Felicita’. Desiderio infinito! Capitolo 4

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Quando gli tolsero le bende, che con sordo rancore, aveva dovuto mettere, i due uomini in camicia nera, con molti fregi, lo fecero entrare per un’ampia porta, che si aprì, spingendo un bottone. Entrarono in una sala d’aspetto vuota, con poche sedie, dove si presentarono ben presto due individui vestiti di bianco dalla testa ai piedi, che lo invitarono a seguirli. Lo introdussero, dopo averlo spogliato, in una grossa vasca da bagno, ove erano disciolte delle sostanze, che emanavano un odore acidulo. Dopo lo asciugarono e lo rivestirono di bianco, dalla maglietta intima alla tuta esterna. Lo condussero, quindi, nella sua stanza e gli indicarono un pigiama ed una vestaglia appesi ad un attaccapanni. Dissero:
«Domani avrai tutte le indicazioni necessarie. Per adesso pensa a dormire».
Marco dette uno sguardo in giro: la stanza era dipinta di bianco; una finestra molto grande era chiusa e protetta da una sbarra di ferro; un guardaroba metallico, grigio perlaceo, come la struttura della finestra; un tavolo laccato di bianco; alcuni utensili bianchi. Un ambiente freddo, completamente staccato dal suo spirito.
«O è un manicomio» — pensò per tirarsi su — «o è un carcere. Adesso pensiamo a dormire. Domani saprò…».
Non ebbe voglia neanche di levare la spranga dalla finestra per guardare fuori. Chissà poi se poteva levarla? Sentì un immediato bisogno di bere e lo fece servendosi dell’acqua che fece scorrere da un rubinetto smaltato di bianco, che brillava su un lavandino da camera bianchissimo. Si tolse la tuta, indossò il pigiama e si distese sul candido lettino che gli avevano preparato, con il lenzuolo e la coperta svoltati. Dovevano trovarsi in alta montagna, perché la temperatura, anche nella stanza, era molto bassa.
Tentò di prendere sonno, ma l’ansia di sapere gli procurava una spossatezza che non lo abbatteva, anzi lo faceva diventare sempre più nervoso. Aveva davanti agli occhi l’immagine sofferente di Valeria, il cui destino adesso gli era insopportabile. Cercò di rivederla mentalmente, con inquadrature diverse, nei momenti di felicità. Ricordò il giorno che l’aveva incontrata. La prima volta fu all’Università, reparto segreteria di Medicina.
Egli si era laureato da qualche anno in quella facoltà e si dirigeva allo sportello per ritirare un certificato di laurea. Anche Valeria era presso lo sportello, dove, ad una attempata impiegata, chiedeva la rettifica dello statino di un esame che avrebbe sostenuto fra qualche giorno. Ne venne fuori un’animata discussione. Marco si rese conto a volo della situazione e si intromise gentilmente per risolvere il piccolo problema. Non riusciva a ricordare i particolari del fatto; ricordava, invece, benissimo il «grazie» detto da Valeria e la bella mano tesa a stringere la sua. Era stato subito colpito da quella ragazza spigliata e timida insieme: alta, capelli fluenti con sprazzi dorati, profilo purissimo da miniatura del ‘700. A prima vista sembrava una ragazza semplice, sciolta; invece aveva delle strane timidezze. Improvvisamente ritirò la mano e si volse per andar via col viso acceso da un inspiegabile rossore.
Egli la seguì, scendendo per la stessa scala e cominciò a parlare con lei con naturalezza, come se l’avesse conosciuta da tempo… Ella lo informava sui suoi studi, sul prossimo esame, sulla sua età, sulla sua frequenza all’università, sugli orari delle lezioni.
In pochi minuti egli era perfettamente informato su un mucchio di cose che la riguardavano; solo dopo ella si chiese perché gliele avesse dette. Giunti che furono nell’atrio, Valeria disse:
«Grazie ancora per l’aiuto che mi hai dato e… arrivederci».
«Arrivederci, bella… Se dovessi ancora chiedere qualcosa allo sportello, ti posso sempre aiutare. Sai com’è! La «zitellona» con me è molto tenera».
Si capiva lontano un miglio che scherzava, tanto che Valeria rispose:
«Vedi di essere carino con lei… non si sa mai!».
«Perché non mi proponi un altro affare? ».
«Quale?».
«Di essere carino con te».
«Ah! cambia musica».
«Sei fidanzata?».
«No, per niente; zitella anch’io. All’attivo solo qualche corteggiatore e tanta preoccupazione per lo studio».
«Ci vediamo, domani?».
«Ho una lezione alle dieci ed una alle dodici». La vide andar via con passo elastico; era in lei una grazia turgida e sciolta. «Ha il passo di una ballerina» — egli pensò.
Poi era venuto l’amore, in modo impetuoso, travolgente, come se per tutta la vita entrambi non avessero atteso che il momento d’incontrarsi. Respiravano, come si suol dire, la stessa aria. In seguito si conobbero le famiglie, che si strinsero in grande dimestichezza. Marco l’avrebbe sposata al termine di una ricerca scientifica in cui si era impegnato con alcuni studiosi, relativa alle conseguenze delle terapie connesse all’uso dei raggi X. Questo particolare studio era divenuto quasi una moda tra gli studiosi che si volevano distinguere.
Per affrettare i risultati dei suoi studi e per esercitare meglio, cioè col massimo impegno, la professione di medico, si era allontanato dalla propria famiglia e si era sistemato in un quartiere residenziale, molto fine e molto tranquillo, alla periferia della città. Buone capacità, o fascino personale, o fortuna gli avevano acquistato un’ottima clientela, sicché egli poteva benissimo pensare di sposarsi con Valeria, completamente dimentico che tre anni prima aveva firmato il foglio di accettazione di una certa missione…
Si riscosse da questi pensieri, che gli avevano fatto perdere del tutto il sonno, accese la luce sul comodino, prese un giornale da un portariviste e cominciò a leggere, per riconciliarsi il sonno.
Facendosi, poi, il segno della croce, si ricordò di sua madre, la signora Amalia, così mite, così devota. Quand’era bambino provava una grande felicità a farsi mettere a letto dalla madre, che gli insegnava a fare il segno della croce, poi gli baciava le manine e gli diceva:
«Dormi bene, figlio. Raccomandati alla Vergine Maria».
Era tornato il tempo della puerizia, come se non fossero passati tanti anni. Era ritornato quel desiderio, innocente ed intenso, di raccomandarsi alla Madonna. Con questo pensiero si addormentò, mentre una lacrima luccicava tra le ciglia socchiuse.
L’indomani si levò alquanto riposato. Si lavò il viso nel lavandino e stava asciugandosi, quando fu bussato alla porta.
Al suo invito, entrò un assistente, tutto in bianco, che gentilmente lo pregò di seguirlo nello studio del primario, prof. Baroncelli, direttore del Centro. Fu accolto con molta cordialità, fu invitato a sedere, gli fu offerto un caffè, gli fu detto: «In questa cartella, troverà tutte le indicazioni. Entro oggi lei visiterà la nostra stazione e domani comincerà in laboratorio».
Assumendo poi un tono severo, ma paterno, aggiunse:
«Lei è stato prescelto dopo lunga ed attenta osservazione. Abbiamo seguito per anni la sua condotta di medico, di uomo e di studioso.
Questo centro di sperimentazione e di perfezionamento di medicina nucleare e di radiologia è stato istituito e finanziato dal Fascismo.
Siamo direttamente sotto la protezione e il controllo dei nostri amici fascisti».
A Marco parve di intravedere una punta d’ironia nelle ultime parole del professore, il quale aggiunse, dopo qualche momento di silenzio: «Qui avrà pochi compagni, piuttosto taciturni; potrà ascoltare la radio, giocare in palestra, ma non dovrà parlare mai di politica, a meno
che non voglia decantare le virtù del Duce ed i meriti altissimi del Fascismo, promotore di tutte le attività vitali della nazione.
E badi bene a non commettere errori…».
«Stia tranquillo; non avrò nessuna voglia di parlare di politica». «Non intendevo questo» — riprese sollecito il professore.
«Intendevo parlare del lavoro che le sarà assegnato. Qui tutto è normale se non si commettono errori; diversamente la più piccola distrazione potrebbe causare danni irreparabili per sé e per gli altri.
Potrà scambiare qualche opinione o studiare l’ipotesi lavorativa giornaliera con tre compagni di laboratorio.
Ogni mese viene un superiore, il prof. Torelli, di fama mondiale, a revisionare il nostro operato. In quella occasione di consueto ci riuniamo tutti nella sala grande, ove hanno luogo dibattiti, proposte;
ognuno può dire quello che pensa ovviamente sul tema in questione». «Quanti siamo in questa stazione?» — chiese Marco, approfittando di una pausa.
«Gli scienziati, con lei, sono dodici, divisi in tre reparti, quattro per reparto. Ogni scienziato dispone di un assistente. Nella Direzione siamo due: io e il vice, che adesso è in giro per la stazione.
Gli infermieri per pronto soccorso sono sei; gli inservienti dieci, i cuochi due. Il cibo crudo ci arriva dall’esterno…».
«Così ogni tanto viene qualcuno?».
«No affatto: le cibarie, i medicinali ed ogni cosa occorrente, che sia cioè compatibile con l’ambiente, ci viene dal cielo, col paracadute».
«Per la miseria!» — si trovò detto Marco.
Il professore sorrise:
«Aspetti a dirlo. Vedrà che sarà sopportabile…».
«Ma quanto durerà? Almeno questo si potrà sapere?». Il professore strinse le labbra, poi disse: «Se si appassionerà alle ricerche, sarà lei che non vorrà andare via tanto presto. Veda l’esempio di Tenore; sono otto anni che è qui e dice che non andrà via se prima non ha trovato certe soluzioni». «Va bene, va bene… ma il minimo tempo necessario, cioè il tempo da restare qui obbligatoriamente, qual è?».
«Non è un’espressione giusta la sua. Nessuno l’ha obbligata a coprirsi di gloria. In ogni modo, dopo due anni di attività, le sarà rivolto l’invito a prolungare la sua permanenza qui». «Due anni» — bisbigliò tra i denti Marco, provando una grande amarezza.

(Continua…)

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