Le Donne della terza età in tempo di Covid, raccontate dalla professoressa Maria Rosaria Pagnani, Presidente della Fidapa di Salerno.

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“Qualsiasi riflessione sulla terza età potrebbe sembrare irrispettosa nei confronti di tanti anziani che hanno perso la vita in solitudine. Tuttavia, noi fortunate, non colpite dal virus, ci portiamo nell’animo una ferita difficile da rimarginare. Tutte le fragilità, come sotto una lente d’ingrandimento, sono apparse all’improvviso ingigantite. Quelle fragilità che cercavamo di nascondere con una spavalderia anacronistica”. E’ un modo di guardare nella profondità del cuore delle donne di una certa età, che hanno vissuto e vivono questo strano e drammatico tempo; un modo per riflettere, di porgere una dolce carezza alle nonne del Covid, donne forti, più del Coronavirus. E’ quasi una confessione delicata, quella della professoressa Maria Rosaria Pagnani, scrittrice, Presidente della Sezione Fidapa di Salerno, che ci ha raccontato come ha vissuto il periodo del lockdown e quello successivo:” Noi nonne del Covid, lontane dai rimbrotti dei figli mai contenti e sempre pronti a criticare, privati dagli abbracci dei nipoti -la ricompensa di Dio per la nostra vecchiaia – abbiamo fatto il conto con gli anni che passano e che all’improvviso hanno acquistato un peso insostenibile. In tante, già di buon mattino, siamo ritornate ai fornelli, agli impasti a mano, alle lievitazioni lente, alle tavole imbandite con il servizio buono e la tovaglia ricamata, per godere di  futilità, approfittando del tempo che ci rimane. Abbiamo rivisitato l’atavica paura di restare senza cibo e il compulsivo accumulo di cibarie. Da Nord a Sud tutte a proporre ricette, a fotografare rustici e dolci, sperimentando una panacea che ci ha regalato chili di troppo. Non ci siamo fatte mancare il giardinaggio, così piante fiorite e aiuole colorate hanno dato il buongiorno e la buona sera ai frequentatori di Facebook. Tutti rimedi a buon mercato per tenere lontano le zanne del cane nero della depressione. Ma, ecco che dopo qualche settimana una gestione solitaria delle giornate ci ha guidato verso uno specchio impietoso, che ha rimandato un’immagine che non c’è piaciuta. Abbiamo perso la maschera a favore della mascherina. In pochi giorni ci siamo ritrovate invecchiate, imbruttite; la ricrescita dei capelli senza il ritocco, l’abito indossato senza civetteria, il viso spento senza la luminosità del trucco, senza il calore dei sorrisi destinati agli amici. Abbiamo contato tutte le tracce lasciate dal tempo e i due mesi o poco più dell’isolamento si sono riconvertiti in anni, per dirci che qualcosa non andava bene. Come mamme e come nonne ci siamo guardate intorno e non abbiamo avuto la forza di commentare i suicidi, vigliaccamente li abbiamo nascosti in un angolo buio della coscienza. Una scelta così tragica paralizza rende muti e, a volte, anche ciechi! Ma, non abbiamo potuto  ignorare gli esercizi commerciali chiusi, le scuole vuote, i cassaintegrati, i disoccupati. I nostri figli con un lavoro in bilico, i nipoti che, ancora per anni, non potranno godere di ciò che è appartenuto al nostro tempo migliore. E dietro ogni fallimento, famiglie in pena. Per molto tempo ancora non andrà tutto bene. Ci siamo lasciate prendere dal senso della precarietà accanto alla diffidenza per i presunti untori nascosti nell’androne del Palazzo, sul marciapiede affollato, in fila al supermercato”. La professoressa Pagnani ha voluto lanciare un segnale di speranza, un messaggio di rinascita:” Carissime coetanee diamoci da fare! Spetta a noi nonne del Covid tessere le fila per una rinascita. Ebbene, come i contagiati guariti hanno dovuto imparare di nuovo a camminare, a muovere le braccia, a respirare, così noi sopravvissute al contagio dovremmo imparare a padroneggiare la provvisorietà e la diffidenza, vincere la Sindrome della Capanna e, soprattutto, imparare a guardarci dentro. Lo dobbiamo alle persone che ci stanno a cuore. Proviamo a radiografare oltre alle ernie e ai reflussi, anche i sogni da realizzare, i progetti da protocollare, le gite da organizzare. Per tutto il tempo che riusciremo a sottrarre agli acciacchi, regaliamo le belle parole non dette, regaliamoci le follie di mezza estate. Negli occhi appannati dalla cataratta o forse solo da qualche lacrima di malinconia, sforziamoci di scorgere ancora la curiosità di conoscere, di sapere, di imparare, di insegnare. Serve almeno un po’ di ottimismo da lasciare in eredità. Allora, sì che ce la possiamo fare!”.

 

Aniello Palumbo

 

 

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