Giffoni, il racconto della sesta giornata, il gran giorno di Di Maio che torna da vicepremier.

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L’abbraccio di Giffoni è tutto per Luigi Di Maio. Lungo il percorso che lo porta alla Cittadella del Cinema centinaia di smartphone illuminati immortalano l’arrivo del vice Premier, per fermarne un fotogramma che diventa subito ricordo, memoria. Poi, decine di selfie con i ragazzi, e ancora applausi. Qualcuno lo ferma, gli stringe la mano. “Luigi, non dimenticarti di noi precari della scuola”, gli chiede una giovane mamma. Quindi il saluto caloroso con il direttore Claudio Gubitosi e con il presidente di Giffoni Experience Pietro Rinaldi. «Voglio vedere la Multimedia Valley», dice subito il Ministro che è stato più volte ospite del Festival. Quest’anno brulica di vita tanto da essere entrata di diritto nei luoghi di Giffoni. Lungo la strada tante mani da stringere e piccoli giurati che riconoscono il personaggio politico visto in televisione. E’ un brillare di flash quello che accompagna la sera di Luigi Di Maio a Giffoni. Fino all’arrivo in sala Blu dove lo attendono i masterclasser.

Il vice Premier non si sottrae alle domande. Risponde a tutte, anche a quelle un po’ insidiose: “Quando avevo la vostra età – ha detto – facevo lo stesso. Andavo agli incontri con i politici e facevo un po’ di polemica. Mi cacciavano. Ovviamente con me non accadrà. Sono qui per ascoltare». D’altronde il confronto è il sale di Giffoni, è il lievito che lo ha fatto diventare un evento conosciuto e amato in tutto il mondo. Di Maio lo conosce bene: «Ho sempre detto che Giffoni era un modello di governo. L’ho detto quando ero all’opposizione e ora, da ministro allo Sviluppo Economico e al Lavoro, voglio metterlo in atto.  Questo microcosmo in realtà è un modello di governo. I due grandi temi che possono permettere di far rimanere i ragazzi in Italia sono rappresentati dalle mie deleghe. Dobbiamo contrastare l’emigrazione, soprattutto quella giovanile, perché se i giovani vanno via, vanno via le idee, le idee imprenditoriali ed il Paese perderà così forza economica e forza sociale». Per Di Maio Giffoni è capitale dell’innovazione: «La ricetta giusta è Giffoni – ha aggiunto – voi qui avete investito in tecnologia e cultura. C’è l’hub delle start up che negli anni mi ha sollecitato tante idee che voglio concretizzare ora da ministro».

E Giffoni è anche area interna del Sud Italia. E’ Campania, quella stessa Campania dalla quale Di Maio arriva. E la questione meridionale è centrale nel suo intervento: «Il Sud merita una quota di investimenti pubblici – ha detto – per quanti cittadini ha. Rispetto al dato nazionale, dovremmo avere almeno il 35% di investimenti pubblici e così allo stato non è. Il primo bilancio lo porteremo in aula a dicembre, ma inizieremo a lavorarci. Metteremo in campo tutti gli strumenti per guardare al Sud nell’ottica di aiutare anche il Nord». Come si aiuta il Mezzogiorno? Non con un intervento straordinario, ma sistemico perché quella del Sud non è questione a sé, ma è materia pienamente nazionale. Su questo Di Maio insiste parecchio con la platea dei ragazzi di Giffoni: «Ci sono tante idee innovative, non per forza tecnologiche – dice – e per le quali i giovani devono pensare che lo Stato sia un tuo alleato e non per forza un tuo nemico. Noi veniamo da un’epoca in cui c’è stata l’economia della fatica. Poi siamo arrivati all’economia dell’intelligenza e adesso siamo in un’economia esperenziale che è quella di cui si occupa il mondo dell’industria creativa italiana. L’Italia è il Paese più creativo d’Europa e a breve oltre il 50% del mondo del lavoro sarà creativo. Conosco bene i ragazzi del Mezzogiorno, i loro problemi ma anche le loro potenzialità. Ce la metterò tutta. Certo, cambiare significa riuscire a far muovere un colosso. Non è facile, ma la nostra generazione è chiamata a fare questo. Ce la metto tutta perché sono una persona di 32 anni, cresciuta in provincia di Napoli e che in questo territorio ha vissuto e ha tutti i suoi affetti».

Oggi Luigi Di Maio è al Governo. Ci sono temi sensibili, relativi in particolare alla sfera dei diritti civili, su cui i ragazzi sollecitano chiarezza. Come si mette insieme la posizione dei Cinque Stelle con quella della Lega, unico e solo alleato di governo? Su questo Di Maio è molto chiaro: lo strumento scelto è il Contratto di Governo. Tutto quello che non è compreso, non si farà. E perché? Facile, perché non c’è accordo con Salvini: «Sui diritti sociali siamo d’accordo – ha spiegato – Su quelli civili no e non li toccheremo. Il Ministro della Salute ha detto che non ha intenzione di attentare alla normativa sui vaccini. A mio avviso il Ministro deve intervenire se c’è abbassamento dei livelli vaccinali. Se si raggiungono livelli europei, allora è giusto adeguarsi alla normativa europea. Credo che in Italia con il dialogo si possa ottenere molto di più».

Il Contratto di Governo è un nuovo strumento: «Per la prima volta – ha aggiunto il Ministro – un governo nasce sui temi e poi sulle persone. E’ inaspettato? Lo è stato anche per me. Non c’è un solo voltagabbana perché nasce da un’identità politica precisa. Quello che riusciremo a fare è garantire più diritti sociali ai cittadini. In passato si usavano i diritti civili per vederci sottrarre quelli sociali. Oggi colmeremo il gap sui diritti sociali e non toccheremo quelli civili». E’ di destra o di sinistra tutto ciò? Di Maio non se lo chiede nemmeno: «Destra e sinistra – dice – appartengono ad uno schema superato. Con il decreto Dignità sono intervenuto su questioni prioritarie come la riduzione della burocrazia o il contrasto al precariato. Anche questi non sono temi di destra o di sinistra. Sono le cose che la gente ci chiede. I cittadini vogliono che si attui quanto è previsto in Costituzione, null’altro».

Ancora applausi, ultima curiosità sul film che meglio incarna l’esperienza del Movimento Cinque Stelle. Di Maio stupisce tutti con la scelta de “I Diari della motocicletta”. «Ora diranno che Di Maio vuole fare Che Guevara. Invece questo film mi piace perché è a metà strada tra il viaggio, la politica, le emozioni».

Il saluto alla sala è affidato ad un applauso entusiasta quando Di Maio conferma la sua volontà di accompagnare ancora Giffoni lungo il suo percorso. Fuori dalla Multimedia Valley c’è la sera, e in piazza il vicepremier si ferma al corner di Telefono Azzurro, dopo un affettuoso saluto con il Presidente Ernesto Caffo. Qui firma una t-shirt, salutando i giurati che si avvicinano per una foto. Poi ancora strette di mano, saluti e selfie. E’ notte e Di Maio saluta Giffoni. E ovviamente il suo è un arrivederci.

La prima parola chiave la dice Claudio Gubitosi: responsabilità. “Buon lavoro a tutti perché tutti abbiamo responsabilità”, dice il direttore inaugurando all’Antica Ramiera la round table ‘Next Education – A new kind of Education’, un focus sui cambiamenti “digitali” del mondo dell’educazione promosso da Giffoni Innovation Hub. “Qualcuno mi ha detto – ha proseguito – che ho messo in piedi una delle prime startup e forse è proprio così, ma un’intuizione deve essere trasformata in materia e poi in luogo fisico. Come è stato per Giffoni. E per Giffoni Innovation Hub, una scommessa fatta sei anni fa, un investimento sull’innovazione. Perché investire sull’innovazione? Perché la complessità, che contraddistingue Giffoni, è qualcosa di anomalo, diverso e utile”.

È sulla complessità dell’universo educativo che si sono confrontati i tanti relatori presenti: Amleto Picerno Ceraso (fondatore di Medaarch e moderatore dell’incontro), Ernesto Caffo (presidente di Telefono Azzurro), Valeria Fascione (assessore Regione Campania all’innovazione, startup e internazionalizzazione), Mortehn Lehn (general manager di Kaspersky Lab Italia), Fabrizio Renzi (direttore tecnologie e innovazione Ibm Italia), Daniele Chieffi (capo della digital communication di Agi), Danilo Casertano (fondatore dell’associazione Manes), Malin Dahlgren (decana della scuola privata Lund, in Svezia), Alberto Tozzi e Stefano Vicari (ospedale Bambino Gesù di Roma), Armando Bisogno (coordinatore di Wikimedia Italia per la Campania) e Monica Tamburini (docente scuola dell’infanzia e collaboratrice università Bicocca). Insieme hanno evidenziato limiti, potenzialità e successi di alcuni modelli, italiani e internazionali, e tracciato linee guida per il futuro. “Giffoni e Telefono Azzurro sono cresciuti insieme ascoltando i ragazzi, ma dobbiamo capire che il mondo sta cambiando, è sempre più digitale, quindi bisogna imparare e comprendere nuovi linguaggi”, ha puntualizzato Ernesto Caffo. “La scuola ha bisogno di investimenti: serve un piano nazionale adeguato – ha aggiunto – e bisogna mettere insieme saperi e alleanze”. Alle alleanze ha fatto riferimento anche l’assessore Fascione: “Senza il sostegno del pubblico non si va avanti. Noi vogliamo accompagnare i processi di aggiornamento digitale nel mondo delle imprese. Per quanto riguarda la scuola, abbiamo fatto un protocollo con il Miur per creare un grande hub campano, da rilanciare a livello europeo, che lavori sulla formazione di talenti digitali. Tutte queste sfide non si possono affrontare da soli, ma in rete”.

“È sempre bello tornare a Giffoni! Ancora di più a distanza di anni, ora che ho tanta esperienza in più da condividere con i ragazzi”: ha gli occhi che sorridono Simona Cavallari, pronta a incontrare gli Elements +10 in sala Sordi. “L’energia che si respira qui non è cambiata. Il Festival è cresciuto, anzi siamo nati e cresciuti insieme e, se possibile, è ancora più bello” dice l’attrice. “Cultura, curiosità, carica: per me, Giffoni è tutto questo. Ed è un bene da tutelare: è uno dei pochi eventi culturali dedicati ai ragazzi, capace di stimolarli, di tenerli lontani dai cellulari, di coinvolgerli. Per fortuna Giffoni esiste”.

Venti anni fa, ragazzina tra i ragazzini, oggi attrice affermata e madre di tre figli: “Ho raccontato al più piccolo (Levon Axel,7 anni) tutto quello che succede qui a Giffoni. Ci ha pensato un attimo e mi ha detto: ‘La prossima volta posso venire anche io?'”. A proposito di madri e figli, Simona Cavallari sarà Luisa Bentivegna, la mamma del giudice Giovanni Falcone, nel corto “U Muschittiri”, di Vito Palumbo: “Sento la responsabilità di questa interpretazione, da attrice e da madre: Maria, la sorella del giudice Falcone, ha seguito da vicino il progetto e si è detta contenta del risultato. Devo dire che è stato molto bello ‘raccontare’ il Falcone bambino e scoprire le paure del piccolo Giovanni. Nessuno lo aveva mai fatto”.

Cinema, ma anche teatro per la versatile attrice: nella prossima stagione sarà a teatro in Amami Ancora, con Ettore Bassi e la regia di Stefano Artissunch: “E’ un progetto che mi affascina e mi spaventa: è da molti anni che non faccio teatro e l’emozione si sente”.

Grandi emozioni oggi nella Cittadella del Cinema di Giffoni insieme a Jeremy Irvine: dopo una lunga attesa, i giovani giurati hanno incontrato il loro idolo, presto sul grande schermo nel ruolo di Sam in Mamma Mia! Ci risiamo, in anteprima italiana al Giffoni Film Festival. Abito più adatto non poteva indossarlo: per il suo water carpet e l’incontro con le giurie in Sala Truffaut alla 48esima edizione del Giffoni Film Festival, Jeremy Irvine si è vestito elegante “perché è un momento speciale”, come lui stesso ha rivelato.

A soli 28 anni, Irvine è già una star: d’altronde, dopo aver debuttato con Steven Spielberg in War Horse, Hollywood gli ha spalancato le porte. E lui spalanca il suo cuore ai giffoners: “Questa manifestazione – ha detto con entusiasmo – è la più bella del mondo. E ne ammiro anche l’impegno sociale. Ho saputo della campagna contro il bullismo ed è ammirevole. Da ragazzo a scuola l’ho subito e so quanto sia importante trasformare la frustrazione in energia positiva da incanalare nelle nostre passioni”. Nella pellicola interpreta Sam, ossia la versione teenager di Pierce Brosnan che s’innamora dell’irriverente Donna (Meryl Streep nell’originale e Lily James nei flashback della storia). “Sono felicissimo – ha aggiunto l’interprete britannico – di far parte di questo gruppo incredibile e non solo perché ho l’onore di ritrovare Colin Firth ma perché porta un patrimonio musicale come quello degli ABBA anche alle nuove generazioni”.

Al limite dell’emozione, i giurati della categoria Generator sapevano già cosa chiedergli, ma non prima di averlo accolto appropriatamente al suo primo Giffoni: “Non ho mai ricevuto un’accoglienza tanto calorosa – ha confessato Irvine – e anche il video di benvenuto che avete preparato per me è eccezionale”. L’attore del sequel di Mamma Mia! non è mancato di dispensare i consigli, particolarmente ai giurati che sognano di intraprendere la sua stessa carriera cinematografica: “Non accettate un ‘no’ come risposta – ha esortato l’attore – io sono abbastanza inesperto, ma anche i miei colleghi mi hanno confermato che di ‘no’ ce ne saranno ancora tanti ad attendermi. Non dovete mai arrendervi. Tenete duro. La tenacia vi ricompenserà”. Un consiglio, il suo, che vale nel cinema come nella vita purché ci sia sempre quell’energia unica che si respira al Giffoni Film Festival: “Ho trascorso le ultime tre e ore a fare interviste con la stampa, ma le vostre domande sono quelle migliori: è la vostra energia a fare la differenza”.

Quanto alle lezioni di vita vere e proprie, Jeremy Irvine non si risparmia, anzi si impegna a dare il buon esempio: “Una delle lezioni che ho imparato – ha concluso – è di non lasciarsi guidare dalla rabbia, ma canalizzare le energie in ciò che piace”. Lui, ad esempio, ha fatto del cinema il suo più grande appiglio ed è stato “salvato dalla recitazione”. Oltre all’immensa gratitudine destinata al calore dei Giffoners, non ha dimenticato di ringraziare tutti i maestri che lo hanno aiutato, a partire da Steven Spielberg che fu regista del suo primo film.

Del rapporto tra i social e radio hanno parlato, a Terravecchia, gli Autogol (Alessandro Iraci, Michele Negroni e Michele Trolli in arte Rollo), insieme ai ragazzi della Masterclass Music & Radio. Il trio comico, che conduce un programma su Radio 105 dal titolo Autogol 105, è partito dal teatro, confluito sul web e sfociato poi in radio. «Il web è un magnifico strumento, dove hai carta bianca. In radio no, hai uno spazio e devi usarlo al meglio, rispettando spazi e direttive editoriali. Altra differenza è che la radio ha un pubblico che interagisce con sms e telefono, mentre il web ha like e dislike, per esempio» ha detto Alessandro Trolli, sottolineando come il pubblico, sul web, riesce a dare un feedback quasi immediato, per far capire cosa piace o non piace. «Senza il web, adesso non saremmo a Radio 105 – ha ammesso Trolli – e ci ha permesso quindi di crescere e di essere visibili». Ma come muove i primi passi il trio comico degli Autogol? Dopo essersi conosciuti sui banchi di scuola, fondano nel 2006 un gruppo comico teatrale, con il quale girano i teatri di Pavia e provincia, presentando i loro spettacoli, interamente scritti da loro. «Dopo il teatro, passiamo in una radio locale, a Pavia. Il format di quel programma è lo stesso di adesso, solo in scala più grande. Si danno notizie con un tono più leggero e poi si condisce con imitazioni» ha aggiunto Iraci. Il web dà una grande libertà, ma dall’altro lato impone tempi più stretti: «sul web, si youtube, per esempio, si vede subito chi ha commentato, chi ha condiviso o chi ha messo like. Il riscontro si ha subito, mentre in radio i tempi sono più lunghi, il ritmo è diverso» ha concluso Negroni.

“Siete fantastici. Mi avete fatto emozionare. Ora registro un video e vi dedico una storia di Instagram. Siete tutti promossi!”: Ilenia Pastorelli è entusiasta di incontrare i giurati del Giffoni 2018 e si vede. Scherza, li coinvolge, li diverte, si diverte e i giurati hanno risposto con un calore che l’ha commossa. “Non mi aspettavo tutto questo affetto perché io ho iniziato da poco. Vi dico grazie con tutto il cuore perché vuol dire che sono riuscita ad arrivarvi”. Ha ribadito poi uno dei punti cardine per un giffoners, guardare alla sostanza: “Spesso la gente giudica per quello che ha non per quello che è – dice la Pastorelli – e questo li rende superficiali. Così non faranno molta strada. Io ‘faccio’ l’attrice, ma ‘sono’ un’altra persona: ‘ho’ il David di Donatello ma non ‘sono’ il David”. Quel premio però ha il suo peso: “Mi ha dato una grande responsabilità, in un certo senso mi ha cambiato. Ogni volta che leggo una sceneggiatura mi preoccupo che ne sia all’altezza. Penso a lungo prima di accettare qualsiasi ruolo perché è meglio non fare nulla che fare scelte sbagliate”. Il monito è molto lucido: “Chi si monta la testa e poi cade si fa più male. Meglio restare con i piedi per terra”.

“Il sistema di erudizione in cui ci ha immesso il cambiamento digitale non ci insegna a porci delle domande. L’interlocuzione con la propria libertà poggia su due pilastri: impegno e responsabilità”. È provocatorio Andrea Iovino, presidente della BIMED, la biennale delle Arti e delle Scienze del Mediterraneo – associazione di Enti Locali per l’Educational, la Cultura e la Legalità.

Calorosa accoglienza sulle note della sua Pensa, cantata dai ragazzi della Masterclass Music & Radio, per Fabrizio Moro, anche lui a Terravecchia questo pomeriggio. Tema dell’incontro, La canzone sociale nel 2018. “Canzone sociale? Per me vuol dire lasciare delle fotografie che possano essere indelebili nel tempo. Avevo 30 anni quando ho scritto Pensa e l’ho fatto senza pensare che potesse diventare un manifesto importante”. Tutto è nato, ha raccontato Moro, dalla visione dell’ultimo discorso di Paolo Borsellino prima dell’attentato di via D’Amelio. “Si intravedeva il coraggio di questa persona, che stava mettendo a disposizione del popolo italiano. Di getto ho scritto le parole di questa canzone con l’intento di lasciare una testimonianza nel tempo. E con la musica di può fare”. Tanti ragazzi delle scuole elementari e medie, ha aggiunto il cantautore romano, sono venuti a conoscenza di Falcone e Borsellino dopo avere ascoltato la mia canzone. “Per me la musica deve essere impegno. Io scrivo canzoni per esorcizzare le mie paure. Quando una cosa mi dà fastidio devo scrivere, devo comunicarla” ha aggiunto, evidenziando come la maggior parte delle sue canzoni parlino di lati particolari della sua personalità: “le mie canzoni parlano di que

Scrivere e produrre una hit è semplice o necessita di un consistente lavoro alle spalle? In che modo si può raggiungere il successo per un cantautore? Di questo e tanto altro si è discusso a Terravecchia con due nomi del mondo musicale italiano, Dario Giovannini, di Carosello Records, e Federica Abbate, cantautrice, che nonostante la giovane età ha già inanellato una serie di successi – Roma-Bangkok e Nessun grado di separazione, ma anche Moscow Mule di Benji & Fede – che l’hanno fatta rapidamente conoscere tra il pubblico più giovane.

«In Italia, oggi, l’unica donna che può vantare di non aver raggiunto la notorietà grazie ai talent è Levante, gli altri sono tutti provenienti da quel mondo televisivo» ha spiegato Dario Giovannini, aggiungendo come, tra le qualità necessarie per sfondare non basti solo una bella voce: «È necessario anche fare delle buone canzoni, così come è necessaria la coerenza. In un mondo dove quotidianamente, su Spotify veniamo bombardati da più di 30 nuove canzoni al giorno, è necessario distinguersi».

Ma in che modo farlo? «Ogni aspetto della propria vita deve rappresentativo della persona: le canzoni, il modo di essere, anche il modo di vestire. Niente di artificioso, basta essere se stessi. In questo modo si riesce a essere unici, e come risultato chi ascolta una canzone riesce a ricordare anche l’autore. Una specie di fidelizzazione». Esistono anche canzoni “pericolose” per gli interpreti, perché diventando dei tormentoni, dopo il periodo breve di notorietà passano di moda, facendo dimenticare anche chi le canta. «Per questo – ha aggiunto Federica Abbate – è necessario ricercare un lavoro di costruzione di piccoli pezzi che realizzino un puzzle, così da contribuire alla costruzione di una propria immagine, realizzandola pian piano e mettendoci la propria personalità». Il successo? Secondo la cantautrice milanese non è solo la canzone che porta alla notorietà: «tante cose che devono intersecarsi, ma la musica è democratica. Chi deve essere premiato, viene premiato, magari dopo mesi o anni, ma il successo arriva».

llo che vorrei essere e che ancora non sono» ha spiegato ai masterclasser. Il suo approccio alla canzone, ha confessato, è «trasparente, istintivo e semplice”, come è stato per la canzone vincitrice di Sanremo 2018 Non mi avete fatto niente, scritta a quattro mani con Ermal Meta. “L’abbiamo scritta insieme, ma di certo non pensavamo a cosa sarebbe successo dopo, al fatto che con quella canzone avremmo poi vinto Sanremo”.

 

Una Masterclass Green completamente differente dalle precedenti, con una destrutturazione radicale della linearità della lectio: costante lo stimolo a riflettere per comprendere i processi della conoscenza. Iovino pone domande, quesiti. Utilizzando il metodo della narrazione, accende il dibattito e provoca repliche tra i masterclassers. La costruzione del conflitto diventa così meccanismo narrativo per aprire nuovi scenari e nuovi orizzonti di senso. Critico anche rispetto all’istituzione scolastica. “Osservo, indago i giovani, cerco di capire in che termini possano essere un valore aggiunto”, esordisce.

“Acqua – bene da conservare” è l’iniziativa messa in campo da Bimed per la valorizzazione del servizio idrico con attività didattiche destinate alle scuole della provincia di Salerno: un programma che sarà sviluppato nel prossimo anno scolastico 2018/19, con formazione dedicata sia ai docenti che agli alunni attraverso laboratori (acqua per tutti, diritto di accesso all’acqua, acqua da bere, acqua per produrre e acqua nell’arte etc) e con la realizzazione del blog “Noi siamo acqua”, con percorsi tematici per attivarsi come cittadini consapevoli, oltre ad una serie di attività itineranti sui territori. “Il cambiamento deve partire dal fare scuola: chi dovrebbe trasferire i saperi, dovrebbe preoccuparsi di offrire un metodo del pensare, piuttosto che immaginare un magazzino in cui immettere nozioni”, insiste Iovino citando Edgar Morin, padre della pedagogia contemporanea, approfondendo il concetto di “scuola come lavoro alla felicità”.

“Quando si sottolinea il termine trasferimento di conoscenze si pensa ad un pacco – incalza il presidente – La cultura è un’altra cosa. L’apprendimento non è collegato unicamente alla scuola, ma è un impegno delle istituzioni da mettere in relazione con il territorio. Le nuove generazioni sono le entità che determinano il quadro del divenire, anche attraverso un agente catalizzatore di opportunità ed è qui che interviene Bimed”. Destabilizza la platea con quesiti tesi a smuovere le certezze precostituite, per poi concentrarsi sui concetti di “distrazione della velocità” e di “relazione” rispetto al pensare: “Oggi chi svolge il ruolo di docente si trova di fronte alla terza generazione di nativi digitali, la “generazione del click” che utilizza smartphone e strumenti informatici, muovendosi attraverso un sistema input-output, senza conoscere cosa avviene nel frattempo, al contrario dell’analogico che ne comprendeva il processo.

Non è possibile senza un quadro di educational che crea relazione, il dialogo viene meno”. Cita casi concreti nel mondo, parla di sfruttamento minorile in Congo e Botswana per accaparrarsi i minerali utilizzati per il trasferimento digitale. “Il senso di Bimed è nella possibilità di acquisire coscienza prima che scienza – continua – Non si può parlare di acqua senza sapere cosa accade intorno a noi nel mondo. In questo istante, ad Hebron una ragazza della vostra stessa età ha diritto a 15 litri di acqua a settimana su disposizioni dello stato di Israele. La scuola avrebbe dovuto determinare cittadinanza attiva e impegno, invece voi siete consumatori inconsapevoli. La dimensione dell’umanità nel digitale viene smarrita. Occorre imparare a trovare una sintesi, senza un equilibrio rischiamo dei seri rischi”.

La prima parola chiave la dice Claudio Gubitosi: responsabilità. “Buon lavoro a tutti perché tutti abbiamo responsabilità”, dice il direttore inaugurando all’Antica Ramiera la round table ‘Next Education – A new kind of Education’, un focus sui cambiamenti “digitali” del mondo dell’educazione promosso da Giffoni Innovation Hub. “Qualcuno mi ha detto – ha proseguito – che ho messo in piedi una delle prime startup e forse è proprio così, ma un’intuizione deve essere trasformata in materia e poi in luogo fisico. Come è stato per Giffoni. E per Giffoni Innovation Hub, una scommessa fatta sei anni fa, un investimento sull’innovazione. Perché investire sull’innovazione? Perché la complessità, che contraddistingue Giffoni, è qualcosa di anomalo, diverso e utile”.

È sulla complessità dell’universo educativo che si sono confrontati i tanti relatori presenti: Amleto Picerno Ceraso (fondatore di Medaarch e moderatore dell’incontro), Ernesto Caffo (presidente di Telefono Azzurro), Valeria Fascione (assessore Regione Campania all’innovazione, startup e internazionalizzazione), Mortehn Lehn (general manager di Kaspersky Lab Italia), Fabrizio Renzi (direttore tecnologie e innovazione Ibm Italia), Daniele Chieffi (capo della digital communication di Agi), Danilo Casertano (fondatore dell’associazione Manes), Malin Dahlgren (decana della scuola privata Lund, in Svezia), Alberto Tozzi e Stefano Vicari (ospedale Bambino Gesù di Roma), Armando Bisogno (coordinatore di Wikimedia Italia per la Campania) e Monica Tamburini (docente scuola dell’infanzia e collaboratrice università Bicocca). Insieme hanno evidenziato limiti, potenzialità e successi di alcuni modelli, italiani e internazionali, e tracciato linee guida per il futuro. “Giffoni e Telefono Azzurro sono cresciuti insieme ascoltando i ragazzi, ma dobbiamo capire che il mondo sta cambiando, è sempre più digitale, quindi bisogna imparare e comprendere nuovi linguaggi”, ha puntualizzato Ernesto Caffo. “La scuola ha bisogno di investimenti: serve un piano nazionale adeguato – ha aggiunto – e bisogna mettere insieme saperi e alleanze”. Alle alleanze ha fatto riferimento anche l’assessore Fascione: “Senza il sostegno del pubblico non si va avanti. Noi vogliamo accompagnare i processi di aggiornamento digitale nel mondo delle imprese. Per quanto riguarda la scuola, abbiamo fatto un protocollo con il Miur per creare un grande hub campano, da rilanciare a livello europeo, che lavori sulla formazione di talenti digitali. Tutte queste sfide non si possono affrontare da soli, ma in rete”.

Scrivere e produrre una hit è semplice o necessita di un consistente lavoro alle spalle? In che modo si può raggiungere il successo per un cantautore? Di questo e tanto altro si è discusso a Terravecchia con due nomi del mondo musicale italiano, Dario Giovannini, di Carosello Records, e Federica Abbate, cantautrice, che nonostante la giovane età ha già inanellato una serie di successi – Roma-Bangkok e Nessun grado di separazione, ma anche Moscow Mule di Benji & Fede – che l’hanno fatta rapidamente conoscere tra il pubblico più giovane.

«In Italia, oggi, l’unica donna che può vantare di non aver raggiunto la notorietà grazie ai talent è Levante, gli altri sono tutti provenienti da quel mondo televisivo» ha spiegato Dario Giovannini, aggiungendo come, tra le qualità necessarie per sfondare non basti solo una bella voce: «È necessario anche fare delle buone canzoni, così come è necessaria la coerenza. In un mondo dove quotidianamente, su Spotify veniamo bombardati da più di 30 nuove canzoni al giorno, è necessario distinguersi».

Ma in che modo farlo? «Ogni aspetto della propria vita deve rappresentativo della persona: le canzoni, il modo di essere, anche il modo di vestire. Niente di artificioso, basta essere se stessi. In questo modo si riesce a essere unici, e come risultato chi ascolta una canzone riesce a ricordare anche l’autore. Una specie di fidelizzazione». Esistono anche canzoni “pericolose” per gli interpreti, perché diventando dei tormentoni, dopo il periodo breve di notorietà passano di moda, facendo dimenticare anche chi le canta. «Per questo – ha aggiunto Federica Abbate – è necessario ricercare un lavoro di costruzione di piccoli pezzi che realizzino un puzzle, così da contribuire alla costruzione di una propria immagine, realizzandola pian piano e mettendoci la propria personalità». Il successo? Secondo la cantautrice milanese non è solo la canzone che porta alla notorietà: «tante cose che devono intersecarsi, ma la musica è democratica. Chi deve essere premiato, viene premiato, magari dopo mesi o anni, ma il successo arriva».

La passione e l’amore per il cinema che unisce, completa e combatte pregiudizi e emarginazione: Mediafriends Onlus, Giffoni Film Festival e Festival Internazionale del Cinema Nuovo di Gorgonzola insieme per un progetto di speranza e condivisione. “Creiamo questo ponte di emozioni, questo ponte di esperienze di vita – ha spiegato il Direttore Claudio Gubitosi – per cominciare a camminare insieme, sarà un percorso bellissimo”. Due strade che si incontrano quelle dei due Festival, per lasciare spazio ad un’idea condivisa di cinema. “Il nostro è un Festival particolare, un’esperienza di vita sia per chi assiste ai corti realizzati ma soprattutto per i nostri ragazzi che diventano attori e protagonisti indiscussi – ha spiegato Luigi Colombo del Festival Internazionale del Cinema Nuovo -. Ha effetto terapeutico su di loro, li aiuta a vivere in maniera migliore. Non ha sicuramente la qualità dei corti che vediamo qui ma una valenza molto importante”. Coinvolgere e valorizzare qualità e passioni di persone affette da disabilità, questo e molto altro alla base del Festival di Gorgonzola divenuto negli ultimi anni punto di riferimento importante nel panorama delle attività cinematografiche per disabili.

“Mi sono avvicinato a questo Festival quando uno degli attori era mio fratello – ha continuato Colombo -. Ho visto la felicità nei suoi occhi e ho sentito di dover dare il mio contributo. I nostri sono film semplici, realizzati dalle cooperative e dalle realtà che abitualmente accolgono i nostri ragazzi”. Il “Festival Internazionale del Cinema Nuovo”, organizzato dall’Associazione Romeo Della Bella, è un concorso per cortometraggi interpretati esclusivamente da disabili di comunità, centri diurni e associazioni di volontariato. “È fondamentale che i ragazzini si avvicinino al mondo della disabilità – ha aggiunto -. È importante perché spesso non riescono a capire bene quali sono le difficoltà che si trovano ad affrontare tutti i giorni e fanno fatica a coglierne le potenzialità”. Far convergere due Mondi così simili tra loro, per dare libero sfogo a potenzialità e qualità a prescindere da qualsiasi concetto di diversità.

“Il Festival del Cinema non sarà più biennale, ma annuale – ha aggiunto Massimo Ciampa, segretario generale di Mediafriends Onlus che da anni supporta il Festival Internazionale del Cinema Nuovo -. Per noi è importante rendere questo appuntamento continuo e costante perché questi ragazzi devono potersi sentire al centro dell’attenzione. Devono integrarsi con il resto della società e valorizzare le proprie passioni”. Perché il cinema è per tutti. E non conosce diversità, limiti e incertezze: “Mi sono innamorato subito di questo progetto di Mediafriends dedicato ai ragazzi meno fortunati dei nostri giffoners, fanno una cosa unica e necessaria – ha concluso Gubitosi -. Adesso, c’è tanto da fare e costruire insieme”. Per uscire dalla Sala cinematografica “con il sorriso sul volto e nel cuore” e per accorgersi “che la disabilità non è solo un problema”.

“Questo pianeta Terra è troppo piccolo, non ci stiamo tutti, quindi dobbiamo andare da qualche altra parte. Secondo noi Marte è il posto giusto”. Parola di Linda Raimondo e Francesco Maio, a Giffoni per parlare ai ragazzi della Masterclass Talk del loro “Journey to Gusev”, progetto del concorso Odysseus finanziato dall’UE nell’ambito di Horizon 2020, il principale programma di innovazione e ricerca su scienze e spazio.

19 anni lei, 20 anni lui, i due sono convinti che si possa lavorare per andare su Marte. E ai masterclasser spiegano affinità e diversità tra la Terra e il pianeta rosso, con tanto di mappa alla mano. Non mancano studi su come sfruttare le risorse del pianeta gemello e neppure una idea sul mezzo da utilizzare per arrivarci, sulla base da realizzare su Marte per compiere gli studi necessari, nonché sulla data prevista dal loro progetto del primo lancio: 29 novembre 2028 con la prima missione di 40 giorni, nel 2031. “Il futuro prossimo non è più sulla Terra – spiega Linda – perché stiamo consumando le risorse. Marte è una possibile meta”. Forte l’interesse dei giffoners per i due giovanissimi interlocutori, protagonisti di una lezione vivace, tutta giocata sul filo della curiosità.

Ottanta gradi a Nord, fino alle isole Svalbard, ultimo avamposto dell’umanità, nell’Artico, abitate da circa 2mila persone che vivono di turismo e ricerca scientifica. Tra i suoni surreali dei ghiacciai, colonna sonora della trasformazione del nostro pianeta: il global warming, ovvero del riscaldamento globale, è il fulcro centrale del docufilm “Lo stato dell’Artico”, proiettato a Masterclass Green nell’ambito del segmento organizzato con Sky “Un mare da salvare”. Ogni giorno si sciolgono 281 gigatonnellate di ghiacci millenari, l’equivalente di 3mila Colossei al giorno. A trasportare la platea alla scoperta di un mondo sempre più interconnesso è il caporedattore di Sky Tg24, Daniele Moretti, autore e protagonista dell’opera che l’ha spinto fino alle varie basi degli scienziati internazionali che studiano i cambiamenti metereologici e climatici, tra cui quella del Cnr italiano “Dirigibile Italia”. “Nel 2050 ci sarà più plastica e pesci nei mari se continuiamo così – esordisce Moretti – Da qui parte la campagna “Sky Ocean Rescue”, nel 2017, declinata in Italia in “Un mare da salvare” per sensibilizzare ad un sano utilizzo della plastica.  Il mare è importante nella nostra vita, in migliaia di anni, non ci ha mai abbandonato. Spesso si parla delle isole di plastica, le dorsali oceaniche, vortici su cui i rifiuti si concentrano e si mescolano. La condizione del Mediterraneo – continua – non è peggiore di quella dell’oceano. Abbiamo creato un dialogo con gli scienziati, tra cui Cristina Fossi dell’università di Siena progetto “Plastic Busters”, che nell’enorme riserva marina un enorme paradiso dei cetacei tra Toscana e Costa Azzurra fa mini Biopsie per capire la concentrazione dei microplastiche scomposte per verificarne la penetrazione nei tessuti”. Tre gli impegni assunti da Sky nella conference di Malta: l’eliminazione della plastica monouso dalla nostra catena produttiva del gruppo, gli imballaggi dei decoder saranno sostituiti da involucri in materiali riciclabili e, infine, borse di studio per la ricerca scientifica per un investimento totale da parte del gruppo di 25milioni di sterline stanziate in Europa”. Sensibilizzazione che non vuole essere una demonizzazione della plastica, ma uno stimolo ad imparare ad utilizzarla. Nuove sinergie anche con l’Unesco sulla Ocean Literature, con grandi racconti per incentivare la consapevolezza del mare. “Il principio cardine è che esiste un solo oceano, un solo mare – spiega Moretti ai masterclassers –  Se seguissimo il viaggio di una bottiglietta attraverso le correnti, arriveremmo in Artico. Così nasce il reportage in artico, per occuparci dei cambiamenti climatici, per capire che è un solo sistema che influenza il nostro pianeta e la nostra vita quotidiana. Tanto lontano quanto vicinissimo”.

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