Il ritorno del Quartetto Dorico al Santa Apollonia Festival venerdì 7.

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Ritorna il 7 giugno, alle ore 20 (ingresso libero) nell’ambito della VI edizione del Festival di Musica da Camera Santa Apollonia, un evento istituzionalizzato del Conservatorio Statale di Musica “G.Martucci”, che anima il centro storico, ospite della Bottega San Lazzaro di Chiara Natella, il Quartetto Dorico. Formatosi tra le mura del Conservatorio lo scorso anno, la formazione schiererà Rossella Giordano al pianoforte, Chiara Civale al violino, Francesca Senatore alla viola e Thomas Brian Rizzo al violoncello. La serata principierà con il Mozart dell’opera K493 in Mi Bemolle Maggiore, con la sua tersa cantabilità dei temi e l’acuta animazione drammatica. Il Quartetto rappresenta perfettamente la sintesi di questi due mondi opposti, quelli del dialogo drammatico e dell’introspezione interiore. Quest’esito non sarebbe stato così naturale senza la vicinanza delle Nozze di Figaro, prima compiuta affermazione del teatro di Mozart, sotto il cui segno, storico e artistico, questo Quartetto si pone. Tutto vi appare però come decantato.

Nei tre movimenti si respira un’aria di matura consapevolezza, di fluente discorsività, di grazia ornamentale: anche le tensioni drammatiche, gli spunti appassionati e “romantici”, sono calati in un’atmosfera di raggiunta armonia espressiva e formale, di equilibrio superiore, in una parola classico. Il primo movimento (Allegro) è il più ricco di sostanza tematica e di espansività, con estese sezioni di calda effusione melodica e cantabile, in un clima di fondo lucido e sereno, senza ombre. Il pianoforte introduce incisivamente i motivi tematici e li elabora con spiccate volate solistiche, incalzato dagli archi, sempre pronti all’imitazione e alla variazione: gli episodi si connettono così in una piena affermazione dello stile concertante. Il Larghetto centrale in la bemolle maggiore è, come avviene spesso in Mozart, il centro di gravità dell’opera, il momento introspettivo nel quale il lirismo più delicato si dispiega in modo gravemente serio, pensoso e profondo, senza perdere però il controllo della disciplina formale: di certo questa non è musica per “signorine della buona società” che si possa ascoltare con un sorriso distratto, né seguire con superficiale disattenzione. Vi domina, fin dal tema esposto per quattro battute dal pianoforte solo e poi concluso dagli archi, un senso di trepida attesa, di ansia quasi drammatica, che si manifesta negli scarti dinamici, nelle pause che spezzano il fraseggio, nei giri tortuosi dell’armonia, sospesa tra ampie aperture intervallari e ripiegamenti in scontrosi cromatismi: solo nella seconda parte il discorso si ricompone in un flusso più disteso e continuo. Perfino il luminoso Rondò finale (Allegretto), la cui melodia sostenuta da semplici accordi sembra l’essenza della purezza e dell’ingenuità, riserva all’ascoltatore, sotto la superficie spensierata, idee contrastanti singolarmente esposte e riprese, sortite solistiche ostentatamente marcate, tratti di spirito ammiccanti, perfino risvolti umoristici insistiti e pungenti. Da questa apparente dispersione di un gioco sorprendentemente esatto tutto sfocia non in una cadenza, ma in un segnale del pianoforte che, con un lungo trillo sospeso sulla dominante, richiama all’ordine i tre strumenti ad arco preparando l’ultima ricomparsa del tema principale e destinandolo alla trionfale conclusione. La seconda parte della serata sarà dedicata all’esecuzione del Quartetto op.47 in Mi bemolle maggiore di Robert Schumann che mette in luce una dialettica tra la concezione autenticamente cameristica della scrittura e la sua virtuale proiezione orchestrale. L’opera si adagia su toni salottieri e genericamente disimpegnati; lavorando con le strutture classiche. Schumann è qui spesso ridondante e prolisso, soprattutto nell’ultimo movimento dove, dopo la riesposizione, egli ripete anche una sintesi dello sviluppo prima di una lunga coda. Il neo di questa pagina è innanzitutto espressivo: vi si manifesta un’allegria tutta accademica e stereotipata che rende l’opera piuttosto monotona ed incapace di donare emozioni profonde; né basta il bell’andante cantabile, con il suo motivo struggente, a generare una dialettica avvincente. Schumann sembra semplicemente imitare degli archetipi; e imitare  significa sempre ripetere ad un livello inferiore, meno convincente e intimamente motivato. La stessa scrittura appare impacciata e poco efficace poiché molto spesso gli archi si limitano a raddoppiare il pianoforte, rivelando la poca autonomia delle varie voci; la polifonia risulta allora illusoria, frutto di artificiosi raddoppi o, quanto meno, riconducibile all’interno della parte pianistica di cui gli archi sembrano essere solo un’aggiunta inessenziale.

 

Prossimi appuntamenti: 8 e 9 giugno due serate in cui passeranno in rassegna diverse formazioni dai sassofoni alle chitarre dal flauto sino al clarinetto e al fagotto, uniti nella sonata d Poulenc, passando per le splendide voci che evocheranno le romanze di Giuseppe Verdi.

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