oggi lo sono i social. Il cinema nasce immediatamente come linguaggio generazionale giovanile ”. Il professor Amendola durante il secondo appuntamento degli “Incontri di Cultura”, edizione 2018, che si è tenuto nello storico e suggestivo oratorio dell’Arciconfraternita del SS. Rosario e SS. Annunziata di Vietri Sul Mare, organizzato dai direttori artistici de “La Congrega Letteraria”, Antonio Gazia e Alfonso Mauro, con la collaborazione di Francesco Citarella, coordinatore   de “La Rete de “La Congrega Letteraria”. ha ricordato la poesia di Arthur Rimbaud:” Già a 14 anni riscrive radicalmente la storia della poesia; Rimbaud e Charles Baudelaire, alla metà dell’800 , ragionano già in maniera rivoluzionaria: leggere oggi le loro poesie significa cogliere i temi della contemporaneità, del nostro quotidiano. La loro poesia è fatta di un linguaggio estremo: la poesia, quando è vera poesia, è sempre estrema. I veri poeti vivono, non sopravvivono. Delicatezza e distruzione sono i due temi portanti dei grandi capitoli poetici di tutti i veri, grandi poeti. L’adolescenza è dentro il grande verbo poetico della poesia; è dentro il raccontare del grande immaginario filmico ”. Il professor Amendola ha parlato anche di intermedialità:” La possibilità di ragionare su piani diversi, di linguaggi diversi: tutti i social oggi sono di natura intermediale e la poesia e il cinema, quando si incontrano, creano una straordinaria simbiosi. Quando la poesia compare all’interno della narrazione filmica , è sempre una sorta di sospensione, qualcosa che spezza la struttura narrativa del film”. Il professor Amendola, attraverso la proiezione di frammenti filmici, ha parlato dei film biografici come “Poeti dall’inferno”, del 1995, diretto da Agnieszka Holland, con un giovane Leonardo Di Caprio, che racconta la storia della complicata relazione sentimentale tra Paul Verlaine e Arthur Rimbaud che nel film definisce il poeta” una spugna” cioè che ha la capacità di assorbire tutto. Amendola ha parlato anche dell’altro poeta “maledetto” Dino Campana, che, ai primi del ‘900, rivoluziona i canoni della poesia italiana immettendo una ferocia di vita, isolando la retorica che la poesia sia soltanto un atto d’innamoramento: per Campana la poesia è un atto vitale, totalizzante. Michele Placido racconta Campana nel film “In un viaggio chiamato amore” con Stefano Accorsi. Amendola ha raccontato anche le citazioni della poesia all’interno della narrazione filmica:” Sono frammenti poetici inseriti all’interno di film come “I ragazzi della 56° strada” di Susan Hinton, dove viene recitata la poesia di Robert Frost” Niente che sia d’oro resta”. Nel film “L’attimo fuggente” del 1989 diretto da Peter Weir, con protagonista Robin Williams, ci sono tante citazioni poetiche lette dai ragazzi che s’incontrano in una grotta. Ultimo film proposto è stato “Quattro matrimoni e un funerale”, diretto da Mike Newel ,con Hugh Grant, dove viene recitata la bellissima poesia “Blues in memoria” di Wystan Hugh Auden :” Per Auden la poesia è emblema degli addii, è dolore, politica, narrazione storica, psicanalisi, giornalismo” ha spiegato Amendola che ha anche parlato del cinema di poesia: quello di Pier Poalo Pasolini :” Per Pasolini narrazione e poesia sono una costante . Pasolini è il primo vero autore che ci da una decodifica di un cinema di poesia fatto da poeti che fanno cinema o di un cinema che è talmente alto che è paragonabile alla complessità di una poesia”. Amendola ha proposto la scena tratta dal film “ I cento passi” di Marco Tullio Giordana, nel quale Peppino Impastato, interpretato da Luigi Lo Cascio, declama la poesia “Supplica a mia madre “di Pasolini. Sempre di Pasolini Amendola ha proposto il film “ Che cosa sono le nuvole” del 1977 con Totò, Ninetto Davoli, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia e Domenico Modugno. Amendola ha parlato dei poeti che decidono di fare cinema: ” Attraverso questo tipo di cinema si comprende come la poesia può avere una dimensione audiovisiva “.

La professoressa Rossella Nicolò , docente di Italiano e Latino al Liceo Alfano I di Salerno che ha introdotto la lezione di Amendola, ha ricordato che già Freud definiva il cinema “Una dimensione della parola”:” Il primo però a riconoscere una dimensione cinematografica della poesia fu Italo Calvino che nel suo libro “Lezioni americane”, commentando una poesia di Montale segnalava come in essa la parola “schermo” viene definita “una superficie sulla quale si proietta l’immagine del mondo”. Il primo però che parlò della differenza tra il cinema di prosa e il cinema di poesia fu Pier Paolo Pasolini: in un suo saggio ricordava alcuni registi, come Godard, Antonioni e Bertolucci, che usavano la macchina da presa utilizzando le stesse regole della metrica e della poesia. Lo stesso Pasolini utilizzava la macchina da presa come una penna per scrivere il mondo”. La professoressa Nicolò ha anche ricordato Don Andrea Vece, il compianto parroco della Chiesa di Madonna di Fatima di Salerno, fondatore del “Cineforum Fatima” che ha educato alla visione della bellezza del cinema intere generazioni di salernitani:” In quella piccola saletta ho visto tanti film. Don Andrea attraverso i film ci ha insegnato a guardare cosa c’è al di là   del mondo, a decodificare la realtà. Oggi c’è un’urgenza di ripensare il   cinema, soprattutto il cinema di poesia, come una possibilità di educare allo sguardo, di cogliere ,nell’apparente banalità del vivere la magia e l’incanto che possano trasformare questa banalità in uno snodo decisivo dell’ esistenza di ognuno ”. (FOTO DI EDOARDO COLACE).

Aniello Palumbo

 

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