Superstizioni e scongiuri nel mondo del teatro

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Il teatro è vita. E in quanto vita, o meglio sua rappresentazione, racconta i sempiterni comportamenti umani, compresi quelli più irrazionali. Superstizioni, scongiuri, rituali: anche il mondo del teatro ha i suoi per allontanare fischi e insuccessi e attirare al contrario la buona sorte su compagnia e spettacolo in scena.

Gli scongiuri, le superstizioni, i riti scaramantici non sono esclusiva del mondo del teatro: per fare due esempi, basti pensare alle scaramanzie dei calciatori o dei giocatori di poker quando si siedono intorno a un tavolo verde, esempi di come la superstizione sia parte della natura umana.

Per esempio, quella dei colori infausti è una superstizione che il teatro condivide col resto delle attività umane. Secondo una delle credenze più diffuse tra gli attori, il viola porta male, anzi: malissimo. Il motivo è presto detto: il viola è il colore dei paramenti dei sacerdoti durante il periodo della Quaresima, segno di penitenza e dolore. Nel Medioevo, durante il periodo della Quaresima era vietato fare alcun tipo di spettacolo. Tradotto? Ristrettezze e miserie per gli attori. Ecco spiegato perché portare un indumento viola, sul palcoscenico e dietro le quinte, è considerato segno di malaugurio.

Paese che vai, colore sfortunato che trovi: in Francia, al posto del viola, è addirittura il colore verde a essere considerato un cattivo auspicio. Nel 1673, infatti, durante la rappresentazione del celeberrimo Il malato immaginario, il grande commediografo Molière morì sulla scena. Indovinate il colore del costume di Molière?

In Inghilterra, invece, a portare sfortuna è il colore blu. Poiché le stoffe di questo colore erano particolarmente care, le compagnie teatrali che le acquistavano si ritrovavano spesso sul lastrico, e poco importa che raccogliessero il favore del pubblico.

Altra credenza tipica del mondo del teatro è legata al copione di scena: mai farlo cadere a terra, per gli attori sarebbe peggio di uno specchio rotto.
Qualora succeda, c’è un rimedio: chi fa cadere il copione deve raccoglierlo e immediatamente colpire per tre volte di seguito il punto in cui è atterrato.

Un’altra cosa da non fare a teatro è fischiettare: secondo il leggendario Elio Petrolini, infatti, questo gesto così comune e apparentemente innocuo poteva in realtà allontanare i soldi: e chi vive di teatro, un mestiere di per sé soggetto ad alterne fortune, sa bene che è meglio, per l’appunto, scongiurare che accada. In realtà, l’origine si deve al fatto che un tempo, a manovrare la scenografia, venivano messi i marinai perché conoscevano il cordame. I marinai, per comunicare, fischiavano: un fischio in più, dunque, poteva indurli in errore, con tutte le conseguenze del caso.

Oltre a non fischiettare, bisogna stare ben attenti a quello che si dice: per esempio, mai pronunciare il nome di una delle più famose opere di Shakespeare, il Macbeth (andato in scena lo scorso anno al Genovesi).
Attorno a questa opera, infatti, circolano diverse leggende: per esempio, si dice che l’autore avesse preso ispirazione da un verso sortilegio per scrivere la canzone delle streghe, faccenda che poi avrebbe maledetto il dramma. L’altra leggenda narra che per la prima furono scelte tre vere streghe per interpretare le tre megere, le quali avrebbero lanciato sortilegi dal palcoscenico.

Insomma, qualsiasi sia il motivo dietro questa superstizione, è bene evitare di pronunciare il nome del “dramma scozzese”.

Invece, trovare un chiodo storto sul palcoscenico è considerato segno di buon auspicio. Il motivo? Il chiodo storto indica la possibilità di tornare a esibirsi su quel palcoscenico.

E gli auguri? Guai a dire “buona fortuna” agli attori: vi malediranno! L’unico augurio ammesso a teatro prevede la pronuncia di una ben precisa parola, legata a una ben precisa funzione fisiologica umana, per tre volte di seguito. Questo perché nel XVII secolo il pubblico andava in teatro a carrozza, a cavallo, i quali lasciavano copiose deiezioni lungo il percorso. Dunque, se davanti a teatro c’erano tanti “ricordini” di cavallo, voleva dire che il pubblico sarebbe stato numeroso… e dunque lo spettacolo sarebbe stato un successo.

Abbiamo visto alcune delle superstizioni più diffuse a teatro, un ambiente dove riti, rituali e scongiuri non mancano. Perché, come diceva il grande Eduardo De Filippo, “essere superstiziosi è da ignorante, ma non esserlo porta male”.

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