Per una dottrina del viso come territorio

0
35

(in occasione del primo evento promosso dalla Fondazione Aurelio Petroni)

“Hai viso di pietra scolpita,

sangue di terra dura,

sei venuta dal mare.

Tutto accogli e scruti

e respingi da te

come il mare. Nel cuore

hai silenzio, hai parole

inghiottite. Sei buia.

Per te l’alba è il silenzio”.

Cesare Pavese

 

Il viso nella sua dinamicità racconta un territorio. E lo racconta sempre. Guardare un viso vuol dire entrare all’interno di un processo simbolico. Il viso, infatti, è una categoria d’appartenenza e non una sintomatologia. Il viso è un modo d’essere al mondo e non una costruzione o una maschera (che poi la maschera sia anche viso e territorialità è ben altra cosa e qui ci perdiamo nelle decifrazioni che saranno alimento dell’indomabile Nietzsche, del sublime Oscar Wilde, di tutta la gerarchia dis-velante del dandysmo. E andando oltre la maschera come viso è presente nel teatro giapponese (centrali le analisi di Roland Barthes), la maschera è la confessione di Yukio Mishima, e poi le maschere “necessarie” dei supereroi del fumetto, fino a giungere alla maschera come territorio d’irruzione rivoluzionaria che è tutta nella centralità dell’epopea social-cinefumettistica di “V per Vendetta”. Ma fermiamo qui il nostro ragionamento “maschera come territorio” e torniamo a noi…

Quello che preme sottolineare – nell’essenzialità di questo scritto – è il dinamismo del viso, il suo “essere” al contempo sia il visibile che l’invisibile; il suo “essere” sia il segreto inviolabile del nostro privato e sia la spavalderia del donarsi (leggi svelarsi) anche solo con un gesto, un segno, una smorfia, un’espressione. L’arte e il “pensiero” (nel loro vorace precipizio volenteroso e di necessaria onnipotenza di voler rendersi sempre come “raddoppiamento” o come sostituzione della vita) hanno “prodotto” larghi capitoli sul viso. Senza soffermarci nella soavità della letteratura, negli squarci esistenziali e rabdomantici della filosofia o nelle complessità molteplici del teatro… limitiamoci a pensare agli “accadimenti” del viso nella pittura prima, nella fotografia poi e nel cinema successivamente. Un trittico tensivo delle arti che hanno immediatamente “raccontato” il viso come ampio processo di significazione, coercizione descrittiva, statuto sociale, livelli plurimi dell’espressività, soluzioni visuali concrete, effetti sorprendenti, amplificazione, essenzialità, sguardo politico… Qualche esempio, rapido e basilare, urge: penso alla grande rappresentazione della frontalità della pittura quattro-cinquecentesca (quella che poi ritroveremo nella cinematografia di Pier Paolo Pasolini). Penso alla potenza della ritrattistica dei grandi padri della fotografia delle origini, su tutti Nadar (emblematico il “suo” Baudelaire, dove l’afasia degli ultimi giorni del poeta che seppe mettere il proprio “cuore a nudo” scompare nella “voce” del suo volto).  E infine penso alla pienezza del cinema di David Wark Griffith e di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, per limitarci a due magister fondatori della settimana arte, grazie ai quali s’innestano principi e formule, anche di radicali divergenze. Griffith ed Ėjzenštejn sono riferimenti cinematografici (ma non solo) che ancor oggi segnano la “grammatica” unica per comprendere fino in fondo le possibilità del volto. Una grammatica di nutrimento per lucide dottrine che idealmente uniscono il concetto di “polifonia del volto” (come scriverà uno straordinario Béla Balázs) all’autorevolezza del pensiero di Gilles Deleuze e delle sue riflessioni sui processi dell’affettività a partire dal volto.

Certo l’elenco dove ritrovare “classificazioni” del viso come territorio potrebbe continuare. Ritroviamo, infatti, storie di visi fin dalle origini della pubblicità (il testimonial “territorializza” il prodotto pubblicizzato: ci mette la faccia, vien da dire). La televisione è un continuo tributo ai visi tra primi e primissimi piani (rimando all’ossessione dei volti nell’iper-realismo comunicativo nella lettura di Jean Baudrillard). Un capitolo a parte merita la produzione della serialità (dalle soap ai reality tutto è impero del viso, prima ancora del corpo). E poi troviamo campiture dottrinali del viso finanche nelle sperimentazioni più colte e raffinate della body art in video (da Gina Pane ad Orlan) e del teatro che si trasforma in audiovisivo (penso in particolare al videoteatro di Carmelo Bene e alle sue procedure sul viso “dal primo piano fonico al primo piano televisivo”). E il discorso continua…

Andando a salti divoranti unicamente verso la ritrattistica fotografica giusto qualche appunto di riflessione, in chiusura, che tende a “leggere” nel ritratto fotografico del viso una duplice componente. In primo luogo è il tentativo di “esporsi”, di “mostrare-mostrarsi”, di “essere” ciò che si vede. Ma immediatamente è anche il non-detto, lo scenario intimo, lo scavo nel profondo, una traccia/segno interiore che diviene il viso rappresentato (ovvero “l’immagine in sé”). Inoltre il ritratto fotografico è, per dirla con le parole di Walter Benjamin, “il momento d’incontro tra macchina ed uomo” (nello specifico il paradossale dialogo tra il supporto tecnologico e il primato del proprio viso). E così, oggi, nel tempo dell’evoluzione digitale resta la persistenza di mostrarlo sempre nella sua territorialità il viso, di raccontarlo nelle funzioni composite della ricostruzione-decostruzione dell’immagine, d’esporre in sintesi le tracce del profondo, d’essere trionfante ricapitolazione di sensazioni, passioni, emozioni, pensieri, luoghi.. E ancora il viso come espressione di “idea” o di “evento” (recuperando le categorie con le quali Roland Barthes sottolineava la differenza dei volti tra Greta Garbo e Audry Hepburn). O “semplicemente” la fotografia del viso è una “territorialità” decisa ad indicare memoria e futuro di noi stessi nell’ansia (sempre “magica”) della posa fotografica.

LASCIA UN COMMENTO