Il femminicidio delle larghissime intese. La rivoluzione necessaria. La sfida femminista nel cuore della politica

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banner2013adi Imma Barbarossa

 

Confesso di aver provato un moto di sgomento nel sentire (e vedere) Angelino Alfano parlare di “violenza di genere” e di un decreto governativo composto di “prevenzione, punizione, protezione”. Poi con la retorica commossa del presidente Letta il femminicidio entra a pieno titolo in un provvedimento con cui le larghe intese affrontano con la fretta del “fare” l’emergenza della violenza maschile contro le donne, accanto a misure repressive contro il “terrorismo” del movimento No Tav e… contro i ladri di rame.

 

Ancora una volta le donne entrano in un provvedimento di ordine pubblico e sicurezza, ancora una volta corpi e menti sotto tutela. La storia è lunga, il dibattito tra le femministe complesso e accidentato, fin da quando nel senso comune cominciò a farsi strada l’idea che la violenza contro le donne non era una questione di offesa al pudore o alla morale, in cui si sono per decenni esercitati giudici e penalisti su quanto la “provocazione” femminile desse o non desse adito al desiderio irrefrenabile dell’uomo cacciatore e su come le mogli non dovessero rifiutarsi al debito coniugale. Sotto l’urto e la riflessione del movimento femminista la questione della violenza contro le donne cominciò a collocarsi dentro l’ordine patriarcale e il sistema del dominio maschile. Dell’amore come possesso. Dentro il ‘nido’ della famiglia, dentro la ‘serenità’ della coppia anche ‘regolarmente’ coniugata in chiesa.

L’ottica prevalente fu la giusta abrogazione delle norme del codice Rocco e insieme l’esigenza di una legge che, da una parte, affrontasse la questione in termini penali, dall’altra rendesse ‘superflua’ la denuncia della vittima. “Procedibilità d’ufficio” sembrava la soluzione più protettiva nei confronti delle donne, e tale senso cominciò a insinuarsi nelle donne delle istituzioni, a cui fu delegato il compito di occuparsi dei termini legislativi, magari con qualche eccezione, quella all’interno del matrimonio, in quanto “tra moglie e marito non mettere il dito”, come recita un proverbio popolare.

Eravamo in poche, tra gli anni Settanta e Ottanta, a ritenere che alla donna dovesse essere lasciata la libertà e la responsabilità della querela di parte, costruendole intorno un contesto e una rete di solidarietà e di “welfare di genere”. Poche ma visibili. Ma furono gli anni Novanta a partorire le “Norme contro la violenza sessuale” (legge n.66 del 15 febbraio 1996), alla fine di uno dei governi Berlusconi, pochi mesi prima della vittoria elettorale di Prodi. Relatrici Alessandra Mussolini e Anna Finocchiaro. Una legge che aumentava le pene sempre a motivo di sicurezza, introduceva la querela di parte tranne in alcuni casi (se lo stupro era commesso da un genitore o tutore o appartenente alle forze dell’ordine e via dicendo), ma soprattutto introduceva la questione della violenza presunta che interveniva pesantemente sul ‘consenso’ delle minori, cioè sulla libertà delle giovanissime. Ricordo che nel plauso generale istituzionale Rifondazione comunista votò contro (dichiarazione di voto di Elettra Deiana) e fu estremamente faticoso spiegare ai compagni maschi le motivazioni di quel voto contrario: quando c’è da “difendere” le donne tutti, o quasi tutti, diventano paladini.

Oggi ci risiamo: nel frattempo le larghe intese hanno scoperto il termine femminicidio, si approvano misure già approvate e mai applicate (ad esempio l’allontanamento del violento dall’abitazione familiare), si rende irrevocabile la querela, ignorando che tante donne uccise hanno ripetutamente e inutilmente denunciato. Questa volta il plauso non è tanto generale. Qualche crepa si apre, anche se le critiche che mi è capitato di leggere, tranne qualche eccezione, sono di questo tipo: la legge va bene, ma sono solo parole, non ci sono soldi per i centri di accoglienza per donne maltrattate, non basta una legge, la questione è culturale. Si trascurano,a mio avviso, due aspetti, uno sociale e culturale, l’altro simbolico.

Quello sociale e culturale sta nella mancanza di un contesto solidale nei confronti delle donne: soprattutto occorrerebbe avviare percorsi formativi sessuati nelle scuole e in tutti i luoghi in cui le relazioni tra i sessi potrebbero essere sottratte agli stereotipi maschilisti, viriloidi, patriarcali. Percorsi formativi per docenti, personale dei tribunali, commissariati, vigili urbani e così via. L’aspetto simbolico infine, che a me pare centrale: la modifica profonda della relazione tra i sessi e soprattutto la centralità di una soggettività femminile libera e consapevole della sua autonomia e della sua autodeterminazione. Il punto è questo. Senza di questo si rischia la celebrazione, in parlamento e sui giornali che contano, del solito squallido rito dell’“unanimità” sulle donne, magari con qualche ghiribizzo del Movimento Cinque stelle, affascinato dall’aumento delle pene. E ribadendo, secondo un senso comune ahimè troppo diffuso, che la violenza contro le donne non è né di destra né di sinistra. Nel senso che la sinistra non è né maschile né femminile. E’ neutra, cioè è maschile.

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