L'amore di Mancarsi. Diego De Silva protagonista del terzo appuntamento de "La prima-vera volta".

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mancarsi-203x300.jpg“C’è una foto che Irene ha scattato con gli occhi, un frammento, una di quelle istantanee dov’è condensata tutta la tenerezza per qualcuno che abbiamo amato o amiamo ancora, e che si acquattano nella memoria per la vita. A volte è una sequenza, altre un’immagine, un fotogramma qualsiasi, un movimento spezzato, una smorfia (debolezza, forse vergogna), un gesto piccolissimo che non possiamo raccontare a nessuno (e non perché non vogliamo ma perché non sapremmo neanche come cominciare, e se pure ne fossimo capaci preferiremmo non farlo). Magari in quei lampi della memoria la persona con cui abbiamo scelto di passare parte della nostra vita non era nemmeno cosí bella come sappiamo può essere; eppure è lí che ne conserviamo l’essenza, perché è stato allora che l’abbiamo vista cosí inaspettatamente smascherata e se stessa; è in quell’istante che tutto è avvenuto. Forse lei non lo sa neanche, intanto recita la parte che crede sia quella che ci ha attratto, e noi teniamo il segreto per tutto il tempo in cui restiamo insieme, l’amiamo di nascosto in un certo senso, perché poi nessuno è in grado di spiegare di cosa è fatto l’amore che prova; le qualità etiche e anche quelle estetiche non c’entrano poi molto con i legami che si stringono per anni, le case, i figli, tutti gli investimenti collaterali (non c’entrano neanche con le separazioni, in fondo), e quando ce lo domandiamo («Ma tu perché mi ami?») e stiamo a sentire la risposta, rimaniamo per forza un po’ delusi, quasi vorremmo replicare: «Dài che puoi fare di meglio, dimmi chi sono», perché non è di semplici complimenti, per quanto sinceri, che in quel momento andiamo alla ricerca, ma di qual cosa di piú intimamente effimero che ci descriva nell’immaginazione dell’altro. Vogliamo che la persona che amiamo ci dica d’essersi innamorata di noi perché un giorno, senza neanche pensarci, l’abbiamo toccata in un punto in cui non sapeva di essere sensibile, come certe carezze che arrivano molto in fondo per conto loro.”

Parole queste, tratte dal nuovo romanzo di Diego De Silva “Mancarsi” presentato ieri sera al Teatro Ghirelli come terzo appuntamento della rassegna editoriale “La prima-vera volta” promossa dalla Fondazione Salerno Contemporanea.

“Mancarsi” inteso come “sentire la mancanza dell’altro” o “non riuscire a prendersi, sfiorarsi”. Come i protagonisti, Irene e Nicola, che si sfiorano senza incontrarsi mai. Alle spalle due amori finiti.  Nicola ha perso la moglie in un incidente e continua a soffrirne pur non amandola più da tempo. Irene alle prese con un matrimonio che non le dava felicità. Entrambi alla ricerca di un amore che li completi. Probabilmente sono anche fatti l’uno per l’altra ma se ne accorgerebbero se soltanto provassero ad “incrociarsi ”, lì in quel bistrot che frequentano entrambi.

Per la Prima-vera volta si tenta di rendere più vicine le istanze di autore modello e autore empirico, così come quelle del lettore/spettatore modello e lettore/spettatore empirico, in maniera tale da aumentare sensibilmente il tasso di comprensione dei meccanismi produttivi e creativi quanto di quelli interpretativi.

Così gli spettatori conoscono Irene e Nicola, dalla voce di Diego De Silva e dell’attrice Antonella Valitutti , perfetta interprete di questa storia d’amore che non può essere semplice perché è giocata sul tentativo di nascondere ciò che è in superficie.

Un amore magistralmente portato in note dal trio salernitano “The Peanuts” . Alle tastiere Lorenzo Maffia, alla chitarra Max Maffia, la voce quella di Johnny Sessa.

Presente alla serata il giornalista Marcello Napoli il quale, nel suo intervento ha ripercorso attentamente il curriculum di Diego De Silva menzionando libri, sceneggiature, presenze, articoli, premi.

Un libro, una storia d’amore, due protagonisti che aspettano di essere conosciuti da quei lettori che saranno capaci di innamorarsi dei dettagli, perchè:

“C’innamoriamo di minuzie, di riflessi in cui vediamo l’altra persona come pensiamo che nessuno l’abbia mai vista e mai la potrà vedere, e custodiamo questi attimi di unicità in forma d’immagine, anche se negli anni sbiadisce; ma è a quell’immagine che chiediamo aiuto quando il nostro sentimento vacilla e dubitiamo di amare, allora la richiamiamo, e ci basta (quando ancora l’immagine è viva) ritrovare quel modo di bere a canna, tenendo la bottiglia distante dalle labbra, perché l’amore torni a insinuarsi e si riaccenda, rimettendo a posto le cose, disponendole intorno a noi nell’ordine rassicurante in cui ci siamo abituati a vivere, e ci lasci dove siamo, reprimendo di schianto i progetti di fuga a cui avevamo già cominciato a lavorare.”

 

 

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