Grassetto e sottolineato: Stereotipo, modo di dire, luogo comune.

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Seconda serata del 63esimo Festival di Sanremodi Gianso2015

Nell’uso comune della nostra lingua spesso, per esprimere un concetto, si ricorre a frasi fatte o, peggio ancora, si ricorre a citazioni più o meno dotte, con il rischio di scivolare e cadere su banalità trite e ritrite di indubbia efficacia.

Ma se è vero, come molti sostengono, che le frasi fatte sono cazzate che vengono pronunciate su un argomento di cui non si conosce il contenuto o quando non si può (o non si vuole) restare zitti, diversi sono gli stereotipi, i modi di dire o i luoghi comuni.

Partendo dallo stereotipo (fonte wikipedia) esso non è che la visione semplificata e largamente condivisa su un luogo, un oggetto o un avvenimento o un gruppo di riconoscibile di persone accomunate da certe caratteristiche o qualità. Si tratta di un concetto astratto e schematico che può avere un significato neutrale, positivo o negativo e, in questo caso, rispecchia talvolta l’opinione di un gruppo sociale riguardo ad altri gruppi.

Il luogo comune, invece, è un’opinione   (non necessariamente “vera”) o un concetto la cui diffusione, ricorrenza o familiarità ne determinano l’ovvietà o l’immediata riconoscibilità. Oltre a non essere stabile nel tempo, la diffusione di un luogo comune non è necessariamente omogenea nella popolazione: può infatti essere limitata a gruppi in base a culture, interessi, professioni, orientamenti politici.

Con/modo di dire/o, più tecnicamente/,/locuzione/o/espressione idiomatica//si indica generalmente un’espressione convenzionale, caratterizzata dall’abbinamento di un significante fisso (poco o niente affatto modificabile) a un significato non composizionale, cioè non prevedibile a partire dai significati dei suoi componenti. Espressioni come/essere al verde//, /essere in gamba/,/prendere un abbaglio/,/tirare le cuoia//non significherebbero nulla se considerate solo come somma dei significati dei loro componenti.

E veniamo ad alcuni esempi: uno stereotipo è immaginare il Natale con la neve e il caminetto acceso, “a babbo morto” è invece un modo di dire che trae origini dal periodo in cui, per onorare debiti anche di gioco, spesso si era costretti a contrarre debiti presso gli usurai i quali erano consapevoli di dover aspettare, per poter rientrare in possesso del loro credito, tantissimo tempo fino a quando il babbo del debitore, passando a miglior vita, lasciava l’eredità al rampollo che solo così poteva onorare il debito; “Non ci sono più le stagioni” è un luogo comune anche se le stagioni esistono eccome: d’estate fa caldo e d’inverno fa freddo come sempre; in primavera si risveglia la natura e in autunno cadono le foglie dagli alberi, ieri come oggi.

L’uso di questi strumenti, se fatto con intelligenza e cognizione di causa,  consente a quanti “lavorano” con la parola di apportare quel valore aggiunto al loro lavoro differenziandoli, nel bene come nel male, dagli altri.

Un esempio di ciò è l’intervento della signora Luciana Littizzetto che, durante una recente trasmissione televisiva, ha fatto ricorso ad uno stereotipo, o forse ad un modo di dire, o forse ancora ad un luogo comune, per dimostrare che popoli ritenuti civili proprio civili non si sono dimostrati, al contrario di altri.

Mi riferisco alla vandalizzazione  di una fontana storica di Roma ed allo stupore nell’apprendere che gli autori erano civilissimi olandesi, mica napoletani …

Ma forse la signora Littizzetto, pur conoscendo stereotipi, luoghi comuni o modi di dire, ha semplicemente utilizzato una frase fatta, ovvero ha semplicemente detto, non volendo o potendo stare zitta, una cazzata  pronunciata su un argomento di cui, probabilmente, non conosce il contenuto.

Molte volte le frasi fatte possono essere di grande aiuto, occorre solo un po’ di cervello  per sapere quando utilizzarle al meglio e quando no. Il problema è che chi ha cervello non ha bisogno di frasi fatte e viceversa.

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