Desiderio infinito! Capitolo 7 (Parte prima)

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«Su, fatti coraggio» — andava ripetendo Angela ad Emily — «La vita continua… Certo è stata una brutta disgrazia. Povero Alfred! ed anche quell’altro poveretto, morto pure lui così miseramente… Se ti avesse sposata prima di andare in America, oggi saresti la miliardaria vedova Stowe. Però… bisogna dirlo, anche se non è riuscito a sposarti, ti ha fatto tanti di quei regali, che ci potresti vivere su un bel pezzo».
«Ma non è questo, credimi» — rispondeva Emily in lacrime — «Non si tratta di questo… In un modo o nell’altro, io mi rifarò un avvenire… E’ che non riesco ad accettare la sua morte: una cosa orrenda, inammissibile! Egli non la meritava. Se fosse morto in altro modo, avrei potuto almeno confortare le sue ultime ore, raccogliere le sue ultime parole. Ma così… Che mi resta di lui?» — e scoppiava in pianto; poi continuava sullo stesso tono:
«Un “arrivederci” detto con tanto entusiasmo, che poi si è tradotto in una tragedia… Le amava lui, le tragedie. In ogni suo film c’era qualche spunto tragico».
Avrebbe continuato per ore, se Giovanni, rincasando, non avesse rotto quell’atmosfera di piombo.
«Che bella sorpresa!» — disse egli, entrando — «Dimmi, fatalona, resterai un po’ con noi?».
«Il tempo necessario per trovare una sistemazione per me e per Valeria. Sta per mettere al mondo il nostro bambino» — rispose Emily, abbozzando un sorriso tra le lacrime.
La sorella la guardò con apprensione e disse:
«Attenta, Emily; non ti ci affezionare troppo. Tu sai per esperienza diretta com’è beffarda la vita! Valeria un bel giorno prenderà il volo. Pensa a te; creati dei nuovi affetti».
Emily non la lasciò continuare.
«Tu non la conosci, Angela; Valeria è una donna eccezionale. Abbiamo deciso di vivere insieme per allevare con uguale amore il bimbo».
«Tu sei matta» — replicò la sorella — «e vai incontro ad una nuova delusione. Cerca di capirlo per tempo».
Rosetta, tornando dalla scuola, si buttò festosamente nelle braccia della zia, facendole mille moine, finché non la vide più serena e
quasi sorridente. Tuttavia, per Emily la serata passò piuttosto malinconicamente.
L’indomani si alzò molto presto; si preparò ed uscì con l’intenzione di recarsi agli Studi di Cinecittà, di cui un reparto operava a Firenze. Si trovò tra una folla di ragazze tutte alte, tutte belle, che attendevano forse da ore una risposta alle loro ansie, all’angoscia di una vita puntata tutta, disperatamente, sul cinema.
Ricordò i suoi inizi e si rattristò, pensando che adesso era di nuovo a terra. Ma, chissà quel Fabrizi, amico di Alfred… Le aveva fatto tanti complimenti una volta, alla presenza di Stowe… Si sarebbe ricordato di lei?
Intanto squadrò la situazione e la trovò drammatica. Se si metteva seduta ad aspettare quietamente che la chiamassero dall’ufficio a cui si era rivolto per ritrovare il regista, che provvidenzialmente quel giorno era a Firenze, potevano passare delle ore ed ella non aveva più tanta pazienza. Dopo aver conosciuto l’universo ed essere stata il sole, non sapeva accettare di girare, adesso, come un satellite. Questo forse era il vero, unico male ereditato da Stowe.
Pensò di cavarsela con l’astuzia. Scrisse un biglietto alterando un po’ la calligrafia e lo consegnò ad un signore, che aveva l’aria di essere un press-agent.
A tergo aveva scritto: «Al grande Fabrizi, da parte di Alfred Stowe».
Le ragazze, sedute e palesemente infastidite, si scambiarono uno sguardo di complice ostilità verso di lei e proruppero in un brusìo che non lasciava prevedere nulla di buono. Ma quel signore, come ebbe letto quella segnalazione, scattò come una molla e la invitò a seguirlo. Fu ricevuta immediatamente con grande cortesia; le fu ampiamente chiesto di Stowe, per cui dovette fare molta forza a se stessa per non scoppiare in pianto. Infine le fu promesso ogni aiuto possibile e fu fatta accompagnare in macchina fino alla casa della sorella. In tanta disperazione, sembrò che un raggio di sole brillasse, per Emily, che cominciò a costruire castelli in aria.
Invece i giorni passavano vani e sorprendevano tristemente la giovane, così fiduciosa di aver fatto su Fabrizi una buona impressione. Intanto il pensiero di Valeria non la lasciava un istante; così un giorno decise di andare a Napoli, col diretto delle sette, sperando di rientrare per la sera. Ma non le riuscì in tutto…, perché trovò Valeria in preda ai dolori del parto. Ne fu sconvolta, ma volle assisterla personalmente, accanto alla levatrice. Volle vedere nascere quel bimbo già tanto amato, come fosse una cosa sua. Eccitata e fremente, carezzava Valeria che si dimenava nel travaglio. E, finalmente venne al mondo Marco! «Marco è nato!» disse esultante a Valeria ch’era rimasta esausta. Dopo quell’indimenticabile giorno, il tempo cominciò a scorrere con ritmo frenetico: quante cose occorrevano per un bimbo appena nato! Ma, dopo una settimana, arrivò un telegramma di Angela, che la richiamava d’urgenza a Firenze. Per la prima volta, dopo tanto tempo amaro, Emily pianse di gioia. Prese in braccio il bambino, lo palleggiò delicatamente con le mani
e disse ridendo: «Tesoro, la tua seconda mammina, va a lavorare per te. Non ti farò mancare nulla».
Valeria era stanchissima; il parto l’aveva buttata un po’ giù. Avrebbe dovuto essere tanto riconoscente verso Emily, pure le sue parole le dettero una insopportabile sofferenza. Da una parte esse le davano la sicurezza necessaria per il futuro; dall’altra era come se le strappassero il cuore.
Ritornata a Firenze, Emily apprese con gioia di essere stata chiamata da Fabrizi. Faceva ancora in tempo a presentarsi per l’indomani.
Le fu detto che si sarebbe dovuta spostare a Roma entro una settimana per essere inserita in una troupe di attori, che avrebbero girato un film di avventura. In compenso i guadagni sarebbero stati molto discreti. Emily si trasferì subito a Roma, dove, però, le fu data una parte quasi insignificante, in un film che Stowe non si sarebbe mai sognato di girare. Nulla era paragonabile all’armonia, al movimento, alla vivacità, alla disciplina della troupe di Alfred. Lo stesso Fabrizi era un nevrastenico, che spesso andava in escandescenza e bestemmiava proprio «come un turco» — dicevano divertiti o adirati gli attori, che, di volta in volta, ne dovevano fare le spese.
Emily si sentiva piccola e indifesa, trattata come un’estranea, sicché più intensi e dolorosi le tornavano in mente i ricordi del periodo felice passato con Stowe. Spesso diceva tra sé: «Avevo raggiunto il paradiso e non lo sapevo». Passavano i giorni, le settimane in uno scontento diseguale, interrotto dalle notizie di Valeria e del piccolo. Alla fine, approfittando di una pausa nella lavorazione del film, decise di ritornare per qualche giorno a Napoli. Avrebbe chiesto qualche giorno in più a Fabrjzi. Avrebbe condotto con sé a Roma i suoi cari, madre e figlio!
Presa da questa nuova frenesia, cercò e trovò un bell’appartamentino, non proprio al centro, il cui stabile sorgeva in una piazzetta per dove passavano molti mezzi pubblici, diretti alle strade principali. Si preoccupò di trovare anche una domestica giovane e pulita, per aiutare Valeria a mandare avanti la casa e a non trascurare il bambino.
Convinta di essere sulla strada giusta si fece annunziare a Fabrizi per un colloquio «urgente e necessario».
Fu ricevuta dopo una certa attesa, che la impensierì un poco; alla fine fu fatta entrare nello studio del regista.
Quando la porta si richiuse alle sue spalle, si rese conto che Fabrizi era ubriaco fradicio. Alcune bottiglie vuote e un bicchiere colmo a metà ne erano le prime prove. Le altre vennero dopo e non furono piacevoli. Emily, con voce titubante, chiese scusa per il disturbo. Ma l’altro si mise ad urlare: «Disturbo? eh, lo chiami disturbo?».
Si alzò un po’ traballante e le fu subito addosso. Emily tentò di difendersi con tutte le forze, ma l’altro la sopraffece e la buttò su un grosso divano. Diceva tra i lezzi dell’alcool:
«Sei andata di fretta, sei andata di fretta? Ti avrei chiamato io con più calma! Ah, ah, ah!» — Ormai fuor di sé sghignazzava paurosamente.
«Ma che avete pensato?» — gridava la povera donna — «che avete pensato? Io venire a letto con voi, mostro bastardo!?».
L’altro, pur molto annebbiato, afferrò l’offesa; non la sopportò; divenne iroso e malvagio: la picchiò duramente e la violentò in modo selvaggio, mentre in Emily si scatenava una sensazione dì orrore indicibile. Scacciata poi come uno straccio, così pesta e mal ridotta, pensò di prendere un taxi e di farsi portare in ospedale. Poi si ricordò che quella mattina erano arrivati Angela e Giovanni, per darle una mano mentre ella sarebbe andata a Napoli a prendere Valeria e il bambino. Allora tornò a casa, ma sulla soglia cadde tramortita.
Angela, vedendola così atterrita, pallida, quasi cerea, si spaventò; chiamò il marito per farsi aiutare a metterla a letto. Chiamarono subito un medico, che rimase sconcertato di fronte a quello spettacolo. Quando riaprì gli occhi, Emily si trovò accanto Rosetta che era in lacrime per lei. Il medico le si sedette di fronte e le disse con molta umanità:
«Signorina, certamente lei è stata vittima di una brutta avventura. Si faccia animo e risponda alle mie domande».
Emily scosse negativamente la povera testa; ella ricordava tutto con dolorosa precisione, ma si propose di non dire assolutamente niente.
«Lei accusa delle percosse» — insistette il medico — «ed io devo stendere un verbale. Mi dica come stanno i fatti».
«Vada pure, dottore… Non si tratta di percosse. Sono caduta… caduta!!».
Il medico tentennò il capo, non accettando quella versione dei fatti. Angela, vedendo la sorella così disperata e decisa a non parlare, volendo appianare la cosa, si rivolse al medico con aria supplichevole: «Dottore, la prego, non scriva niente. Il necessario è che mia sorella non corra alcun pericolo; il resto non conta». Il medico, poco convinto, ma spinto dalla fretta che aveva per raggiungere un paziente ch’era in sua attesa, se ne andò, mormorando:
«Strano mondo, il nostro! Quando si potrebbe mettere a posto un mascalzone, c’è chi si rifiuta di farlo…».
Emily, chiusa in se stessa, ripensava all’umiliazione patita e soffriva molto per la mancanza di Valeria. Forse a lei avrebbe raccontato questo orribile episodio, solo a lei…
Nei giorni seguenti, essendosi ripresa abbastanza, pregò il cognato di aiutarla a vendere alcuni gioielli che le aveva regalato Alfred. Da questa vendita ricavò una bella somma, mettendosi al sicuro per l’immediato avvenire, tanto più che aveva deciso di andare a riprendere Valeria e il piccolo. Non disse che aveva perduto il posto, che non si sarebbe recata più a lavorare presso Fabrizi. Piena di confusione e di vergogna, sperava di trovare lavoro presso qualche altro regista. Intanto i suoi parenti ripartirono per Firenze, dove Giovanni aveva impegni di lavoro che non poteva trascurare ulteriormente. Emily indugiò ancora qualche giorno a Roma, prima di partire per Napoli, per rimettersi meglio in sesto. Non rispose ad una lettera
che proveniva dagli studi di Fabrizi, come si accertò leggendo dalla parte del mittente. Strappò la lettera senza leggerla: non voleva più rivedere quell’uomo ignobile. Mentalmente gli augurò tutto il male del mondo, benché, a conti fatti, tutto il male del mondo era capitato a lei, con la morte di Alfred. Più il tempo passava, più sentiva la mancanza di lui, del suo dio generoso e gentile.

(Continua…)

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