Felicita’. Desiderio infinito! Capitolo 3 (Parte prima)

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La signora Gemma Donato, di buon grado, si levò dall’ampia poltrona dove si era adagiata, preparata a puntino, aspettando il momento di andare alla stazione, per ricevere di persona la nipote. Dai vetri del balcone si accertò che l’autista fosse al volante e, rassicurata, discese le scale lentamente, per via dei dolori articolari. In cuor suo era contenta che Valeria venisse a stare con lei, si sentiva così sola nella grande casa ereditata dal padre, dove aveva trascorso la sua vita, dalla fanciullezza al matrimonio, alla morte del marito, poi a quella più tragica della figlia e del bambino…
Non usciva quasi mai, solo per andare a Messa la domenica, non amava vedere gente, specie da quando la sua Clara era mancata al suo affetto.
Spesso, passeggiando nel grande giardino e sorvegliando qua e là i lavori del giardiniere, riusciva a trovare un po’ di distrazione, ma, quando risaliva, si raccoglieva per dire il rosario, nella saletta dove erano collocati i grandi ritratti dei suoi cari defunti ed iniziava con loro un muto colloquio, che durava anche delle ore.
Ora pensava a Valeria come un soffio di aria nuova che entrasse in casa. Certo non era contenta del motivo che l’aveva costretta a stare con lei, ma sotto sotto l’idea di una donna giovane, di un bambino da allevare, le avevano spalancato il cuore alla speranza che la nipote restasse sempre con lei.
Aveva una domestica fissa, Adele, ed una ad ore, Colomba; ma non significavano la stessa cosa: erano domestiche e basta. Aveva una salute di ferro, solo appesantita dall’età: un dolorino alla schiena, una dolenzìa fastidiosa alle articolazioni, ma in fondo tirava avanti ancora molto bene, in piena autonomia. Personalmente badava alla cucina e sedeva a tavola con Adele, senza superbia. Ma con la nipote sarebbe stata tutt’altra cosa. Certo non glielo avrebbe dato subito a vedere; all’inizio sarebbe stata un po’ burbera, ma poi le avrebbe perdonato. I suoi pochi amici sarebbero stati informati nel modo che segue: Valeria si era sposata in fretta perché il marito era dovuto partire per una missione. La poveretta, in stato di gestazione, per il dolore di questo distacco, era stata mandata a Genova, presso la vecchia zia per distrarsi un po’. Questa spiegazione le sembrava naturalissima, addirittura con una punta di verità!
Alla stazione, Salvatore la pregò di restare in macchina, volendo andare da solo a cercare la signorina Valeria. Ma non ci fu verso.
Zia Gemma, impettita ed inghirlandata da un cappello con bellissime piume d’uccello, che ella definiva «uccello di paradiso», voleva personalmente dare il benvenuto alla nipote, sia pure con tono asciutto, senza salamelecchi!
Il treno portava qualche ritardo; intanto nell’enorme stazione la confusione era indescrivibile. Pattuglie di camicie nere percorrevano in lungo e in largo tutto lo stradone centrale, costringendo la popolazione ad ammassarsi negli spazi laterali.
«Forse deve arrivare qualche grande gerarca» — fece zia Gemma contrariata — «Che tempi, Dio mio, con questo Fascismo».
Salvatore, che le camminava accanto rispettoso, cogliendo il significato di queste parole, rispose sottovoce:
«Eh! eh! Ieri sera c’è stata baruffa al Caffè Montant: un gerarca fascista si è sentito offeso per le parole di una dama e del suo consorte e ha fatto sgombrare il locale. I fascisti che erano al seguito hanno fatto a cazzotti con alcuni avventori ed hanno minacciato di far chiudere
a tempo indeterminato».
«Dio mio, in quali mani ci siamo cacciati…» — ripeteva zia Gemma, a denti stretti.
Dal treno, atteso con tanta ansia, scese un centinaio di persone, tra le quali invano zia Gemma cercò con gli occhi la nipote. Un improvviso sgomento la prese.
«Che abbia sbagliato a prendere il treno giusto a Firenze?» — pensava, con la testa in fiamme. Poi, facendosi animo, disse a se stessa:
«Certamente starà ancora rincattucciata in carrozza; povera figliola, chissà che vergogna ha di affrontarmi». Ma, ahimé! tutte le carrozze erano vuote. Anche. Salvatore si dava un bel da fare di qua, di là, correndo come un forsennato.
«Forse è passata e non l’abbiamo vista» — disse zia Gemma, dando corpo a questa necessaria speranza. «Sarà così, proprio così… Sarà passata tanto in fretta che non l’abbiamo vista!».
Si diressero alle sale d’aspetto; guardarono dappertutto; chiesero a qualche passante. Su consiglio di qualcuno, corsero allo «sblocco» dei bagagli.
«Sono stati ritirati i bagagli della signorina Valeria Bonatti?».
Alla risposta negativa, con un gemito zia Gemma si afflosciò su una panca che era lì accanto. Un tale le fece odorare qualcosa, la scosse un po’.
«E’ niente, è niente! Un leggero malore… riportatela a casa!». Salvatore, allibito, spaventato da morire, se la caricò quasi addosso, reggendola con tutte le forze. Riuscì a raggiungere la macchina.
Quando vi fu dentro, zia Gemma ritrovò la voce, una voce di pianto, sconsolata, smarrita: «Salvatore, che sarà successo? Corriamo subito ad un telefono pubblico, perché quello di casa è un disastro per farlo funzionare».
Furono nell’ufficio di un telefono pubblico; fu fatta subito la telefonata. Ora bisognava attendere che qualcuno andasse a rispondere.
Dopo ore di ansia insopportabile finalmente la voce di Olga diceva: «Ma certo che è partita. Santi del cielo, che sarà successo?». Mentre i suoi familiari passavano, forse, le ore più terribili della loro vita, Valeria si svegliava da un sonno agitato da immagini indecifrabili, evanescenti: figure che si allungavano minacciose sopra di lei, per gridarle qualcosa. Pensò che tanto subbuglio di coscienza non l’avrebbe abbandonata per un pezzo… si sentiva depressa, preoccupata.
«Chissà che starà succedendo tra Genova e Napoli» — pensò. Emily si era svegliata per tempo ed ora, dal soggiorno, la chiamava per la colazione, con voce alta e allegra: «Valeria, vieni per la colazione o vuoi poltrire a letto?». «Vengo, Emily, un attimo solo».
Infilò una vestaglia e fu subito accanto ad Emily, la quale non poté fare a meno di dire, vedendola:
«Che viso! dì un po’, non hai dormito bene stanotte?» — Dopo un po’ aggiunse: «Sei già pentita?».
«Pentita o non pentita» — rispose Valeria — «non posso più tirarmi indietro, ma sento che non è giusto come mi sono comportata. Voglio mandare subito un telegramma per rassicurarli». Alludeva chiaramente ai suoi familiari. Allora Emily esplose: «Che intelligenza! Così verrebbero subito a riprenderti ed immagina con quali conseguenze… Sai che faremo? Ne parleremo ad Alfred. So che al più presto deve fare «un salto a Parigi», come dice lui.
Gli faremo spedire un telegramma dalla Francia».
Valeria si sentì stringere dentro: la sua mente era confusa in modo che le era difficile formulare un preciso desiderio. Si abbandonò alla volontà forte dell’amica, non con fiducia, perché qualcosa le rincresceva dentro, ma con una accettazione quasi passiva, come una fatalità che incombeva oscuramente sulla sua vita.
Più tardi Alfred, gentile come era apparso finora a Valeria, promise che avrebbe espletato senz’altro questo compito, l’indomani stesso.
Si trovavano nella hall dell’albergo, dove si erano già raccolti alcuni della comitiva, ma alquanto lontano da loro
Valeria si sentiva un po’ più calma, adesso, ma non meno infelice; chiese: «Cosa scriveremo sul telegramma?».
«Io, io; ci penso io» — gridò Emily, piena di entusiasmo quasi infantile. Poi si fornì di carta e matita e scrisse a stampatello: «Cari genitori, perdonatemi. Vi ho tolto ogni preoccupazione sul mio conto. Non dovete più vergognarvi di me. Forse un giorno mi perdonerete. Io vi ho già perdonato. Non cercatemi. Sto bene. Valeria».
«Ma questa è una lettera!» — esclamò Valeria.
«Va bene così» — disse Alfred — «E’ chiara e perentoria, anche se un po’ abbondante, trattandosi di un telegramma. Brava la mia Emily!» — e l’abbracciò con impeto.
In mattinata, avendo il giorno prima sistemati tutti gli attori negli alberghi di Messina e dintorni, Alfred fece loro vive raccomandazioni di non allontanarsi troppo e di studiare assai attentamente il copione. Egli doveva fare «un salto a Parigi», per incontrarsi con Rosario Caliendo, la cui collaborazione gli era stata sempre preziosa. Lo aveva amato e guidato come un figlio, ma l’ambizione di Rosario era cresciuta, con gli anni, in modo smisurato… Ora faceva da solo… Aveva portato a termine dei cortometraggi di grande valore artistico e presentemente si accingeva a dirigere un film nei pressi di Parigi.
Alfred era certo che anche questa volta Rosario gli avrebbe prestato il suo aiuto: doveva sostituire assolutamente Lando Giruzzi, nell’interpretazione del conte Fabrizio d’Altavalle, amante sfortunato della contessa Laura De Stefani, impersonata dalla sua Emily. Era necessario rivedere tutte le scene, perché quel film doveva essere il capolavoro che avrebbe definitivamente lanciato Emily. Solo Rosario Caliendo poteva essere il tipo adatto, capace di raccogliere in sé tutte le caratteristiche di un gentiluomo avventuroso ed affascinante, tale da travolgere e stravolgere le virtù, fino ad allora intatte, della sua eroina. Quell’amore adultero ed insopprimibile doveva assumere il significato della fatalità: doveva essere veramente un destino umano portato sulle scene! «Lui» doveva essere un uomo straordinario, bellissimo, valoroso, incapace di sotterfugi e, quindi, disposto anche a morire!
Lungo il volo che lo portava a Parigi, per la prima volta Alfred soffriva. Sentiva di amare profondamente Emily, ma non provava gioia, come tutti gli innamorati di questo mondo, bensì una paura misteriosa ed inconcepibile, oscura come l’imprevedibile, come il futuro che non puoi stringere tra le mani e forgiare totalmente a tuo piacere.
Era sorpreso con se stesso che una donna fosse riuscita a dominare il suo vecchio cuore, già insensibile a tante donne che avevano tentato di adescarlo; il risultato era che non poteva fare a meno dell’amore di Emily, tuttavia non ne accettava quella morbosità che pure lo schiacciava. Provava anche gelosia; una gelosia assurda eppure lancinante, concreta. E gli pareva che essa si addensasse nel suo petto con violenza, contro l’uomo che, nella finzione, doveva amare e perdere l’eroina ch’egli stava per creare, nella persona di Emily.
Era un sentimento così nuovo per lui, da lasciarlo scombussolato, ma deciso a dare la spinta definitiva al meccanismo dell’azione, qualunque ne fosse il prezzo.
«Io soltanto sono l’avvenire di Emily» — pensava per ritrovare tutta la sua sicurezza. Cercava disperatamente un modo per misurare l’amore di Emily e la sua fedeltà.
Intanto a Messina, nell’attesa del suo ritorno, gli attori avevano due giorni di libertà. Alcuni volevano liberamente scorazzare per l’isola, annotando le proprie impressioni. Alfred aveva messo solo un impedimento: non visitare Taormina, senza di lui, perché «tutto sta
nel vederla nel modo giusto dal primo momento».
«Certo» — disse Lando con tono provocatorio, mal sopportando l’idea che Alfred lo volesse sostituire con Rosario.
«Non andremo a Taormina, per volontà del capo. Egli stesso ci guiderà come leoni, o piuttosto come pecore, nel grande anfiteatro greco-romano».
Le voci si mescolavano: Palermo, Catania, Siracusa…, finché prevalse, applaudita da tutti, la volontà di Emily:
«Si va a Palermo e basta. Staremo in Sicilia dei mesi, per poterla visitare a nostro agio».
«Quando cominceremo con Alfred» — sghignazzò ancora Lando — «vedrai che gite ci permetterà di fare, il boss!».
«E smettila una buona volta!» — esclamò Alemairo, quello dalla figura atletica. «Porti in giro apertamente la tua rabbia».
Forse si sarebbe scatenato, al minimo un battibecco con schieramenti di parte, se nel salone del pianterreno, ove erano momentaneamente riuniti gli attori, non fosse sopraggiunto il direttore con una lettera d’invito per Stowe e tutti loro, alla rappresentazione di una tragedia greca, che quella sera si sarebbe data a Messina. Nessuno della comitiva conosceva quegli attori, ma tutti ammisero che era doveroso accettare l’invito e rimandare la gita a Palermo. Avrebbero visto la «Ifigenia in Tauride», anche per riferirne ad Alfred, che teneva a questi avvenimenti culturali. Tanto più che questi ultimi erano strettamente controllati dal governo fascista italiano.
Entro l’anno 1934 Benito Mussolini aveva completato la ristrutturazione fascista del paese, pomposamente svolta con un dinamismo, all’epoca definito «rivoluzionario». L’efficacia propagandistica di tutte le «battaglie economiche» da lui sostenute e vinte, gli aveva dato successi esibizionisti, ma anche solidi, nella vita di un paese, che usciva frustrato e sconfitto dalla guerra, avviato finalmente a credere in un destino migliore. Il Duce impersonava finalmente questa speranza, tuttavia il suo culto aveva bisogno di continuo alimento per identificarsi in essa. Non sarebbe stato possibile accettare una situazione di stallo, conservatrice, in contrasto con l’atteggiamento rivoluzionario del Fascismo stesso. Cosicché tutta la vita nazionale, specialmente quella culturale, veniva influenzata e coatta dalle mire politiche del Duce, che, attraverso la propaganda EIAR, la stampa, il cinema e il teatro guidava sapientemente il popolo ignaro e speranzoso.
I suoi toni da dittatore, sempre più reboanti, facevano presagire importanti eventi bellici, quasi preannunciati nel famoso discorso di Bologna: «L’ulivo della pace italiana è al centro di una foresta di otto milioni di baionette bene affilate».
Dappertutto si mormorava, eludendo la censura fascista, di un possibile attacco in Africa Orientale. Quelli che sembravano saperne di più ammettevano che il Duce aspettasse solo l’occasione per agire.
In un clima di attesa si muoveva, dunque, tutta la gente ed in mezzo ad essa i nostri protagonisti, i quali, tornando dal teatro, facevano una quantità di commenti ora positivi, ora negativi, come di consueto accade in simili circostanze, secondo i soggettivi punti di vista.
L’indomani erano tutti pronti, per girare un po’ intorno, in attesa di Stowe e di Caliendo.
La lieta brigata si suddivideva in gruppi di due o più persone e si dava appuntamento a Siracusa, all’«Orecchio di Dionisio».
La mora ed Alemairo montarono una motocicletta col sidecar: fazzoletto colorato in testa, borsa a tracolla, pantaloni alla zuava, la bella messicana si avviò col suo atletico compagno, cantando una giuliva canzone. Ormai si era nel particolare clima di terra italiana e, benché la comitiva fosse di mista nazionalità (italiana, francese, americana, spagnola), alle dipendenze del regista poliglotta Alfred Stowe, si adeguava euforicamente e storicamente al periodo canoro dell’Italia degli anni trenta.
Si cantavano note struggenti d’amore; si cantava il rimpianto della terra natìa, interpretando la sofferenza dei connazionali emigrati; si cantavano soprattutto le canzoni patrie, piene di un ritmo esaltante e trascinatore.
Gli attori in libertà impazzavano lietamente per le strade, senza organizzazione, alla «bohémien», ben sentendo la mancanza del loro unico capo. Si rendevano conto che la libertà senza di lui, era un dono inutile, quasi senza gusto, tale era, inarrivabile, il senso di umorismo e di coesione che egli suscitava in mezzo ai suoi.
Alfred possedeva una mentalità poliedrica ed una cultura immensa.
Era, infine, ricchissimo e disposto a scritturare, per il presente o per l’avvenire, qualunque personaggio rispondesse, sia pure in minima parte, alle prerogative richieste. Pur di dar corpo a tutte le sue iniziative, che erano moltissime, lasciava di qua e di là per il mondo le sue creature, sempre pronte ad unirsi, richiedendolo il momento, sotto il suo comando, talvolta serrato e dispotico, quasi sempre, invece, improntato ad una forte carica di liberalità.
In Piemonte aveva girato una gran parte del film col quale intendeva lanciare Emily, nel mondo cinematografico, ma non era rimasto soddisfatto di Lando Giruzzi, sicché voleva rivedere quelle scene con Rosario.
Contemporaneamente, approfittando di soste da lui deliberate, nello stesso Piemonte aveva girato dei cortometraggi eccezionali, come pure in Val D’Aosta, e poi, nel Veneto e in Lombardia. Ora si era accampato a Messina, per girare una tragedia greca nell’immenso anfiteatro greco-romano di Taormina e per, iniziare la fine,
cioè la seconda parte del film sulla contessa Laura de Stefani, che avrebbe dovuto avere il suo epilogo proprio a Taormina con la romantica morte dei due amanti.
Di proposito aveva impiantato l’azione per metà in Piemonte, per metà in Sicilia, rispondendo alla bizzarria del suo carattere, che in fondo era molto umano. Soleva dire allegramente: «Daremo una lezione ai superbi Piemontesi!».
Dopo essersi salutate con gli altri, Emily e Valeria rientrarono in albergo, piuttosto stanche, ma ansiose del ritorno di Alfred. Notarono subito Stowe in compagnia di uno sconosciuto che era seduto di spalle. Era tornato più presto del previsto.
Emily corse incontro al suo protettore con gioia visibile, mentre egli si alzava in fretta per riabbracciarla. Anche Rosario si era alzato per salutare entrambe, con una stretta di mano.
Valeria ebbe un tuffo dentro, che la squassò come un avvertimento.
Si sentiva molto a disagio, mentre ringraziava Stowe del telegramma che egli realmente dalla Francia aveva spedito a Napoli, alla sua famiglia.
Dopo un po’ Valeria chiese ad Alfred il permesso di ritirarsi nella sua camera. Stowe rise di cuore, dicendo:
«Ragazza, tu sei libera di fare quello che vuoi. Non sei una mia dipendente e non stiamo sul lavoro!».
Diceva tutto questo con tanta giovialità e naturalezza che Valeria sorrise compiaciuta e si accomiatò velocemente.

(Continua…)

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