Sophia Vaillant inaugura Piano Solo venerdì 4 a Palazzo di Città.

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Sophia Vaillant Piano SoloSarà il magistero francese, rappresentato da Sophia Vaillant ad inaugurare venerdì 4 marzo, alle ore 19,30, nell’abituale cornice del Salone dei Marmi di Palazzo di Città, la decima edizione del Festival Pianistico Internazionale Piano Solo, promosso dai pianisti Paolo Francese e Sara Cianciullo, ospite del Comune di Salerno, con la collaborazione di Santarpino Pianoforti e Pisano Ascensori. La pianista principierà il suo récital con il Rondò K485 in Re, composto da Wolfgang Amadeus Mozart nel 1786. Brano amato da Horowitz è una specie di Allegro di sonata il cui tema è tratto dal Quintetto op.12 n°6 di Johann Christian Bach, ma usato in modo del tutto autonomo senza che la sua grazia rococò venga mai contraddetta. Si passerà, quindi al Fryderyk Chopin delle 4 mazurche op.30, composte tra il 1836 e il 1837.

In quest’opera sono raccolte tre composizioni molto brevi prive di coda e una di maggiori dimensioni, che Chopin considerava come un tutto unico. I quattro brani hanno profonde radici nella musica popolare e sembrano manifestare un’acuta nostalgia per la Polonia, piuttosto che un vero interesse per la ricerca di nuove soluzioni formali. Omaggio a Clara Wieck-Schumann, con i due Scherzi op.10 (1839) e op.14 (1845) e la Mazurka op.6 n°3, tratta dalle Soirées musicales datate 1835. Considerata oggi la musicista più rappresentativa dell’Ottocento, lo stile compositivo di Clara ha radici complesse in cui si riuniscono la tradizione musicale del Nord, il costruttivismo della Thomasschule di Lipsia e l’elemento straniero, mediterraneo, tutto teso alla scoperta dei valori melodici, appreso durante le tournées pianistiche.
Un passo indietro con la Fantasia in Do maggiore composta da Franz Joseph Haydn nel 1789, creata dopo l’acquisto di un pianoforte Schanz. Haydn scrisse al suo editore dicendo che il pezzo “tenuto conto del suo stile, della sua originalità e del modo in cui è stato composto non potrà mancare di ottenere l’approvazione sia dei conoscitori che degli amatori”.

Musica vivace e allegra, musica di caccia, nella quale non manca l’effetto curioso del glissando in ottava e di un lungo suono del basso con una annotazione che potremmo definire “atmosferica” da “tenere fino a quando il suono sarà divenuto inudibile”.

Ritorno in Francia con due gemme di Maurice Ravel. La prima è la Pavane pour une enfante defunte del 1899, il cui tema affascinante si muove elegante e languido incessantemente ripetuto, assumendo più volti, ritornando continuamente a infliggerci una punta di nostalgia. Quindi arriveranno gli Apaches, la versione francese e novecentesca dei Davidsbundler di Schumann, e Miroirs, datati 1906, cui sono dedicati. Noctuelles è il poema della fluidità; l’atmosfera vi è perfettamente fusa, liquefatta; sul terreno mobile delle note di passaggio le grosse farfalle del crepuscolo procedono a zig- zag in un morbido volo, e battono l’ali come uccelli ciechi al crepuscolo. Ritmi disfatti, sonorità ora brumose ora cristalline, e quelle continue ricerche di effetti cromatici come nel Wandesrauschen di Franz Liszt: tutto contribuisce a dare la sensazione del lepidottero che cerca, che brancola, che fugge. La malinconia di Oiseaux tristes è più statica. In Noctuelles tutto suggeriva la fuga, la corsa, l’inseguimento; qui il richiamo dell’uccello si svolge su due gorgheggi, poi si compiace di una dissonanza sui bassi: v’è un sognante mi bemolle che, divenuto momentaneamente re diesis, tale rimane fino alla fine sopra le linee del canto liberamente sovrapposte. La scrittura è sbriciolata, frantumata, quanto invece è fluida e legata nel pezzo successivo, Barque sur l’Océan. Qui è il trionfo degli arpeggi; la Barcarola, coi suoi accordi spezzati in cui si avvicendano quinte, quarte e seconde, suggerisce l’immagine dell’Oceano che, col suo moto ondoso, culla la barca e la fa salire e discendere sulla cresta dei flutti. All’atmosfera fusa e dolcemente avviluppata fa netto contrasto la secchezza di Alborada del Gracioso. Qui Ravel incide con segno duro e profondo; la nebbia del pedale si dissipa, lascia a nudo i mordenti e i secchi staccati; alle ondate larghe, schiumose, alle raffiche di arpeggi succede un breve arpeggio di chitarra. L’ultima immagine dei Miroirs, La Vallée des cloches è certo la prima in ordine di tempo; un omaggio alle quarte: torna il pedale instabile di Oiseaux tristes e sul fondo nebuloso tosto emergono dolci dissonanze e perchè l’atmosfera tipicamente “Sévérac” del poema sia completa, ecco s’innalza un cantico pensoso, che in quel crepuscolo immobile s’alza dolcemente come l’Angelus.

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