Scuola, il triste giorno delle bocciature e dei debiti.

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img494E’ sempre un giorno triste la fine di un anno di scuola , quella con la “S” maiuscola, quando dopo le promozioni, scatta il momento della consegna di pagelle ai respinti e di lettere alle famiglie per comunicare le insufficienze scolastiche.

E’ triste, perché tutti vorremmo promuovere, festeggiare la fine dell’anno scolastico andando serenamente in vacanza, studenti e docenti. Invece nella logica della vita non è tutto garantito e scontato.

Certamente occorre valutare, distinguere, far capire ai nostri studenti che “la bocciatura”, l’invito a recuperare per sostenere una prova suppletiva, fuori tempo massimo, in questa nostra vita serve, è importante, aiuta a crescere, matura.

Certo tutto verissimo, ma resta l’amarezza, quella del dubbio : “avrei potuto lavorare meglio, seguire di più quel ragazzo, insistere perché non mollasse prima del tempo scaduto. Il dubbio ? Sì, il dubbio, quello che appartiene a molti di noi , che nonostante tutto si interrogano, e non solo interrogano a scadenze comandate gli alunni. Quel dubbio che ti fa discutere fino a tarda sera nei consigli di classe, spesso ti fa rabbia, ti innervosisce, perché avresti potuto anche tu far di più e meglio. Sì , proprio così, siamo noi docenti che ci autovalutiamo ogni fine anno bizantino (che per noi corrisponde a quello scolastico e non solare) , ci mettiamo in discussione, anche se molti non lo credono.

Ci confrontiamo animatamente prima di decidere se ammettere, non ammettere o sospendere il giudizio, che significa in termine mutuato dall’economia “ dare debiti”. Eppure il debito dovrebbe corrispondere ad un bisogno o a un deficit, non ad una punizione o ad una scorciatoia che eviti la bocciatura. Ma come vivono tutto ciò i nostri studenti, le loro famiglie? Spesso si rassegnano all’idea di essere tutti dei perdenti, a cui è negata la possibilità di continuare gli studi, di intraprendere percorsi difficili e accidentati, altre volte si disperano inveendo contro il sistema scuola, contro i prof, contro il mondo intero.

In pochissimi casi i familiari sono consapevoli della svogliatezza dei ragazzi, della loro superficialità, oppure delle loro oggettive carenze nel metodo di studio, nelle competenze, nell’impegno costante e continuativo che lo studio richiede.

Il giorno triste ripete ogni anno la sua ritualità dividendo reazioni ed azioni di studenti e genitori in questa svariata tipologia psico-sociale che mette in crisi la scuola, sempre quella con la “S” maiuscola, quella Scuola che si interroga, si chiede continuamente perché e come migliorare se stessa, con umiltà, tentando di valutare non solo gli apprendimenti, ma la relazione apprendimento- insegnamento il più oggettivamente possibile.

Impossibile restare distaccati di fronte al pianto, all’angoscia, alla rabbia, di chi anche se anche si aspettava la bocciatura o i bruttissimi debiti, resta ogni volta deluso prima da se stesso e poi da tutto il resto. Oppure resta convinto di aver subito un’ingiustizia, un accanimento feroce.

Cosa resta a fine serata di un giorno così triste? Il rimpianto, quello del tempo, quello di chi tra noi, che bevendo l’ultimo caffè della serata , trascorsa ancora una volta a scuola, ad estate ormai arrivata, scorre veloce, ci travolge, ci sconvolge ogni anno di più.

Sì perché anche se molti non ci crederanno noi prof soffriamo insieme ai nostri ragazzi, la difficoltà, il disagio delle parole non dette, degli sguardi sfiorati, che vorremmo anche in questo giorno triste trattenere per sempre con noi, per abbracciarli in silenzio, sentirli più vicini e meno lontani.

Per poi rincontrarli tra vent’anni, padri, madri, uomini e donne e sentirci dire un “grazie”, nonostante tutto, per aver condiviso ore e ore di lezione, ore e ore di compiti in classe, di interrogazioni, di riunioni, conferenze, convegni in un’aula magna oggi vuota e senza senso, il senso del sapere che rende “magna” un’aula come un banco, che se vuoto non ha senso.

E comunque domani sarà un giorno meno triste, perché dopo aver asciugato le lacrime e aver leccato le ferite , ognuno di noi sarà più sereno se vi ringrazierà per averci riempito la vita e non solo il lavoro, di dubbi, domande, perché, che ancora ci trovano al tramonto a parlare di voi tra noi, forse per sentirci meno soli e un po’ più giusti.

Gilda Ricci

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