Ricordati di vivere, l'autobiografia di Claudio Martelli.

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foto Massimo PicaLe biografie degli uomini politici hanno ormai acquisito il rilievo di un genere letterario a sé stante, un luogo deputato in cui protagonisti, o talvolta comprimari, della vita pubblica del nostro Paese incessantemente fanno ritorno per ritrovare , sotto lo sguardo critico e partecipe del lettore, le radici di una vocazione o la possibilità ancora spendibile di un confronto con una materia viva e controversa.

Talvolta il sentimento dominante, al termine della lettura, è l’insoddisfazione delusa nei confronti di teoremi e rimemorazioni conchiusi nello spazio angusto dei rappels à l’ordre o ancor più sovente dell’ excusatio non petita. Ripercorrendo un trentennio di passione civile ed intellettuale, cui si intrecciano le vicende e gli snodi capitali della storia contemporanea italiana, Claudio Martelli si è invece spinto oltre.

La sua autobiografia è in primo luogo una grande narrazione, condotta con uno stile di scrittura fascinoso e vibrante; in virtù soprattutto di una qualità peculiare, si potrebbe dire sinfonica, della memoria, che nutrendosi di Ragione e anacronistico buon senso, annoda una pagina dopo l’altra eventi privati e pubblici (“Io so poche cose. Ma le ricordo benissimo”) in un ragionamento che acquista lo spessore di una testimonianza culturale e civile di ammirevole chiarezza ed energia morale.

Martelli , uomo di lettere in senso illuministico, erede consapevole di una fertile tradizione umanistica, ha saputo dare alla sua opera un taglio rigoroso in equilibrio felice tra saggismo di stampo anglosassone e la forma nitida di un pensiero che impenna il discorso oltre i confini della memorialistica autobiografica, nel terreno al contempo concreto e ideale degli archetipi eterni che hanno alimentato la più alta letteratura filosofica e politica.

E’ qui che, trascendendo la tentazione degli angusti schematismi ideologici (endemici del resto a tanta parte dei compagni di strada di Martelli, della sua generazione) e al di là di una pur legittima angolazione soggettiva dell’io narrante , giudizio storico – politico e saggio filosofico si compenetrano in una più ampia e ricca visione etica della società, della storia d’Italia e del mondo coevo.

Non è un caso che fin sulla soglia del libro l’autore rievochi, in una pagina tenera e carezzevole di ricordi familiari, con il sottofondo di un preludio eseguito al pianoforte dal fratello Antonio, le discussioni infinite nei dopocena degli anni giovanili, ispirate dalla lettura degli autori più amati, in primo luogo i romanzi di Nievo e Manzoni: due affreschi ancor oggi attuali ben al di là delle mode letterarie e dei (pre) giudizi ideologici, in cui i vizi più delle virtù, le speranze disattese prima ancora che i progetti compiuti tracciano il profilo autobiografico di una Nazione sospesa sul crinale di un’unità mancata, in perenne attrito tra le sue molte e controverse anime.

Per inciso, tra le seduzioni e le suggestioni che la narrazione offre al suo lettore vi è anche questa: un libro che parla di altri libri, in un dialogo nutritivo e incessante (giacchè in fin dei conti “si impara solo da chi si ama”come soleva ripetere Goethe al suo fedele allievo e segretario Eckermann) che ha lasciato in retaggio all’uomo adulto, al Martelli politico e all’intellettuale, il gusto e la responsabilità inscalfibile dell’interlocuzione, del confronto, della sfida ( e non si dovrebbe ravvisare in tutto ciò al contempo la radice più tenace e nutritiva dell’idea socialista?) : mosse necessarie per affacciare con spirito critico e costruttivo la propria umanità all’incontro con le ragioni dell’ “altro da sé”, senza mai smarrire la consapevolezza che ogni idea, ogni parola con cui il soggetto viene a contatto costituisce il nucleo più profondo e vitale del sentimento della realtà , delle sue complesse manifestazioni e metamorfosi.

Si potrebbe aggiungere che tutta l’azione e l’impegno concreto del Martelli politico, e prima ancora osservatore curioso e coinvolto in una realtà in movimento inquieto quale l’Italia dell’ultimo drammatico mezzo secolo, sia stato concentrato nello sforzo di una ricomposizione del senso più elementare (e proprio per questo “sacro”) del vivere civile; nella ricerca di una sintassi smarrita di norme e principi condivisi , in cui la luce di un’idea sull’uomo, il suo destino e i suoi doveri, fatalmente sia destinata a tradursi nella prassi di azioni dirette, efficaci e coerenti, oltre gli spazi e i vuoti di un tempo che parla quasi esclusivamente con le frasi e gli slogan di linguaggi ossificati nella mera propaganda (con non poche derive populistiche) vagheggiante semmai la religione di un “Progresso” in cui tuttavia anche l’idea più nobile rattrappisce a una dimensione talmente sterile e conformistica, da risultare oscura, priva di prospettiva.

E’ in tal senso che bisognerebbe meditare le pagine dedicate dall’autore alla temperie del Sessantotto; alla stagione nebulosa del “compromesso storico”, origine di una nuova ondata nociva di trasformismi ; e a quella, dei referendum , strumenti indispensabili di pensiero e consapevolezza per la comunità civile quando le azioni della politica latitano perdendosi nei labirinti dell’autoreferenzialità e dell’autoconservazione; e prima di tutto, l’occasione storica mancata dell’unificazione delle forze socialiste e liberali nella casa comune di un grande Partito Socialista democratico in cui la vicenda politica martelliana è nata e si è consolidata senza mai disperderne, oltre i limiti e le conseguenze di quel fallimento, scoccato a un passo appena dal “farsi cosa”, il patrimonio di lezione e valori.

Una considerazione a parte meritano senza dubbio le pagine su Tangentopoli, l’implosione di un intero sistema (“la Prima Repubblica) e la sua prevedibile , tartufesca rottamazione ad opera di un contropotere affermatosi con l “irruzione della forza”, accreditatosi con le strategie di una forza legale che appare, a vent’anni di distanza, piuttosto che un fulmine imprevedibile, l’effetto della lunga, e ai più invisibile, incubazione di un conflitto tra poteri, culminante nell’anomalia del fenomeno del “giuridicismo” , con l’ampliamento incontenibile “delle sfere di vita pubblica e privata, soggettiva e collettiva, sottoposte al vaglio e al giudizio di una categoria di funzionari pubblici” .

Ragion per cui “Come gli scandali emersi all’inizio degli anni ottanta contenevano in nuce la Tangentopoli che sarebbe esplosa dieci anni dopo , così le patologie della giustizia italiana emerse allora contenevano i prodromi degli abusi e degli eccessi di Mani pulite” osserva Martelli, che nella sua triplice competenza di testimone in prima linea , di uomo delle istituzioni e di indagato, ha saputo individuarne con obiettività e distacco critico i prodromi e le conseguenze che si dilatano ancora come un’ombra inquietante sugli anni che stiamo attraversando; senza dissimulare le responsabilità addebitabili allo strapotere di una partitocrazia non immune da corruzione e presunzioni di onnipotenza, ma scindendo, con una lucidità e fermezza etica che non fu certo una risorsa dei principali attori di quel dramma, le responsabilità dei singoli individui dalla missione necessaria e insostituibile dei partiti intesi come “organizzazioni dotate di un’autorità collettiva”, in cui si concentrano le spinte propulsive della vita democratica.

Tangentopoli ha compiuto i suoi primi vent’anni, ma non è il caso di festeggiarne la ricorrenza, dal momento che statistiche e buon senso rivelano anche ai più immarcescibili ottimisti che la corruzione in Italia lungi dall’essere stata debellata è in continua crescita, e al posto dei vituperati partiti la nostra Democrazia parlamentare si è arricchita, per modo di dire, di vuoti simulacri in forma di organismi collettivi; ed in conseguenza di ciò il potere oggi appare “un’oligarchia composta da grandi e piccoli monarchi, da feudatari, cortigiani e clienti”. In questa autobiografia che è anche (o soprattutto) una biografia culturale e civile del Paese. Martelli alterna la sua lucida e lungimirante disposizione analitica con pagine altrettante memorabili di confessioni, aneddoti, retroscena che si rivelano determinanti per osservare dall’angolazione più opportuna le vicende del nostro tempo e ci permettono di conoscere , dell’uomo pubblico, anche le passioni e i dolori privati.

Pubblico e privato si fondono efficacemente nelle pagine esaltanti e struggenti della lotta al fenomeno mafioso, che hanno scandito il biennio martelliano al Ministero di Giustizia e il sodalizio con il giudice Falcone- il collaboratore, l’amico, l’anima sorella- e testimoniano, come soleva ripetere Leonardo Sciascia, che ogni atto mafioso si può combattere soltanto con l’esercizio virtuoso e intransigente del Diritto. La conclusione traumatica del cursus honorum politico non ha interrotto quella passione che si è fatta politica: l’attività e l’impegno di Martelli continuano senza soluzione di continuità.

La Legge Martelli sull’immigrazione si riverbera nelle attività dell’associazione “Opera“ in favore dei migranti; la web tv multiculturale “Lookout” prolunga efficacemente, oltre il pomerio del Parlamento e dei Palazzi istituzionali, lo spirito di un impegno politico finalizzato ad aprire prospettive nuove, nel segno dell’innovazione, alla modernizzazione della società, come negli anni esaltanti delle battaglie referendarie per la “giustizia giusta”, l’autoriforma dei partiti, l’”eco socialismo”.

Non c’è da stupirsi pertanto che questo libro, per oltre cinquecento pagine, conservi senza un’incrinatura la freschezza e l’energia di un corpo in piena salute, ad immagine e somiglianza del suo autore, e di una vocazione fioriti negli anni e nelle aule dell’Università, tra una lezione di Mario Dal Pra e un collettivo studentesco, “che ha preceduto, accompagnato e scavalcato ogni altra esperienza umana e di lavoro e che dura ben oltre la fine della stessa professione politica” e altro non era che un bisogno “di stare insieme per capire le cose del mondo, per vivere una vita vera difendendo quel che merita di essere difeso, cambiando quel che deve essere cambiato nella dimora che abbiamo ricevuto in sorte”.

Adriano Napoli

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