Desiderio infinito! Capitolo 6 (Parte terza)

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Ma, dopo il colpo di testa di Valeria, le cose non si erano messe troppo bene. La disperazione della signora Tilde e del dott. Andrea era stata così grande, che invano si sarebbe potuta celare, anche a occhi estranei. Inoltre il dott. Andrea dovette essere ricoverato in ospedale per collasso cardiaco; zia Gemma, affrontando un faticosissimo viaggio, era venuta di persona a Napoli, per rendersi conto della situazione. Simone aveva visto, capito e riferito in famiglia. Così era nata una certa freddezza da entrambe le parti.
Olga spesso infieriva contro la scellerata sorella, che mandava in frantumi un matrimonio che si poteva considerare già bello e fatto. La signora Tilde si chiuse nel più dignitoso silenzio; cercava, soffocando il proprio dolore, di dare conforto al marito, che era divenuto così fragile ed incapace di reagire.
Trascorsero mesi di incertezza, di inquietitudine, di ricerche, fatte con molta cautela, per ritrovare Valeria. Spesso il dott. Andrea si faceva sorprendere dalla moglie mentre girava e rigirava tra le mani il telegramma che Stowe, a nome di Valeria, gli aveva spedito dalla Francia. Finalmente la signora Tilde decise di dare una svolta definitiva alla vita di famiglia. Stanca di incoraggiare inutilmente il marito, gli disse con veemenza:
«Andrea, adesso bisogna smetterla! Del resto Valeria non è morta, e magari lo fosse! Forse sarebbe stato meglio! Ora hai il dovere di pensare a noi, a me e ad Olga. Se un giorno Valeria dovesse rifarsi viva, sarai tu a giudicare e a stabilire della sua vita. Ora cerchiamo di salvare il matrimonio di Olga».
Così fu fatto. I rapporti tra le due famiglie piano piano si rinsaldarono. Valeria fu apparentemente dimenticata e alla fine, perduta ogni speranza che si rifacesse viva, furono decise le nozze tra Simone ed Olga, che rimasero ad abitare nella grande casa di lui.
Col tempo nuovi motivi di corruccio cominciarono a guastare il matrimonio, rabberciato con tanta fatica. La suocera di Olga era una donna arida e fanatica, ossessionata da mille pregiudizi, che presero una forma catastrofica quando si rese conto che la nuora non riusciva a mettere al mondo un figlio.
La tensione della famiglia Peruzzi era divenuta così forte per questo motivo, che Olga finì per essere il bersaglio di infinite cattiverie e sevizie. Nei momenti di sconforto, la povera giovane pensava di confidarsi con la madre e sentiva sopra di sé, come una maledizione, l’incomprensione che sempre aveva dimostrato per le sventure di Valeria.
Intanto a Messina il tempo scorreva senza che Alfred annunciasse il suo ritorno. Emily e Valeria ricevevano molte cartoline di saluti, finché giunse un telegramma che laconicamente le informava dell’arrivo dei due registi. Ormai era primavera: le giornate erano lunghe e piene di sole. Le due giovani donne passavano il tempo a congetturare tante proposte da fare ad Alfred, appena fosse tornato. Se egli fosse stato più preciso sul giorno e l’ora del suo arrivo, sarebbero certamente andate all’aeroporto a prelevarlo insieme con Rosario.
Valeria si sentiva calma nei riguardi di quest’ultimo, perché era certa che egli avesse ben capito che ella non avrebbe mai smesso di amare Marco. Gli perdonava il bacio datole a bruciapelo, prima di partire e desiderava ch’egli le fosse amico, senza altri pensieri per la mente. Decisero, in tanta incertezza, di attendere il ritorno di entrambi in albergo. Una sera esse si salutarono, evitando di guardarsi, tanto si sentivano nervose; si salutarono in fretta e si ritirarono nelle rispettive camere.
Alle otto in punto del mattino, Valeria svegliatasi insolitamente, d’istinto accese la radio. Alzò il volume, sembrandole di aver udito notizie su un disastro aereo.
Emily accorse terrea ed insieme ascoltarono la notizia tremenda, insopportabile: un grande aereo in volo da New York, diretto in Italia, era caduto su una spiaggia atlantica, causando la morte di tutto l’equipaggio e di tutti i viaggiatori, tra cui si trovavano il noto regista Alfred Stowe ed il suo collaboratore. Le due donne restarono per un istante inebetite, poi scoppiarono in un pianto irrefrenabile. Insospettatamente Emily fu invasa da una sofferenza grandissima, che la faceva gestire quasi inconsultamente. Si torceva le mani; scuoteva violentemente i folti capelli, che ricadevano scomposti sul viso, mentre emetteva dalla bocca suoni lugubri, che non erano parole e non erano singhiozzi.
Valeria era affranta al punto da temere per il suo bambino; inoltre non si aspettava da parte dell’amica una reazione così drammatica, che la spaventava da non dire.
Anch’ella era addolorata, sia pure in modo diverso, e per la morte di Alfred e per quella di Rosario, così giovane quest’ultimo, così impegnato a conquistare traguardi di un certo valore… Quanti sogni bruciati rapidamente, ineluttabilmente! D’istinto si portò una mano al viso e si toccò la bocca: ora non sentiva più vergogna al ricordo del bacio che d’impulso Rosario le aveva dato. Era quasi contenta ch’egli lo avesse fatto, come se in tal modo egli fosse morto più felice… Poi sorrise tristemente e si compatì per le sciocchezze che andava pensando e rivolse la sua premura ad Emily, che piangeva senza ritegno.
«Ohimé, Alfred!» — implorava Emily, bocconi sul letto — «perché mi hai lasciata? Potessi correre come una pazza e ritrovare il tuo cadavere per piangervi sopra fino a morire! Che farò da sola? Eri ogni cosa per me; io ti veneravo come un dio; ti vagheggiavo come il mio avvenire!». E baciava e ribaciava mille volte, inondandola di lacrime, una fotografia che Rosario aveva scattato all’improvviso a lei e ad Alfred, mentre tubavano come colombi. Alla fine spossata dal dolore, prese un atteggiamento di silenzioso stupore. Valeria era atterrita e sperava che comparisse qualcuno. Possibile che nessuno ancora aveva saputo la ferale notizia? Non aveva terminato di formulare a se stessa questa domanda che sentì un fermo bussare alla porta, dalla quale entrarono, come un piccolo corteo il direttore dell’albergo ed i suoi principali collaboratori, a porgere parole di cordoglio. Adesso Emily era in preda ad un torpore inquietante: restava immobile ad occhi spalancati, in un abbandono totale del suo essere, come distrutta. Valeria corse nel bagno per prendere una boccetta contenente dei calmanti, ma il direttore, gentilmente si interpose, dicendo che avrebbe chiamato immediatamente un medico. Anch’ella ne aveva bisogno per un controllo, tanto tremava in tutta la persona.
Intanto, come un uragano arrivarono molti attori del gruppo, più che rattristati, increduli, sbalorditi dalla morte di un colosso come Alfred, che sembrava incrollabile ed eterno.
Valeria, dopo le rassicurazioni del medico, venuto quasi subito, vedendo l’amica dormire tranquilla, sotto l’effetto di un sedativo iniettatole dal medico stesso, si rincantucciò in una poltrona coi pensieri che adesso la invadevano. Intorno a lei tutti esprimevano la propria partecipazione a questa disgrazia, ma ella per conto suo non riusciva a togliersi dagli occhi le immagini dei due uomini morti.
«Erano entrambi buoni con me» — si diceva — «Entrambi avrebbero pensato all’avvenire mio e di questa povera creatura».
Si carezzò il ventre con le mani, mentre un pianto liberatore finalmente la scuoteva. Cercò di riprendersi per dare coraggio ad Emily, quando si fosse svegliata. Era convinta, tuttavia, che il carattere forte dell’amica, dopo il primo sbandamento, avrebbe ritrovato il proprio equilibrio. Ne attese il risveglio, pregando gli amici di andare via e di trattenersi nel salone al piano terra.
Quand’essi furono usciti, rientrò il direttore, per chiedere notizie di Emily. Disse che si era messo in contatto con la capitaneria dell’aeroporto per avere notizie più dettagliate. Intanto disponessero di lui, per qualunque cosa. Valeria rispose mestamente:
«La ringrazio anche a nome della mia amica; già è troppo quello che lei ha fatto per noi… Come faremo per disobbligarci?».
Il direttore, intuendo precisamente le preoccupazioni di Valeria, disse:
«Loro due non hanno di che preoccuparsi per pagare l’albergo, in quanto il signor Alfred ha lasciato nelle nostre mani un grosso deposito di denaro, dal quale toglierò le spese, restituendo alla signorina Emily il resto».
E se ne andò, lasciando Valeria strabiliata.
Quando verso l’alba Emily riaprì gli occhi, per prima cosa chiese a Valeria come si sentisse, preoccupata del bambino; poi disse:
«Come faremo per pagare? Alfred era abituato a pagare per tutti…».
«Stai calma» — rispose Valeria — «La Divina provvidenza non ci ha del tutto abbandonate». E la informò del colloquio avuto col direttore. Emily non rispose; un nodo le chiudeva ora la gola. Solamente adesso capiva la statura morale di Alfred. Rivolta all’amica disse:
«Non c’è, in tutto il mondo un altro Alfred. Egli era unico in tutto». Dopo qualche giorno di cupa depressione, Emily disse a Valeria:
«Il direttore ci prega di restare ancora, finché non ci riprendiamo almeno in parte… E’ così gentile, ma io desidero andare a Firenze, e tu mi seguirai. Come te la caveresti da sola col piccolo che deve nascere?».
Valeria restò commossa; non le era dato di prendere una decisione, perché la proposta di Emily era l’unica possibilità che le si offriva. Preparando i bauli per rientrare a Firenze, Emily fece una seconda proposta a Valeria:
«Perché non ci fermiamo qualche giorno a Napoli? Desidero tanto rivedere i miei genitori!».
Il cuore di Valeria si stringeva, mentre debolmente con la testa accennava di si.
Fecero in modo di giungere a Napoli verso l’imbrunire, sicché, approfittando delle prime tenebre, fatta accostare bene la carrozza che avevano presa alla stazione ferroviaria di Napoli, rapidamente scesero e si inoltrarono nell’andito buio del portone di casa Cesarini.
Il cocchiere gentilmente portò dentro i bauli; Emily gli diede una lauta mancia e accompagnò Valeria su per le scale, proponendosi di risolvere dopo il trasporto dei bagagli.
La signora Carolina le accolse con infinita commozione e con sincera gioia. Si occupò subito di Valeria ch’era in uno stato evidente di gravidanza. Al momento di decidere quando ripartire per Firenze, la signora Carolina dissuase la figlia a tirarsi dietro la povera gestante.
«La vuoi far partorire per strada, figlia mia?» — disse; poi aggiunse: «Lasciala affidata a me. Tu va’ pure da tua sorella a vedere di mettere a posto i fatti tuoi. Io starò attenta che questa poveretta mette bene al mondo il suo bambino».
Emily si convinse subito e ringraziò la madre, abbracciandola fortemente. Valeria si sentiva in un confuso stato d’animo. Pensava che a qualche chilometro di distanza, in un’altra casa, sua madre piangeva ancora la sua scomparsa. Sentiva in maniera struggente la mancanza di affetti familiari, ma sapeva troppo bene che nessuno di casa sua desiderava rivederla. Cercò di farsi animo per il suo bambino. «Devo stare calma» — si diceva — «devo pensare solamente a lui. Non lo voglio perdere… ho tanto sofferto per lui! Lotterò con tutte le forze per difendere questo figlio, che è l’unica cosa che io abbia veramente, adesso…».

(Continua…)

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