Il culto della Madonna nel territorio cilentano.

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di Pasquale Martucci

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La Madonna piangente vestita a lutto ed in cerca del Figlio incontra San Pietro che la invia a casa di Pilato. Maria chiama il Figlio e lo invita ad aprire la porta. Questi legato chiede dell’acqua, ma i pozzi si sono essiccati. Allora dice: “Mamma, va’ dai fabbri e di’ loro di usare ferri e non chiodi, di farli sottili perché devono conficcarsi nella mia carne delicata”. La Madonna riferisce ai fucinieri che rispondono: “Li faremo più grossi, li faremo di tre chili ognuno, per fargli avere morte e passione”. La Madonna cade a terra, è quasi morta. “Accorrete gente che Maria è caduta e la vogliamo aiutare!”, grida la folla. Maria sente le percosse inflitte al figlio: “Oh Figlio mio flagellato, mi chino alla terra ma non ne prendo vita: nessuna madre muore per un figlio, nessuna madre muore per dolore!”. (1)

 

Il ricorso alla Madonna è frequente: il suo culto è importante in quanto Maria è la donna, la madre che ha generato il figlio; è il simbolo che la dottrina ha conferito a lei quale rappresentante di tutte le donne. Le fu dedicato il mese di maggio nel 1725, quando il gesuita Dionisi pubblicò il libro: “Mese di Maria”, suggerendo di compiere azioni devozionali davanti un altarino attraverso preghiere, doni e l’offerta “del proprio cuore alla Madre di Dio”. (2)

Nel territorio è di rilievo il culto delle sette Madonne unite da un legame di sangue, che fino a poco tempo fa ha ispirato molte leggende. La credenza delle sette sorelle è riconducibile alla simbologia riguardante il numero sette, considerato anche dal Cristianesimo particolarmente importante. Alcuni Vangeli Apocrifi narrano di Anna che dopo sette mesi partorì una bimba: “trascorsi poi i giorni necessari, Anna si purificò, diede la poppa alla bimba e poi le pose il nome di Maria”. Il numero sette (i mesi) ed il ventuno hanno un preciso significato: se il sette è anche l’ultimo giorno della Genesi, “indica un ciclo compiuto ed un rinnovamento positivo”, il ventuno è la perfezione in quanto risultato della moltiplicazione del sette con il tre (attributi della Sapienza). (3)

Ma il sette è anche il numero de: I sette dolori della Beata Vergine Maria (oggi la ricorrenza si chiama Beata Vergine Maria Addolorata). Essi sono: “la morte del Figlio”, “la fuga in Egitto”, “la scomparsa di Gesù per tre giorni fino al ritrovamento nel tempio”, “il viaggio del Cristo con la croce fino al Calvario”, “la Crocifissione con l’addio sulla croce”, “il momento in cui il Figlio è staccato dalla croce” e “la sepoltura”. (4)

Inoltre, il valore del numero sette è universale: sette sono i giorni della settimana, sette i pianeti, i colori dell’arcobaleno, i gradi della perfezione. Il sette poi simboleggia un ciclo completo chiuso associando il quattro (punti cardinali) e il tre (simbolo del cielo). Il sette è anche l’uomo (tre l’anima e quattro il corpo); infine, il sette è il giorno della pienezza e del riposo (Dio si riposò il settimo giorno). (5)

Le Madonne più importanti dell’intero Cilento sono tante, anche se i Santuari ancora oggetto di pellegrinaggio si sono ridotti a causa sia di una perdita del valore del culto che del pericoloso abbandono cui versano le strutture. Il Santuario però ha sempre rappresentato per il pellegrino un alto momento di fede e di profonda libertà interiore. Quando la gente partiva per i Santuari camminando a volte per giorni e notti, pernottando all’addiaccio con il poco cibo raccolto in un grande fazzoletto, si riscontrava un’intensa commozione: “agli occhi di chi non poteva partire sgorgavano abbondanti lacrime ad indicare la compartecipazione al grande avvenimento”. Le immagini della Madonna portate al ritorno erano il segno “di un momento di grazia intensamente vissuto e del quale si voleva rendere compartecipi gli altri”. (6)

E’ sempre esistita una profonda devozione per Maria: dal 1850 al 1915 nel territorio cilentano “vi erano ben 56 tra chiese, cappelle ed altari, che ricordavano l’Annunciazione di Maria”. Nel VI secolo, a Paestum ci si riuniva nel tempio di Cerere, trasformato in chiesa cristiana e nell’attigua “Basilica paleocristiana dedicata a Maria” (V secolo). Nella stessa Velia, tra le prime città della Magna Grecia che ascoltavano il Vangelo, i cristiani “si riunivano presso la famiglia romana dei Gavino”. E la stessa Basilica Paleocristiana, attigua alla villa romana dei Gavino, conservava il corpo dell’Apostolo Matteo; la Cattedrale di Salerno dove fu poi trasferito il corpo del santo era dedicata a Maria. Maria Odegitrìa fu la protettrice dei monaci italogreci che portavano sempre con sé una piccola icona della Vergine. (7)

L’invocazione alla Madonna, quale figura mediatrice dell’incontro con Dio, appartiene al V secolo, al Concilio di Efeso che definì Maria, madre di Dio. Si aggiunsero in seguito altre preghiere portate da una nuova ondata di monaci. Infine, nella fase “cenobitica”, gli abati “mostrarono la loro corale devozione per la Vergine, designando quale eponimo delle loro chiese e dei loro cenobi il nome di Maria”. (8)

La più antica chiesa, sorta nella zona nel IX secolo, fu proprio dedicata alla Madonna: il Cenobio di Santa Maria di Pattano. Pellegrini da tutti i paesi convenivano in quel luogo, persino da Policastro e da posti lontani. Nei secoli X e XI tante furono le chiese in onore di Maria: a Castellabate, Torricelle, Capaccio, Trentinara; più tardi a Rofrano, sul Monte Stella, ad Agnone Cilento e Castel S. Lorenzo. I primi Santuari si collocano intorno al X secolo. Quello del Monte Gelbison conserva la statua della Madonna seduta con il Bambino. Si tratta di un tipo di statua orientale: per questo motivo è attribuibile ai monaci italogreci la stessa realizzazione del Santuario. Esso costituisce il vertice di una triangolare cintura di Cappelle e Santuari che racchiuse tutto il retroterra dell’antica città pagana di Elea. La cintura doveva dissacrare templi ed edicole che si trovavano sulla vetta della Civitella o sul colle di Catona. (9)

Nel X secolo sorsero anche altri cenobi, cui però furono attribuiti eponimi di Santi orientali. Tra il XII e il XIII secolo iniziano le prime composizioni pittoriche di cui un esempio importante è costituito dalle decorazioni della chiesa di Pattano, con la centrale figura di Maria nell’abside della chiesa, oggi detta di San Filadelfo. Gli artisti che si cimentarono in queste raffigurazioni, pervasi da profonda fede, cercavano di trasferire “l’adorazione del Cristo, lo splendente Signore del Mondo e la Venerazione per la Mater Dei che sempre concupiva il cuore degli uomini”. (10)

Nel XII secolo viene diffusa l’Ave Maria e nel 1221 la preghiera del Rosario, la cui stesura definitiva fu del domenicano De Laroche, nel XV secolo.

Il culto di Maria dal 1500 cominciò a differenziarsi a seconda dei titoli con cui era chiamata: Santa Maria degli Eremiti (San Mango), Santa Maria di Cardunabili (Agropoli), Santa Maria della Speranza e del Perpetuo Soccorso (Altavilla Silentina), Santa Maria Stella Maris (Castellabate), Santa Maria Apparenta (Cicerale), Santa Maria de Coelo (Laurino). (11)

I titoli di Maria venivano modificati solo nel caso di costruzione ex novo di chiese e di abbandono di cappelle e altari per estinzione delle famiglie che li avevano eretti. I culti della Madonna furono estesi in seguito in tutta la cristianità. Le Madonne ricorrono in tante località. Le principali: Santa Maria degli Angeli (16 paesi); Natività di Maria (11); Madonna di Loreto (20); Vergine del Carmine (50); Madonna dell’Arco (11); Vergine Dolente (42); Vergine di Costantinopoli (43); Santa Maria di Nives (17); Madonna dell’Assunta (35); Madonna dell’Immacolata (20); Concezione di Maria (34); Vergine della Pietà (27); Madonna del Soccorso (17). (12)

Alcuni studiosi hanno cercato di ricondurre alle sette Madonne il modo di aggregare “un’area culturale omogenea”. Si tratta della visibilità da una certa prospettiva di una serie di Santuari (per l’appunto sette) o meglio della consapevolezza che esistono, che servono quasi a proteggere le popolazioni dalla presenza delle avversità per la loro collocazione sulle vette di monti e colli. (13)

Le Madonne considerate, anche se di Santuari ne esistono molti altri, sono: la Madonna del Sacro Monte (Novi Velia-Monte Gelbison); la Madonna del Granato (Capaccio-Monte Calpazio); la Madonna della Stella (Sessa C.to-Monte Stella); la Madonna della Neve (Piaggine, Sanza-Monte Cervati); la Madonna della Pietrasanta (S. Giovanni a Piro-Monte Pietrasanta). La Madonna della Civitella (Moio della Civitella-Monte Civitella) e la Madonna del Carmine (Catona-Monte del Carmine) costituiscono le restanti Madonne, anche se il loro culto, ormai poco praticato, è limitato a poche manifestazioni religiose. (14)

Di seguito, riporto esempi devozionali della Madonna del Sacro Monte (Novi Velia-Monte Gelbison) e della Madonna della Stella (Sessa Cilento-Monte Stella).

Il fascino del Monte Gelbison è reso ancora più grande dalla presenza del Santuario e dall’influenza spirituale che ha sempre esercitato sulle genti. Grande richiamo infatti è quello del pellegrinaggio che si svolge in un periodo abbastanza lungo e vede coinvolte popolazioni variegate che si recano in gruppi. Gelbison in arabo significa Monte dell’Idolo: Gel (Monte), is (residuo dell’articolo) e son (idolo). Questo nome richiama i Saraceni che saccheggiarono le nostre coste tra l’800 e il 1000. Il Santuario esisteva intorno al mille e la fondazione è attribuibile ai monaci per due ragioni: “una nicchia scoperta dai pastori è rivolta verso oriente” (era il modo di fare degli asceti che provenivano da quelle regioni); la statua della Madonna che ha caratteristiche orientali. (15)

Una leggenda relativa alla Madonna di Novi Velia è quella della fondazione.

Sul Monte si stava costruendo la statua dedicata alla Madonna nel luogo dove oggi è la fontana di Jome Friddo. Tutto ciò che veniva costruito di giorno veniva abbattuto di notte. Una domenica mattina alcuni pastori videro la Madonna che diceva: “Chi vuol vedere Maria sopra al Monte deve salire!”. Andarono sulla montagna e la trovarono seduta sopra un faggio. E proprio sul tronco di un faggio è stata scolpita la sua statua. (16)

Le grazie che si chiedevano alla Madonna erano molte, anche se poi erano seguite dalla negazione dei segni devozionali.

Una donna aveva una figlia sordomuta. La condusse al santuario dove invocò la guarigione della figlia e portò una giovenca in sacrificio. Durante la celebrazione della messa avvenne il miracolo. La donna ritornando in paese ebbe l’ardire di affermare: “Ho avuto la grazia, ma ho anche dato la giovenca!”. Quando giunse a casa trovò la giovenca legata nei pressi dell’uscio e notò che la bambina era ritornata come prima. (17)

Qualche anno fa una famiglia molto devota, che si recava periodicamente al Santuario facendo doni alla Madonna, riceve dopo tante invocazioni la possibilità di un trapianto per il figlio, da anni in attesa di un donatore. Il ragazzo è operato e recupera le sue forze. E’ una grande festa: viene offerto in sacrificio un agnello. La processione al Santuario è a piedi e sono coinvolti familiari ed amici. Lungo il percorso non si contano le invocazioni e i canti alla Madonna. (18)

Il Monte della Stella un tempo era conosciuto come Monte Cilento e ai tempi di Roma su di esso fu fondata la Città di Petilia. Gli abitanti di questa città (siamo intorno al Mille), dinanzi alle distruzioni saracene, furono costretti a fuggire e si fermarono in località Sirignano (in seguito San Mauro). Un monaco costruì su quel monte una cappella (S. Maria della Stella), detta comunemente ‘a Maronna ra Stella. Nel 1444, Angelo Sambato ebbe l’autorizzazione a ritirarsi in eremitaggio sul Monte e la consegna della piccola cappella. I padri carmelitani tennero la chiesa in custodia fino al 1807, quando la stessa fu incorporata nei beni dello Stato. Dal 1820 la chiesa passò dalla famiglia Del Giudice a Pompeo Lebano e, infine, ai fratelli De Feo di Omignano che, dopo aver rifatto la statua, la tennero con sé per preservarla da atti vandalici. La chiesa è situata a m.1131 di altezza ed è composta di una sola navata ampia e alta ma priva di infissi. Nel muro orientale della navata, ad un’altezza di circa quattro metri si trova una nicchia dove era conservata la statua della Madonna. (19)

Anticamente, quando la statua restava nella chiesa, molti pellegrini a piedi si recavano sul Monte preceduti da un quadro pesante con l’immagine della Madonna, portato in testa dalle donne e seguito dalle cente in ex voto alla Madonna per grazia ricevuta o da ricevere. Vi era poi il rito del trasporto della statua dalla casa della famiglia De Feo alla Stella. Giunti sulla vetta, prima di recarsi in chiesa, occorreva percorrere nove giri intorno al tempio, cantando inni alla Madonna. In chiesa, le donne approntavano l’altare e sistemavano la statua nella nicchia in mezzo ai fiori. Sia davanti al Santuario che durante l’ascesa al Monte, nei tratti pianeggianti e presso le sorgenti, si effettuavano una serie di riti e di manifestazioni che rappresentavano una commistione di sacro e profano: accanto ad immagini e oggetti sacri si vedeva la presenza di “zufoli, tamburi, danze, libagioni e pratiche propiziatorie”. (20)

L’aspetto propiziatorio si concretizzava nello sfregamento del ventre da parte delle donne sulla preta ru mulacchio, oppure nel rito della preta ‘nzetata. Sul Monte, si trova un poggio che si affaccia su uno strapiombo di circa otto metri. Perpendicolare ad esso vi è una roccia in cui è situato un buco naturale di circa venti centimetri di larghezza ed altrettanti di profondità (‘a preta ‘nzetata). Le donne raccoglievano nove piccole pietre e da una distanza di circa dieci metri le lanciavano nel buco. Per ogni pietra non centrata c’era da aspettare ancora un anno prima di sposarsi. I rituali in funzione della fertilità erano quelli più in uso: c’erano poi manifestazioni che simbolizzavano la rinascita (le sorgenti d’acqua), la liberazione dalla negatività (l’ascesa per ripidi crinali). (21)

Quelle forme rituali rappresentavano la vita, sia che si trattasse di un matrimonio, oppure della procreazione, o ancora della liberazione da un male che potesse attentare all’esistenza umana. E tutte quelle manifestazioni di fede erano proprio rivolte alla Madonna, a colei cui rivolgersi per dare senso ai propri limiti, per affidarle la comunità che sulla religione popolare, sul mistero, sulla sacralità, sulla speranza e sulla carità ha sempre fondato il senso della vita, la quotidianità e la propria storia, cultura ed identità.

 

Note:

 

  1. Si tratta di una sintesi del “Canto della Madonna”, un’importante lode, praticata sulla Civitella, caratterizzante il dolore e il pianto di una madre per il figlio: Domenico Fiore, intervista, Capaccio, 27 marzo 1999; Pietro Carbone, interviste, Cannalonga, 7 agosto 1996 e 30 gennaio 1999. Cfr.: P. Martucci, A. Di Rienzo, 1999, “Il sacro e il profano”, Ed. Studi e Ricerche, pp. 54-55.
  2. A. Cattabiani, 1988, “Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno”, Rusconi Libri, p. 225.
  3. Ivi, p. 284.
  4. Ivi, p. 290.
  5. C. Pont-Humbert, 1997, “Dizionario dei simboli, dei riti e delle credenze”, Editori Riuniti, pp. 207-208.
  6. S. Della Pepe, intervento al “Congresso Mariano”, Vallo della Lucania, anno 1987-1988.
  7. P. Ebner, intervento al “Congresso Mariano”, Vallo della Lucania, anno 1987-1988.
  8. Ivi.
  9. Ivi.
  10. Ivi.
  11. Ivi.
  12. Ivi.
  13. Cfr.: A. La Greca, 1993, “Guida del Cilento. Il Folklore”, Edizioni CPC, p. 101; P. Martucci, A. Di Rienzo, “Il sacro e il profano”, cit., p. 58.
  14. Cfr.: P. Martucci, A. Di Rienzo, “Il sacro e il profano”, cit. p. 58.
  15. C. Troccoli, intervento al “Congresso Mariano”, Vallo della Lucania, anno 1987-1988.
  16. Angiulina Guzzo, intervista, Novi Velia, 17 luglio 1996.
  17. Annamaria Iannuzzi, intervista, Novi Velia, 25 novembre 1998.
  18. Nellina Guzzo, intervista, Novi Velia, 25 novembre 1998.
  19. F. Dentoni Litta, 1986, “Antiche tradizioni del Cilento”, Edizioni CI.RI. Cilento Ricerche, pp. 62-63.
  20. De Marco, 1994, “Il Monte della Stella nel Cilento Antico”, Edizioni CPC, p. 35.
  21. Ivi.

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