SEGNI DELLA SCRITTURA DEL NOVECENTO. MORAVIA (parte seconda)

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cop lineam lett criticaIl libro, benché scritto da un ventenne, dimostra una maturità sorprendente e svela in pieno quella che sarà sempre la qualità del narratore: un’esigenza totale a rilevare la crisi sociale, provocata dal vizio, dall’inettitudine, dall’indifferenza ai problemi. morali. La società borghese diviene il bersaglio fisso degli strali moraviani, coi suoi vizi segreti e la sua corruzione indolente e perseverante. Il romanzo fu iniziato nell’ottobre del 1925 a Bressanone, dove l’autore, uscito dopo due anni di cura per tubercolosi ossea, dall’ospedale di Codivilla (Cortina d’Ampezzo), si era stabilito per trascorrervi la convalescenza. Fu pubblicato a Milano nel luglio 1929. Quattro sono i personaggi principali della vicenda del romanzo: la madre, l’amante Merumeci, la figlia Carla e il figlio Michele. Que45 sti quattro personaggi, con la loro lussuria, la loro perdizione senza coscienza, e la mancanza di ogni forma di moralità, danno vita alla intricata vicenda, cioé all’imbroglio, parola con la quale saranno spesso definite le trame dei molti romanzi dello scrittore. Infatti niente scorre pulito in questa storia, dove la madre, avida e sensuale, fa ogni sforzo per tenersi stretto l’amante Merumeci, che invece si innamora di Carla, ma, nello stesso tempo, non vuole perdere i vantaggi di una vita comoda. Carla gli corrisponde e lo sposa, senza trasporto, solo per inettitudine morale, per rompere la monotonia delle sue giornate. Michele è forse il personaggio più patetico, quasi repellente per la sua incapacità di tradurre in atto qualsiasi azione, anche quella tesa ad uccidere Merumeci, completando il quadro di una famiglia che vive nello sfacelo della moralità, senza farsi toccare più di tanto dalla vergognosa situazione venutasi a creare con l’intreccio di sentimenti opposti, spregiudicati, inetti ed abituali. Una specie di apatia morale investe i personaggi di questa squallida storia, coi quali Moravia, guardando da una dovuta distanza (indifferente anche lui?) coglie l’aspetto reale e veritiero della vita contemporanea, che si adagia indolentemente in ogni forma del vivere. Certamente questi protagonisti rientrano in quel colossale palcoscenico novecentesco della disfatta coscienza non solo italiana, ma europea ed addirittura mondiale, ma portano con loro un marchio ancora più profondo in una inattività che non è tormento dell’anima, come nel personaggio sveviano di Zeno, ma qualcosa di congenito ed accettato senza possibilità di rivolta. Moravia, dal canto suo, descrive ogni cosa che vede, coglie quanto di torbido e deteriore sia nei suoi personaggi e li denuda con impassibile distacco. Pirandello avvolge i suoi personaggi entro volute di grida straziate che null’altro sono che la pietà con la quale l’autore li riveste, ma Moravia non partecipa affatto alla vicenda narrata: i suoi personaggi sono dei disgraziati degenerati che ispirano più ripugnanza che pietà. Inoltre l’autore parte dal fermo proposito che i fatti della vita si debbono riprendere per quelli che sono, con un realismo crudo, neanche sarcastico, bensì indifferente. I personaggi di Svevo mostrano una lucidità intellettiva che li porta ad essere ancora umani e, sotto certi aspetti, a suscitare nel lettore una larvata forma di tenerezza e di pietà. Al contrario, Moravia rigetta ogni forma di pietismo considerandolo falsò ed inutile, perché intende rappresentare la società paesana, italiana e straniera, nel momento della completezza di una crisi morale, cosi profonda ed incosciente, che non persegue alcun anelito di liberazione.
Ci si adagia nel fango, con naturalezza, senza provarne ribrezzo, perché quello è lo stato di vita che si è presentato al momento. L’autore neanche giudica le sue creature; le osserva e, lontano dal sentirle sue, come in realtà sono, anche senza il suo volere, le offre alla vista degli altri, come trofei di un male che pervade inesorabilmente il mondo. AI primo romanzo seguono molti altri; per primo il testo dei racconti, recante il titolo La bella vita (1935), mantiene costante il proposito dell’autore di scarnificare e descrivere crudamente le persone e le situazioni; così accade anche per Inverno di malato, dove viene messo in una evidenza quasi ripugnante un ambiente malsano e privo di illusioni. Le ambizioni sbagliate (1935) riportano la vena di Moravia a spaziare in un mondo più vasto ed eterogeneo, insistendo sulle difficili, situazioni del sesso, dei suoi forti quanto oscuri richiami, che creano intrecci sordidi e distruttivi. Qui un adolescente fa le sue esperienze sessuali, riportandone scottature inevitabili. Nell’insieme tutta la vicenda si svolge, come di consueto, all’insegna di una bassa condizione morale di vita, dove allignano, con la ipocrisia, i sentimenti peggiori dell’umanità. L7mbroglio del ‘37 e L’Amante infelice del ‘43 tengono fermamente fede al discorso di Moravia, senza accrescerne la sostanza o accendere qualche scintilla di poetica fantasia. Di limitato valore di contenuto e di stile è, infine, l’ultima opera moraviana, prima della guerra, La Mascherata (1958), dove l’autore dichiara il suo gusto per l’intrigo e le situazioni brutali. Dopo la guerra, Moravia parve orientarsi verso l’insorgente neorealismo, allontanandosi poi da esso, quasi insensibilmente, perché attratto da esperienze di psicanalisi, di fenomenologia, con un accentuato interesse neopositivista, avendo interpretato in modo personale il marxismo, senza dare ad esso il merito di una ideologia politica) come sarebbe stato giusto. Come dire che Moravia sentisse il bisogno di stare sempre in cresta agli avvenimenti, in una irrequieta ed instancabile attività che lo vide provetto cronista e giornalista già negli anni ‘30. Infatti a quest’epoca risale la sua collaborazione a La Stampa e alla Gazzetta del Popolo. Successivamente viene inviato in Inghilterra, negli Stati Uniti, nel Messico, in Cina, in Grecia.
Nel dopoguerra va nell’Unione Sovietica, nel Messico, in Cina. Collabora attivamente al Corriere della Sera e all’Espresso; dirige la rivista Nuovi argomenti. Scriverà una quantità enorme di racconti e ricordi di viaggi: I sogni del pigro del ‘40 e L’epidemia del ‘44, poi è. la volta dei Racconti romani del ‘54, Viaggio in UR.S.S. del ‘58, Viaggio in India del ‘62. Insomma i suoi scritti non si contano più anche perché non aggiungono altri ragguagli alla produzione moraviana, a meno che non arriviamo, omettendo molti titoli, all’Amore coniugale e al Disprezzo, laddove l’intrigo diviene meno pesante o, per meglio dire, meno sfibrante. Infatti più disinvolta, senza forzati propositi d’impostazione ideologica, è la migliore produzione moraviana di questo periodo: Agostino, La Romana, La Ciociara, Il Conformista, La disubbidienza… La Ciociara rivela in modo imprevedibile la possibilità da parte dell’autore di trattare argomenti toccanti e puliti, non più marchiati dall’ossessione della turpitudine e del sesso esasperato. Ma resta un caso isolato, perché l’inclinazione dell’autore non si alza mai ad una ispirazione storica, anzi nella produzione moraviana non è possibile seguire uno svolgimento storico e nessun romanzo ha carattere storico. Il suo interesse è sempre concentrato sull’esame della condizione esistenziale dell’uomo. Leggiamo di lui: “Moravia è sempre scrittore realista, nel senso che l’oggetto del suo esame è attuale, il presente, il reale, ma per significare nel reale una condizione esistenziale, permanente, umana.
E non è scrittore simbolico, perché quella condizione non è simbolo (che può essere anche transitorio) della condizione umana. E perciò egli è sempre attuale e documentario, ma mai veramente storico”.
Vale a dire che questo autore è sempre e solo calato nel presente.
(Continua…)

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