Passato e futuro del Vallo di Diano, Profumo di polvere e di terra, il libro di Lorenzo Peluso.

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di Adriano Napoli

Lorenzo Peluso, Profumo di polvere e di terra, il Melograno, 2013

images_364Il rigore e la passione militante sono le coordinate entro cui Lorenzo Peluso sviluppa efficacemente la sua riflessione sulla storia, la realtà attuale, le prospettive future  della sua terra in un ‘opera di nobile ispirazione e di ricerca profonda e documentata, fin dal titolo semplice e felice, “Profumo di polvere e di terra”, evocante l’atmosfera stessa di un mondo rurale  le cui origini “sprofondano nei secoli di storia fino agli albori della civiltà tra Eneolitico ed età del Bronzo.”

All’esperienza del giornalista, che corrobora il suo ragionamento con diagnosi precise, senza sentimentalismi morbosi, ma cariche di simpatia profonda , Peluso aggiunge il gusto della narrazione (quasi un retaggio che la civiltà contadina evocata nel libro lascia nella memoria e nello stile dell’autore) che gli consente di partire dal mondo esterno per giungere fatalmente a conoscere se stesso.

Come dire che attraverso il racconto, racchiudendo molta esperienza in un numero limitato di pagine, si finisce per penetrare realmente (con la stessa verità di una pratica vissuta, ma più in profondo) in un ambiente, fino ad assimilarlo, ad amarlo teneramente, semmai dopo averlo criticato con fermezza. Nel primo, ampio capitolo, Peluso ci guida in un excursus storico-documentario attraverso le vicende del Vallo di Diano dalle origini remote ai giorni nostri.

Ne emerge il profilo di un territorio contraddistinto da un modello economico incentrato per lunghi secoli sulle risorse dell’agricoltura. Le trasformazioni profonde degli ultimi decenni tuttavia, alterando un equilibrio che sembrava  inscalfibile, tra fertilità naturale del territorio e strategie di sviluppo da parte dei suoi abitanti , ne ha minato seriamente fin dal suo aspetto esteriore l’identità paesaggistica, etnografica e culturale . I valori, friabili ma suadenti, di una cultura economica miope o indifferente alle lezioni del tempo e della tradizione, fondata sulla dittatura del cemento armato e dell’alluminio, hanno snaturato di fatto  una civiltà fondata sul rapporto tattile, materico, consustanziato di odori e sudori , dell’uomo con la sua terra; un rapporto ombelicale che rendeva compartecipe il “sapere frenato” di generazioni di agricoltori e allevatori alle fasi e ai cicli del tempo naturale, come magistralmente ricordato da Piero Camporesi nei suoi studi sulla civiltà pre-moderna.

Le conseguenze rovinose per l’economia e spersonalizzanti per l’identità di intere comunità che hanno subito negli ultimi anni una rapida ma invisibile erosione di pratiche e habitus secolari, sono oggettivamente evidenziate in queste pagine, con il sovraccarico per giunta del “blocco inevitabile di quel processo di sviluppo prospettato e che ad oggi è chiaro non si è mai realizzato.”che ha contribuito con altri fattori determinanti a disperdere in questo come in altri territori “la memoria storica della vocazione territoriale”.

La consapevolezza di un vulnus, di una conversione frettolosa e imponderata che ha disatteso il lento ma coerente processo di sviluppo di un’area dalle caratteristiche ambientali ed economiche consolidate,, prende consistenza nelle pagine dedicate alla rievocazione di un progetto comprensoriale (di “visione” parla molto giustamente Peluso nel suo racconto; quella “visione” che spinge avanti le società con le idee e i progetti concreti dei suoi amministratori illuminati, ma che oggi desolatamente quasi del tutto manca) , la “Città del Vallo di Diano”, che avrebbe dovuto quasi mezzo secolo fa rilanciare, senza stravolgimenti paesaggistici e culturali, le potenzialità del territorio . “ Nel pensiero degli ideatori di questa lungimirante visione vi era la speranza di poter realizzare uno sviluppo del comprensorio dove i singoli paesi assolvessero il ruolo di quartieri incastonati nella campagna della Valle, in modo da innescare un processo di creazione di condizioni ambientali ideali per frenare il fenomeno dell’emigrazione e della disoccupazione, pianificando a livello comprensoriale la produttività.”

Erano gli anni Sessanta del secolo appena trascorso, del “boom”, della “terza Italia” con le sue innovative prospettive economiche e produttive nel segno dell’ “industrializzazione diffusa” in un panorama ancora prevalentemente agricolo. Lo stile del ragionamento, scorrendo sulle rovine di progetti e impegni mai compiuti,  è asciutto e distaccato, ma è qui che la ferita sanguina più crudamente, nell’amara presa di coscienza di un disattendimento, di un’occasione mancata che ha interrotto  traumaticamente speranze vitali e dato avvio a un’ ulteriore fase di stagnazione foriera di nuove migrazioni, distacchi, e per chi resta, incertezze e delusioni inghiottite a forza. Il mondo cambia, ma resta malinconicamente incompiuto.

Nei capitoli seguenti l’autore amplia la base del discorso tra le risorse ancora possibili di un futuro che non è uno slogan elettoralistico ma una responsabilità da non disattendere ulteriormente ( “Quale futuro”); e un movimento di nostalgia alle sorgenti di un’identità, un bene, e un destino comunitario (“Ritorno alla terra”), concludendo con un’appendice in cui racconta il suo incontro con un giovane della Valle che ha scelto con coraggio e consapevolezza di dedicare la propria esistenza al lavoro quotidiano sacrificante della pastorizie ( “Il coraggio e le speranze di Antonio”).

Forse davvero il terreno, impervio, in cui è ancora possibile vedere la speranza rifiorire è quello anacronistico e gravoso di una vita che si spoglia quotidianamente di tutto per ritrovare la ricchezza del sangue e gli insegnamenti duraturi dei padri che ci hanno preceduto? Peluso, scrivendo queste pagine, si è posto sulle tracce di una memoria che non è puro revival consolatorio ma evoluzione creatrice, spinta propulsiva a ricercare prima che ogni orma sia definitivamente cancellata un senso concreto del vivere umano (radicato nella terra che ci ha generati e fatti come siamo) in cui i figli le generazioni che ci succederanno possano legittimamente riconoscere una speranza, un ambiente familiare, un destino in cui consistere senza sentirsi a pigione.

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