Via, sulle navi

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Ci fu un tempo in cui abbiamo tagliato i ponti per iniziare un viaggio senza ritorno. Nessun ritorno, nessuna nostalgia. Un viaggio per mare aperto imparando a conoscere le onde, il colore delle acque, gli aromi del vento, il suono della notte. Un viaggio come un esodo che si è lasciato dietro le cose care e il calore degli affetti.

Alla ricerca di una via da percorrere, ancora, più che di un porto sicuro e di una terra che ci accogliesse tranquilla.

Abbiamo seguito l’invito perentorio di Nietzsche “via, sulle navi”.

Abbiamo lasciato la terra e ci siamo imbarcati sulla nave! Abbiamo tagliato i ponti alle nostre spalle – e non è tutto: abbiamo tagliato la terra dietro di noi“.

Dei tanti nomi che gli abitanti del Mediterraneo hanno dato al mare, abbiamo scelto l’oceano, infinito e inesplorato. Che ci tiene e ci chiama, da cui veniamo tutti e dove tutti finiamo.

“Guardati innanzi! Ai tuoi fianchi c’è l’oceano: è vero, non sempre muggisce, talvolta la sua distesa è come seta e oro e trasognamento della bontà. Ma verranno momenti in cui saprai che è infinito e che non c’è niente di più spaventevole dell’infinito”.

Nessun mare come elemento salato, nessuna pura estensione di spazio, nessun mare che unisce soltanto.

Eppure, siamo legati a questo mare tra le terre, questo medi-terraneo che amiamo. Dove sappiamo essere il meglio di noi, di ciò che siamo stati e che torneremo a essere. Dove l’accento scivola dall’acqua e si sposta sulla terra, sulle terre, sui popoli, sulla storia.

Il compito, oggi, è tornare alle navi, a capire le correnti, a seguire le rotte dettate dagli astri.

Ancora, come un tempo, con Lukacs: “Felice il tempo in cui sono le stelle a segnare il percorso del nostro cammino”.

È questo il tempo della politica senza nostalgia, ma con la sacca piena del tempo trascorso, delle antiche sapienze, della memoria delle vittorie. E delle tante sconfitte. Della politica e della ricerca del nuovo. Che è tale perché difficile da trovare. Perché è l’inaudito e lo scandaloso, l’irregolare e il meraviglioso.

Se sapremo essere degni della febbre del viaggio, se sentiremo, sempre, negli orecchi risuonare quel “via, sulle navi”, se il rischio della scoperta l’avrà vinta, sempre, sulla tranquilla beatitudine delle certezze, le terre che toccheremo non saranno per noi come una gabbia che uccide la libertà.

“Oh, quel misero uccello che si è sentito libero e urta ora nella pareti di questa gabbia! Guai se ti coglie la nostalgia della terra, come se là ci fosse stata più libertà – e non esiste più ‘terra’”.

Perchè queste terre saranno segnate da noi, dai nostri bisogni. E dai sogni che da sempre una intera umanità coltiva, per una vita piena e giusta. Di eguali.

E quando la terra sarà abitata da noi come la nostra casa, guarderemo dalla riva con rimpianto le onde spumose. Pronti sempre a saltare sui legni e rispondere al richiamo della ricerca del nuovo… alle navi, alle navi, ancora a saggiare il soffiare del vento, guardando le stelle. Sopra di noi.

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