In nome del popolo?

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E’ quasi fisiologico che nella discussione politica, soprattutto sotto le elezioni, si torni a parlare di populismo. Da qui a febbraio in molte occasioni sentiremo gli attori politici – quando sapremo precisamente chi sono, per ora possiamo solo immaginarli – scambiarsi l’accusa di populista, di demagogo. Negli ultimi tempi, in fase di latenza del berlusconismo, il termine è stato usato contro il movimento di Beppe Grillo, reo quest’ultimo, come gli aderenti al suo schieramento, di agitare l’anti-politica. Se trovo giustificata l’accusa di un certo populismo, quella di antipolitica mi sembra ridicola, paradossale: chi interviene nello spazio pubblico della deliberazione per orientare i cittadini in un senso o nell’altro perciò stesso fa politica, che si mantenga dentro o fuori i tradizionali partiti o movimenti politici. Dare al movimento di Grillo (ma è poi suo o si sta emancipando dal padre/padrone?) l’epiteto di antipolitica è dunque una sciocchezza. L’accusa mi sembra nascere piuttosto dalla paura di dover rivedere profondamente la natura dei partiti che, tra novecento e primo decennio del duemila, hanno retto il gioco politico in Italia e in Europa. Il loro parziale fallimento, fallimento marcato soprattutto nel nostro paese, ha lasciato un vuoto di riflessione teorica sulla “forma partito” che è stata dapprima coperta dal leaderismo esasperato (i partiti con nome e cognome) poi esaltato dal movimento di Grillo, infine esasperato dall’astensionismo di massa, vedi le ultime elezioni in Sicilia. Si potrebbe parlare di un’inversione di tendenza con le primarie del centro-sinistra? Credo di sì, dando merito a Bersani che le ha volute e difese, ma è presto per capire se tutto questo apra a un nuovo modello di organizzazione. Vedremo.

Torniamo al populismo, che è poi l’altra faccia della crisi del modello politico tradizionale. E’ davvero un pericolo così grande? Sì, e vorrei provare a ragionarci anche riferendomi a un saggio, da poco pubblicato in Italia, di Tzvetan Todorov, I nemici intimi della democrazia. Per il sociologo, ungherese di nascita ma francese d’adozione, “populismo, ultraliberalismo, messianismi sono i nemici profondi della democrazia” e lo sono perché la democrazia – forse non il sistema politico perfetto, ma il migliore fino ad ora sperimentato – si regge sull’equilibrio delicato di più elementi, una volta travolto dalla dismisura, dal primato di uno sugli altri, entra in crisi. Non è all’esterno del mondo occidentale che dobbiamo cercare i nostri nemici, ma dentro le nostre frontiere. Il pericolo, secondo Todorov, e lì e si annida nei gangli vitali della vita sociale. In altri termini, quasi tutti gli elementi che formano la sostanza del sistema democratico se non si limitano nella relazione dell’uno con l’altro finiscono per innescare processi di dissoluzione dello stesso sistema democratico.

Alcune delle caratteristiche del populismo sono l’esaltazione acritica del popolo, ovviamente assunto come soggetto astratto, indeterminato e perciò stesso indefinito nella sua componente sociale, la celebrazione dei suoi valori, quasi sempre tradizionali e spesso venati di un certo nazionalismo se non di un sottile razzismo. Il populismo si è spesso accompagnato da promesse messianiche di liberazione e di emancipazione da ogni schiavitù, economica come politica, tanto più inaccettabili perché frutto di plutocrazie e poteri internazionali oscuri e dagli oscuri obiettivi. Infine il populista di fronte alla complessità del mondo contemporaneo propone “soluzioni facili ma irrealizzabili”. E lo fa perché ha un vantaggio non da poco: sfrutta al meglio, ovvero al peggio, la natura particolare dei media – luoghi più facili ai proclami che alle argomentazioni – e insiste continuamente sulle paure collettive, sovente create ad arte. Gli strumenti in mano al demagogo e al populista si sono moltiplicati con l’uso della rete che, percepita come luogo sottratto a qualsiasi controllo, di fatto si sottrae anche al controllo democratico, che è sempre un processo condiviso di limitazione del potere, di un potere.

Le scelte che siamo chiamati a compiere da qui a qualche tempo, per molto tempo tempo, sono difficili e impopolari, dovremo rinunciare a quote della nostra sovranità per dare senso al progetto europeo, debole ma l’unico che può contrastare il primato del sistema finanziario internazionale, che è all’origine della crisi; saremo chiamati a cambiare il nostro modello di vita e dovremo rivedere, al ribasso, la scala del nostro benessere per salvaguardare i livelli di civiltà che l’Europa ha raggiunto negli ultimi sessant’anni, quelli che ci hanno garantito crescita economica e pace. Ultimo ma non ultimo, dovremo pensare, declinando al futuro ciascun verbo dell’azione politica, alle prossime generazioni, alle quali già troppo è stato sottratto.

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