Alla ricerca del Tempio perduto, il Duomo tra storia ed attualità.

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di Massimo Panebianco

C’è un libro donato il 29 aprile 2011 all’allora Pontefice Benedetto XVI da parte di un trio di eccezionali curatori, che erano Giorgio Napolitano, all’epoca Presidente della Repubblica, insieme al Cardinale Gianfranco Ravasi e all’Ambasciatore presso la Santa Sede Antonio Zanardi Landi.

Quel volume, pubblicato in 500 copie, numerate e riservate, parlava di una grande Chiesa di Costantinopoli, il Duomo di Santa Sofia poi divenuto Moschea Azzurra. Quella storia esemplare può servire a spiegare anche l’attuale clima del Duomo Cattedrale di Salerno nella fase di incomprensione e di smarrimento da molti avvertita e lamentata con sofferenza crescente, puntualmente registrate dalla stampa locale e non solo.

 

Il dono del 29 aprile 2011 concerneva la prima traduzione italiana di una famosa opera di Papa Pio II, ritiratosi alla fine del suo Pontificato nel convento di San Ciriaco di Ancona, nella speranza di creare un ponte tra il mondo cristiano ed il mondo islamico. La Chiesa della sofferenza era quella nella quale nell’antica Basilica costantinopolitana, al Duomo romano si era contrapposta la Moschea a cielo aperto. Il libro come è noto è quello di Enea Silvio Piccolomini, accompagnato ad Ancona dal suo Vicario Pontificio, il Cardinale germanico Nicolò Cusano, da 10 anni Vescovo di Bressanone.

Da allora tutte le Basiliche romane hanno giustapposto il Duomo alla piazza, in San Pietro di fronte al colonnato del Bernini, in San Giovanni di fronte alla facciata lateranense, in San Paolo fuori le Mura dinanzi al chiostro dei Frati. Chi è abituato alla grandiosità delle piazze e dei chiostri antistanti le grandi Basiliche, forse non può comprendere appieno il pre-esistente modello del Duomo romanico di Salerno e del suo atrio antistante a cielo aperto.

Il punto di unità architettonica del Duomo salernitano sta appunto nella congiunzione tra spazi coperti e spazi scoperti, lungo la linea divisoria rappresentata dall’immagine bi-fronte collocata sul portale dove Matteo, il Santo venuto da Oriente, guarda a mezzogiorno il popolo dell’atrio trovato in Occidente. Ritrovare l’unità spirituale del Tempio perduto, tra popolo del Presbiterio e popolo del Dio a “cieli coperti”, significa indicare una strada percorribile nelle difficoltà spirituali, politiche ed economiche del periodo presente. Salerno è divenuta, senza dubbio, una città europea e fortemente occidentalizzata, ma sta smarrendo il senso del messaggio del suo Protettore Matteo, Apostolo venuto da lontano.

Va respinta con fermezza la tendenza di molti osservatori, concentrati in una sorta di neo-Guiscardismo laico, molto sensibile alla grande scritta di Roberto il Guiscardo collocata all’esterno dell’edificio ecclesiale, ove l’antico principe salernitano rivendicava il merito di aver sconfitto gli Imperatori di Oriente ed Occidente.

Guardiamo, infine, tutt’insieme per evitare il rinnovarsi di episodi irripetibili. Salerno merita di essere divenuta una città europea a metà tra Occidente ed Oriente. È quello che esattamente risulta scritto nel libro-dono del 29 aprile 2011, intitolato non a caso “De Europa”, con spirito lungimirante e profetico, offerto dai tre curatori alle riflessioni dei salernitani europei di ieri e di oggi.

Massimo Panebianco

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