“Chi ama non uccide: i reati contro le vittime vulnerabili”. Il Sostituto Procuratore Giovanna Lerose al ”Rotary Club Salerno  Picentia”.

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 “Durante la pandemia, soprattutto nel periodo di marzo 2020 si è avuto un picco dei casi di femminicidio: 38 in un mese. Purtroppo la pandemia ha avuto il suo effetto negativo principalmente sulla  paura delle donne  di sporgere denuncia per vari motivi: trovarsi senza una casa, un sostentamento economico, non sapere dove portare i propri figli”.  A confermare che il fenomeno della violenza sulle donne è aumentato durante il periodo della pandemia, è stata la  dottoressa Giovanna  Lerose, Sostituto Procuratore presso il Tribunale di Lagonegro, con delega in materia di reati contro le vittime vulnerabili (fasce deboli), durante l’incontro organizzato su piattaforma dal “Rotary Club Salerno Picentia”, presieduto dall’ingegner Antonio Vicidomini, al quale hanno partecipato numerosi  alunni dell’Istituto Nautico Giovanni XXIII di Salerno, diretto dalla dottoressa Daniela Novi, coordinati dalla professoressa Virginia Corvino, socia del Club.

La dottoressa Lerose, ha spiegato che nella categoria delle fasce deboli non rientrano solo le donne e i minori: ”Ci sono anche i portatori di handicap, gli immigrati, le vittime delle tratte e delle mafie”. Il magistrato salernitano ha spiegato che le violenze sulle donne e sui minori si consumano prevalentemente nell’ambito delle mura domestiche: ” Molto spesso il soggetto abusante, violento, è anche un soggetto alcoldipendente, o tossicodipendente o ludodipendente” e che la violenza non è un  monopolio soltanto del maschio:” Esistono donne violente, figli  violenti contro  i genitori, o minori violenti contro  altri minori”.  La dottoressa Lerose ha  spiegato che la stima del numero di  donne uccise in  seguito a violenza domestica  è drammatica:” Fa più vittime della mafia:  da un rapporto Istat del 2006, che per la prima volta registrò  il fenomeno della violenza sulle donne,  emerse che le donne con un’età compresa tra i sedici ai settant’anni,  che  avevano subito violenza almeno una volta nel corso della loro vita, erano il 31 % del totale delle donne italiane: circa sette milioni in un anno. Di queste solamente il 6% aveva sporto denuncia: per paura di non essere credute o per aver vissuto la violenza subita come un fatto di cui vergognarsi.   Questo rapporto è stato confermato anche nel 2014”. Il Sostituto Procuratore ha spiegato che la violenza si manifesta in maniera graduale:”  Il ciclo della violenza, nella maggior parte dei casi, non si consuma  in maniera istantanea, ma si articola in una progressione di condotte:  partendo dalla costruzione della   tensione sulla vittima fino all’atto della violenza. Il soggetto abusante non agisce in base ad un raptus di follia, ma in base ad un codice di valori che nasce dalla convinzione che la vittima ha deviato da un codice morale ed etico stabilito da millenni e che quindi lui, l’aggressore, ha avuto ragione di agire in quel modo perché ha semplicemente ristabilito un ordine violato: la supremazia indiscutibile del genere maschile a cui la donna deve sottostare. Questo humus culturale è profondamente radicato nelle coscienze, anche delle donne, e si fa fatica a cambiarlo: è importante creare un nuovo modello culturale,  i giovani possono aiutarci a  cambiare l’attuale assetto delle relazioni tra i generi”. (Pubblicato su “Il Quotidiano del Sud” edizione di Salerno).

Aniello Palumbo

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