A PROPOSITO DI… ESAMI DI STATO

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Davanti alle scuole capannelli di alunni che discutono: c’è chi piange, chi impreca, chi recrimina, quasi nessuno gioisce se non perché lo strazio è finito.

Nelle aule le commissioni: docenti interni ed esterni chiamati a valutare, ad ascoltare, a mettere voti forse importanti o inutili, chissà.

A casa genitori preoccupati, a volte alla ricerca della segnalazione, a volte pronti a sparare a zero sulle ingiustizie che si stanno per perpetrare.

Insomma cui prosunt questi esami?

A quanto pare a nessuno.

I docenti che quindici giorni prima hanno scrutinato i propri alunni devono indossare strane maschere da commissari capaci di valutare in modo oggettivo, eppure salvaguardando gli equilibri già costituiti: una missione impossibile per quattro soldi e molte tensioni. Giudicano i ragazzi o il loro lavoro? Tornano a chiedere ciò su cui hanno già interrogato come se avessero di fronte perfetti estranei….

I commissari esterni sono invece chiamati a giudicare in un’ora ragazzi mai visti prima, e a volte si danno il tono dei duri inflessibili esaminatori, come se quelli che hanno di fronte non fossero ragazzi come i loro studenti, come se i colleghi con cui si confrontano fossero i veri candidati al giudizio implacabile.

La scuola si esamina in una liturgia senza senso, ibrida, che causa un enorme spreco di energie, professionalità e soldi che potrebbero essere molto più utili, se impegnati nelle tante necessità che affliggono il sistema scolastico italiano.

E poi tra un mese altri test, altri esami, come se l’Università non credesse al lavoro svolto dai docenti e dagli alunni delle Superiori, così da richiedere un’ulteriore verifica.

Ma non sarebbe più logico dare un punteggio finale all’atto dello scrutinio dell’ultimo anno? I docenti sono pubblici ufficiali che garantiscono la legalità del percorso e il rispetto dell’uniformità dell’istruzione in tutto il Paese. Se questo è vero, perché allora la scuola si ri-giudica e gli alunni ripetono quanto fatto fino a pochi giorni prima, in condizioni che con l’educazione e la significatività culturale non hanno nulla a che vedere?

Qualcuno dice che bisogna assicurare il valore legale del diploma, ma forse andrebbe assicurato il valore culturale dei cinque anni di Scuola superiore, dando peso a chi questi ragazzi li guida, li istruisce, li educa senza ulteriori estenuanti verifiche nozionistiche.

Se la scuola non ha fiducia in se stessa, come può pretendere che la società creda in lei?

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