Revolution. Fa così il nuovo lavoro della band “newbeat” salernitana, i Valium.

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IMG_5329A due anni di distanza da “La Maledizione sta per Arrivare”, i Valium tornano in scena con il secondo album ufficiale dal titolo che smuove, “Revolution”. L’album è edito da CPSR produzioni e suggerisce una nuova “fatica” da parte della band “newbeat” salernitana, nei termini del racconto sul presente e della sua messa in discussione. La vera rivoluzione la si fa e non la si racconta a parole. Qual è la rivoluzione dei VALIUM?

Beh la rivoluzione dei Valium  è  la voglia di affrontare il mondo nell’unico modo che riteniamo utile: partendo da noi stessi e  non uniformandoci  alla società, costruendo la felicità giorno dopo giorno con le nostre  mani.  Questa è la vera rivoluzione,  una specie di ritorno alla dimensione della vita. Questo prima o poi salverà il mondo.

Una piccola etichetta indipendente e un piccolo studio di registrazione (Metear production – Capaccio/ SA), dove il disco è stato “coltivato” nella calda estate 2012, in presa diretta e senza editing (con il supporto di Ferdinando Farro). Quanta semplicità e “azione-dal-basso” nel vostro lavoro?

Noi abbiamo scelto l’indipendenza, e chiaramente questo  concetto influenza diversi aspetti della nostra vita, in primis il modo in cui ci rapportiamo a questa  società del nulla. E non si tratta soltanto di una disperazione politica, ma anche  culturale.  Abbiamo realizzato un  album indipendente nel vero senso del termine,  ispirato e scritto in maniera libera e digressiva, seguendo il flusso naturale delle nostre inclinazioni.  Crediamo che il solo modo   per  fare musica  oggi  sia quello di non  dipendere dalle assurde logiche di sistema che misurano  la rilevanza di una band sulla base di standards di costume. A riprova di ciò, se ci pensate non c’è una canzone  che sia rimasta nella memoria collettiva degli ultimi 15 anni, ma solo una serie estenuante di pezzi tutti uguali che affollano le radio, le fanzine e il cervello dei poveri mitomani, riempiendo il tempo di noia ed aridità.  Hanno  voluto assoggettare la musica per tenere a bada le coscienze, hanno voluto  farci credere che  per contare qualcosa bisogna riconoscersi negli schemi del folk, dell’indie o del pop.   I concerti però si fanno  ancora,  e per fortuna il loro pubblico, per quanto allo stremo,  non ubbidisce alle logiche dei media. L’azione dal basso  consiste nella   responsabilità  di  lavorare giorno per giorno  imponendo  il proprio modo di essere, che di certo è  più interessante dell’arrivista di turno.

Nelle vostre biografie si legge “band simbolo del new beat italiano e manifesto della cultura indipendente, cresciuta a Salerno nei 2000, i Valium hanno una carriera colorata da un rock dal sapore vintage”. Il vintage per voi è un piacevole salto nel passato o una tensione all’unicità?

Né l’una, né l’altra cosa.  Il vintage è solo negli amplificatori, e forse nelle scarpe.  O magari   è nelle nostre teste, se consideriamo il binomio : vintage/moderno come   un climax  che spazia dall’intelligenza alla totale assenza di significati della nostra epoca. Non  si tratta di essere anacronistici, quanto di valutarne  l’effettiva utilità. E sinceramente,  se non fosse stato per il rock’n’roll   non saremmo stati qui a parlare di passatismo.

Il concept e la realizzazione grafica del disco sono dell’artista Christian Sciascia. Che cosa del tratto dell’artista vi ha colpito e spinto a collaborare con lui?

Si parlava prima di logiche del mercato, standards di costume eccetera…Beh Christian se ne frega, ne è fuori, è una persona che vive per costruire la propria felicità. Lui  segue la sua strada, disegna, caccia fuori quello che vive e che sogna, e non gli interessa se 1, 100 o 1000 persone guarderanno quello che fa. Disegna perchè deve farlo, non  potrebbe esserci un altro mondo.  Ecco,  per questo gli abbiamo chiesto di collaborare,  è come dicono negli stadi,  ‘uno di noi’.

Sabato 23 febbraio la rivoluzione dei Valium è esplosa a SALERNO. Al Circolo Arci Mumble Rumble di via Loria, Marco e Luigi Sabino, Alain Fortunati e Fernando Manzo hanno presentatoal pubblico salernitano il nuovo album. Dodici tracce che raccontano con tono personale una rivoluzione già avvenuta, a partire da se stessi. Com’è stato il contatto con la città?

Beh, direi che il contatto con la città è sempre freddo, certo abbiamo una base di fan che ci seguono, siamo parte di una cosiddetta ‘scena’, se non altro perchè suoniamo da anni, ma  in linea di massima il salernitano medio trova piacere facendo altre cose, di solito cose inutili.

 

Ed ora che si fa?

Stiamo organizzando varie date in giro per l’Italia ed incrociando le dita ce ne saranno un bel po.  Finora il calendario è stato abbastanza ricco e speriamo di girare vari festival questa estate. Saremo in giro fin quando non ci stancheremo di suonare Revolution e ri-entreremo in studio abbastanza presto.  Vi aspettiamo!

 

Cristina Pastore

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