Il «Sesso debole» (sesta puntata)

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Prima del secolo XII i suoi vestiti erano di un’eleganza sobria, quasi castigata. Nel corso del secolo la «tunica» e la «socca» furono sostituite da «gabbani», «barilotti», «pellande»> di seta, di lana, dì velluto con rifiniture di oro e di argento. Poi, finalmente, giunse anche a Milano la «cipriana» francese e sbarazzina, dai bei colori luminosi. Dell’antica austerità rimaneva una gorgiera che copriva il seno. Oggi si può affermare che non c’è una milanese, nobile o plebea, che se ne stia in ozio. Le donne sono eleganti e sportive, ma soprattutto amano il lavoro e partecipano con fervore al rinnovamento delle strutture che possono agevolare il loro cammino.

La bolognese, infine, nasce in una città ricca e gaudente, che manifesta in tutti i sensi la sua gioia di vivere.  Essere «a posto», cioè ordinata ed elegante è una delle sue convinzioni sacrosante. Sente il dovere di essere ospitale, gentile, magnifica, non solo per gli occhi del marito, ma soprattutto per quelli dei superiori che lo aiuteranno a fare carriera. Le sue vesti, con chiara influenza francese, sono fruscianti, appariscenti, frastagliate, ornatissime di ricami d’oro e d’argento. Alla fine, i costosissimi mantelli foderati di vaio, di foggia francese, le gonne di «lana d’Irlanda», molto esose e ricercate, spingono la Chiesa ad emanare leggi proibitive di tanto spreco. Tuttavia le giunoniche e splendide bolognesi pare che non abbiano mai temuto padrone o signore. Sull’esperienza personale, possiamo garantire che ancora oggi è così.

Potremmo, volendo, non esaurire mai la nostra indagine tanto è vasta la materia da cui attingiamo piccole parti, per portare avanti ormai un discorso che coinvolge tutti, l’uomo e la donna, dal momento che l’una non può vivere senza l’altro e viceversa. Non è neanche nostra intenzione aprire un discorso letterario, anche se ne varrebbe la pena.

Non ci soffermeremo a parlare, dunque, dell’angelica creatura dello Stilnovismo, magari attraverso la Beatrice dantesca, fulgida come lo stesso occhio di Dio; né contempleremo, anche per averlo già fatto in altri saggi, la plastica bellezza di Laura, vista dal Petrarca come un angelo che non riesce a trasfigurare in assoluto fulgore la sua bellezza terrena; né perseguiremo le giovialità erotiche di Boccaccio, attraverso le donne costumate e scostumate del suo capolavoro «Il principe galeotto», che è poi il Decamerone.  Neanche ci intratterremo, privandoci di un vero diletto, con le poetesse che fiorirono nel ‘500, abbeverandosi alla corrente del Petrarchismo.

Proseguiremo, senza lasciarci tentare dal clima meravigliosamente torbido di passionalità e di idealismo, che fu indicativo del fenomeno del Rinascimento, che pur ci ha dato, nonostante l’ibridismo inevitabile, la suggestiva poesia di Gaspara Stampa, di Vittoria Colonna, di Isabella Morra, per dire solo qualche nome. Né vorremo girovagare tra le stupende foreste dell’«Orlando furioso» dell’Ariosto, a toccar con mano, per così dire, la bellezza provocante di Angelica, la forza devastante di Bradamante, la fierezza indomabile di Marfisa; né coglieremo le fattezze giovanilmente adorne della «divina fanciulla» delle «Lettere di Jacopo Ortis», sotto le quali si celano, forse quelle bellissime dì Teresa Pikler, onesta moglie del Monti, per la quale Ugo Foscolo trascorse a propositi suicìdi…

Tante sono le donne finite nella cronaca illustre! Ma faremmo torto alla loro storia se soprassedessimo sulla donna del Romanticismo, per quella ventata di forte idealità e sentimento che accomunò tutte le donne europee; sicché ben possiamo dire: «Il volto della donna romantica».

La romantica è una creatura di nuovo angelicata, non proprio come ai tempi di Dante, ma molto più terrena, anche se fragile e spesso rosa dalla tisi; sempre, tuttavia, incline alla sofferenza d’amore. Il suo corpo è ravvolto in metri e metri di stoffe fluttuanti. E’ una donna eterea e fortissima nello stesso tempo, bella, audace perfino temeraria. Spesso, infatti, in veste di eroina, ha impersonato una ragione di vita e di morte e ha contribuito, talvolta in misura poderosa, al nostro Risorgimento. Chi non conosce di fama la dolce Teresa, moglie del conte Confalonieri; Giuditta Sidoli, il grande amore segreto di Mazzini; la celeberrima contessa di Castiglione, dalla provocante bellezza che, ad opera di Cavour, s’insinuò alla corte di Napoleone III, per irretirlo nella storia italiana, sconfiggendo le sagge previsioni dell’imperatrice Eugenia? E la immortale Pisana de «Le confessioni di un italiano» (titolo corretto, per motivi di censura, in «Le confessioni di un ottuagenario») di Ippolito Nievo? Chi ha potuto dimenticare questa creatura singolarissima, enigmatica e portentosa, capace di morire per il suo Carlino?  Non potremo evitare, a questo punto, di ricordare un po’ più estesamente Anna Maria Ribeira, meglio conosciuta sotto il nome di Anita Garibaldi. Il padre: Benito Ribeira; la madre: Maria Antonia de Jesus. Nessun segno di aristocrazia, se non quello di una donna dal cuore ardente e generoso, che fece sua la causa del suo amato e morì, splendida nel suo olocausto, in una misera capanna di fortuna.

(sesta puntata)

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