Rappresentazioni sociali.

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di Pasquale Martucci

 

Per conoscere il mondo sociale e permettere l’adattamento degli individui alla propria società d’appartenenza, è necessario apprendere regole di comportamento e saperle riconoscere. Ed allora si consolidano anche nella mente degli individui quelle modalità comportamentali che servono a far sviluppare il processo di adattamento al gruppo sociale, che si realizza a partire dall’infanzia e si sviluppa con gli insegnamenti di coloro che organicamente fanno parte della società.

Il problema si pone quando accade un evento nuovo e sconosciuto, quando si tratta di osservare, analizzare e comprendere un fenomeno sociale nei suoi mutamenti, e di conseguenza è necessario attivare quei processi cognitivi e sociali mediante cui viene costruita la realtà.

Una delle teorie che meglio riescono a spiegare le attuali società e i gruppi sociali in continua evoluzione è la “rappresentazione sociale”, intesa come quelle credenze, socialmente condivise, che danno un senso comune a fenomeni e a situazioni che sarebbero difficilmente spiegabili ed interpretabili. Si tratta essenzialmente del rapporto tra relazioni collettive ed informazioni provenienti dai media che permettono di far acquisire le trasformazioni nella percezione sociale.

La principale caratteristica della “rappresentazione sociale” è di assumere connotazioni dinamiche che consentano ai membri di una società di comunicare tra loro, in una situazione di condivisione. Moscovici, il padre indiscusso di questa teoria (1), avrebbe in tal senso superato le rappresentazioni di Emile Durkheim, che era giunto a distinguere i concetti di “rappresentazioni individuali” e “rappresentazioni collettive”, anche se scissi e separati tra loro. Per il sociologo francese, però, era interessante soprattutto la “rappresentazione collettiva” che poteva servire a spiegare i fenomeni sociali che formano un tutto, una società, differente dalla somma degli individui che la compongono. (2)

Nel rapporto tra soggetto, gruppo e nuovo oggetto sconosciuto è interessante rilevare come le immagini e le informazioni possano permettere di acquisire e controllare le conoscenze e produrre i meccanismi di ancoraggio e oggettivazione, sul modello di Moscovici. Il primo è un processo che porta qualcosa di disturbante e estraneo nel nostro sistema di categorie ormai consolidato: dopo che un evento, un oggetto, si è confrontato con la nostra categoria di riferimento, acquisisce le caratteristiche della stessa “riaccomodandosi” e “riadattandosi” ad essa. Occorre cioè ricondurlo a qualcosa di noto per far diminuire la paura dell’ignoto. Se la classificazione ottenuta è generalmente accettata, allora qualsiasi opinione che si riferisce a quella categoria si riferirà anche a quell’oggetto. L’oggettivazione avviene facendo acquisire: naturalizzazione (l’oggettivo, logico e tangibile), personificazione (ricerca di una persona che funge da simbolo di questa nuova entità) e figurazione attraverso l’ausilio di metafore e immagini.  (3)

Per esplicitare meglio, la “rappresentazione sociale” è connessa ai concetti di comunicazione, ancoraggio e assimilazione, per rilevare come nell’ambito di una nuova percezione si possono superare le strutture di un sistema tradizionalmente consolidato ed osservare l’affermazione di un nuovo evento. (4)

Le “rappresentazioni sociali” si riferiscono ad oggetti, con lo scopo di rendere reale il mentale; sono legate ad aspetti simbolici (la conoscenza è un’immagine a cui è attribuito senso e significato); sono costruzioni psicologiche della realtà (il soggetto elabora e interpreta la realtà, in base alle interazioni e alle conoscenze); hanno natura sociale attraverso una condivisione di gruppo; sviluppano un pensiero naturale e un senso comune (le conoscenze sono create quotidianamente all’interno delle comunità; attraverso i mass-media si aggiungono nuovi elementi); racchiudono una dimensione affettiva in cui le emozioni consentono di elaborare nuove conoscenze; rappresentano, infine, una guida per il comportamento attraverso l’interazione in base alle rappresentazioni che hanno degli oggetti che li circondano. (5)

Il concetto di “rappresentazione sociale”, nella definizione di Abric, rileva “la somma totale delle immagini presenti nel gruppo e riguardanti i differenti elementi con i quali il gruppo si confronta (…) Il prodotto dell’attività cognitiva da parte di ciascun individuo è ciò che chiamiamo rappresentazione”. (6)

Secondo Jodelet, la rappresentazione sociale è una “forma di conoscenza socialmente elaborata e condivisa, avente un fine pratico e concorrente alla costruzione di una realtà comune ad un insieme sociale”. L’aspetto fondamentale è che l’individuale ed il sociale si fondono in un unico insieme e le rappresentazioni sociali devono essere intese come “sistemi di interpretazione che sorreggono le nostre relazioni con il mondo e con gli altri”, orientando ed organizzando “i comportamenti e le comunicazioni sociali”. Tutto ciò per asserire che la rappresentazione sociale permette “la diffusione e l’assimilazione delle conoscenze, lo sviluppo individuale e collettivo, la definizione delle identità personali e di gruppo, l’espressione dei gruppi e le trasformazioni sociali”. Si tratta di “fenomeni cognitivi” che vincolano “l’appartenenza sociale degli individui alle implicazioni affettive e normative, all’interiorizzazione delle esperienze, delle pratiche, dei modelli di condotta e di pensiero socialmente inculcati o trasmessi attraverso la comunicazione”. (7)

Per Moscovici, le rappresentazioni sociali possono sostituire i concetti statici di opinione e immagine, in quanto sono teorie della conoscenza che vengono usate “per la scoperta e l’organizzazione della realtà”. Ed in effetti, si attiva un processo che consente agli individui di orientarsi e padroneggiare il loro mondo sociale; si sviluppa un sistema per regolare i rapporti sociali, per permettere di instaurare relazioni con gli oggetti esterni. Di qui la finalità di una conoscenza pratica. Un elemento importante è di rendere l’ignoto familiare, acquisire ciò che è estraneo per non perdere di vista i punti di riferimento consueti: la diversità, infatti, minaccia l’ordine prestabilito (è il caso del terrorismo e del fenomeno dell’immigrazione). E di conseguenza occorre inserire in una categoria riconosciuta ciò che non è consueto. (8)

Attraverso la teoria della “rappresentazione sociale”, si instaura un sistema di valori, di idee e pratiche per stabilire da un lato un ordine che consenta agli individui di orientarsi all’interno del proprio mondo materiale e sociale e di padroneggiarlo, dall’altro di permettere la comunicazione tra i membri di una comunità, fornendo un codice per lo scambio sociale e un codice per denominare e classificare i vari aspetti del proprio mondo e della storia del proprio gruppo. (9)

Per sintetizzare, le “rappresentazioni sociali” hanno un oggetto sociale che si forma nell’ambito delle relazioni tra i diversi soggetti. A partire dagli oggetti, si creano e condividono contenuti ed informazioni tra i componenti di un gruppo che saranno ereditati dalle generazioni successive. Accade che il soggetto (gruppo) elabora una rappresentazione sociale, a partire dalla relazione di un oggetto sociale e un altro soggetto; l’informazione sull’oggetto sociale ha dimensione figurativa, simbolica e affettiva, su cui incidono cultura, ideologia ed esperienze; l’oggetto (situazione/evento) è il fulcro della rappresentazione sociale: si crea dall’informazione ricevuta tramite il contatto con l’oggetto. (10)

Quest’ultimo deve essere inserito in un sistema di pensiero preesistente che diventa comunicabile. Si dovrebbe cioè assegnare un senso al nuovo, senza trascurare che il mutamento deve essere graduale, senza abiurare del tutto alle vecchie convinzioni.

E’ necessario anche il momento di materializzazione e reificazione dell’oggetto, perché la conoscenza è necessaria soprattutto a cercare i comportamenti più adeguati a fronteggiare le situazioni meno controllabili. Integrare il nuovo che emerge dall’informazione a ciò che già si conosce, per costruire una realtà che è del tutto sconosciuta e non facile da comprendere.

 

Note:

  1. Cfr.: S. Moscovici, 1989, “Le rappresentazioni sociali”, Il Mulino 2005; S. Moscovici, R. Farr, 1984, “Rappresentazioni sociali”, Il Mulino 1989.
  2. Cfr.: E. Durkheim, “Le forme elementari della vita religiosa”, Ed. Comunità, Milano 1963; E. Durkheim, “La divisione del lavoro sociale”, Ed. Comunità, Milano 1971.
  3. Cfr.: D. Jodelet, 1989, “Le rappresentazioni sociali”, Liguori 1992.
  4. S. Moscovici, 1989, cit.
  5. Ivi.
  6. J.C. Abric, 1984, “Rappresentazioni sociali”, Il Mulino 1989, 189.
  7. D. Jodelet, cit., 48-52.
  8. S. Moscovici, R. Farr, 1984, cit., 130.
  9. Cfr.: S. Moscovici, cit.
  10. D. Jodelet, cit.

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