Desiderio infinito! Capitolo 7 (Parte terza)

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Poi aggiunse, più calma: «Ho la parure di perle che Alfred mi regalò, prima di partire per gli Stati Uniti. Venderò anche quella: vale un capitale».
Valeria piangeva in silenzio e pregava: «Signore, non avrai pietà di noi? Di una donna così buona come Emily? Io credo nella Tua Misericordia, Signore! Ridammi Marco; fa’ che questo innocente abbia un padre…».
Intanto il tempo passava senza portare nulla di interessante nella vita delle due donne; ma nella vita della Nazione accadde qualcosa che arrecò parecchie preoccupazioni nell’animo del popolo italiano. Infatti Mussolini aveva fatto varcare dall’esercito italiano di stanza in Eritrea, il confine Etiopico ed erano state rapidamente occupate le città di Adigrat, di Adua e la città santa di Axum, suscitando la fiera reazione della Società delle Nazioni, che vedeva compromesso l’equilibrio politico. Essa, di conseguenza, infliggeva «sanzioni» economiche e finanziarie nei confronti dell’Italia.
Il momento era grave, ma il Duce, con suprema strategia, scosse ancora il sentimento patrio degli Italiani, chiedendo ad essi oro, rame e rottami metallici.
Furono subito emanate norme per dare aiuto alla Patria in pericolo, a cui il popolo rispose prontamente, con zelo inimitabile.
Il diciotto dicembre fu proclamata la famosa «Giornata della Fede», che scatenò nell’intera nazione una frenetica partecipazione delle donne italiane ai problemi della Patria. Esse si recavano alle urne per donare alla Patria la propria fede nuziale, ricevendone in cambio una simbolica di acciaio.
Vi fu una vera campagna propagandistica con lo slogan «Oro alla Patria», che, nel pieno successo dell’iniziativa, ottenne apertamente al Duce il consenso del Popolo Italiano alla guerra coloniale. Valeria ed Emily si consultarono tra loro e donarono anch’esse delle pentole, il cui uso era ormai un’abitudine, ed oggetti metallici.
Non seppero rimanere estranee a quel moto strepitoso col quale il Fascismo risolveva le sue crisi e quelle d’Italia, che, alla fine, era la loro Patria e quella del piccolo Marco.
Quest’ultimo faceva già qualche passo sostenuto dalle apposite bretelle, guidato dalla mamma o da Emily o dalla domestica, ma la gioia ch’egli dava loro, sbocciando «a vista d’occhio» non riusciva a distogliere le poverette dall’enorme preoccupazione dell’avvenire, essendo divenute troppo precarie le loro condizioni economiche.
Per ferma volontà di Valeria fu rinunciato alla domestica e non fu venduta la parure di perle. Ma quanto sarebbe durata? Un giorno che si annunciava più vuoto degli altri, Emily disse a se stessa: «Devo bussare a tutte le porte; devo trovare un lavoro. Ho mentito a Valeria… Ora ella crede ch’io abbia rinunciato spontaneamente al cinema. Meglio così. Infatti non farò più l’attrice, non mi umilierò più. E’ chiaro che nessun impresario mi accetta: nessuno si mette contro il potente Fabrizi. Farò la commessa o qualsiasi altro lavoro e tireremo avanti ugualmente».
Si preparò con cura e si guardò allo specchio: la sua bellezza, nonostante tante avversità, era rimasta intatta, anzi quell’ombra di malinconia che vagava nello sguardo chiaro, ne aumentava il fascino. Si compiacque della sua immagine, salutò Valeria, baciò il bimbo ed infilò la porta.
Nell’atrio del portone sentì la voce del portiere che si mescolava alquanto spazientita con quella di uno straniero, come si capiva dall’accento. Notò un giovane alto, elegante, che parlava quella lingua americana ch’ella, in buona parte, aveva appreso da Alfred. Si avvicinò e chiese: «Posso essere utile?».
L’uomo si voltò alla sua voce e lasciò vedere ad Emily un bel viso virile dall’ espressione sbalordita:
«E’ lei, è lei» — gridava l’americano, mentre traeva dalla tasca una fotografia di Emily, la quale rimaneva di sasso.
L’uomo giovane, elegante, bello si presentò: «Sono John Stowe, nipote di Alfred».
John fece in tempo ad afferrare Emily e a riportarla di su svenuta. Era venuto per lei. Dopo la morte dello zio, che gli aveva parlato a lungo della donna che intendeva sposare, egli non aveva avuto altro proposito che di cercarla. Per lunghi mesi, tuttavia, aveva dovuto sistemare le cose lasciate sospese dallo zio; mettere a tacere dei parenti che si buttavano come sciacalli sulla disgrazia di Alfred; riordinare, insomma tutta la situazione che si era venuta a creare ed anche i suoi affari personali, in modo da venire in Italia per una vacanza a tempo indeterminato.
Era stato a Messina all’albergo che aveva ospitato Alfred, ma stranamente, in preda alla confusione che la tragedia di Stowe aveva provocato Emily non aveva lasciato di sé alcun recapito. Tuttavia il direttore dell’albergo lo aveva indirizzato a Napoli, parendogli di ricordare che la famiglia di Emily fosse di Napoli. Qui, infatti, aveva ritrovato i suoi parenti che lo avevano messo sulla strada giusta per rintracciarla.
«Ma, è passato un anno dalla morte di Alfred» — disse quasi risentita Emily. «Yes, yes, è così, è certo…» — cercava di spiegare John in un pessimo italiano: «Io sistemare fatti di zio, prima di partire: scadenze, banche contratti… In giro per te da due mesi. Zio ti manda soldi… Hai bisogno di dollars? Zio voleva sposare te, caruccia, e dare tanti
tanti soldi». Emily si commosse profondamente. Anche da morto Alfred pensava a lei! Eppure non lo aveva mai amato com’egli desiderava! Lo avrebbe rispettato, però, e servito con grande affetto. Intanto osservava John e ripensava ad Alfred, che aveva i capelli ramati ed un viso rossiccio, arso, asciutto.
John invece era molto giovane ed era bellissimo con quei suoi occhi luminosi e scuri, grandi, comunicativi. Aveva lineamenti molto regolari e tuttavia incisivi, virili. In tutta la persona erano scioltezza e disinvoltura così naturali da conquistare speditamente la simpatia e la fiducia delle due donne.
John, letteralmente invaghito di Emily, si stabilì in un albergo di prima categoria, e tutti i giorni era presso di lei, carico di regali per lei, per Valeria e per il piccolo Marco. Quando l’atmosfera familiare parve a John colma di affetto e di stima reciproca, offrì, a nome del defunto Alfred, un grosso assegno ad Emily: una somma da capogiro. Ma fu tale l’affabilità con la quale John fece questo gesto, così commovente il ricordo di Alfred, rievocato da lui, che alle due smarrite creature parve la cosa più logica del mondo accettare ogni dono, ogni aiuto. Non parlava mai di andar via, anzi acquistò un prontuario di frasi compilate sul parlar vivo italiano, corrispondenti, per contenuto, ad altre frasi in lingua inglese. Lo teneva in tasca, sempre a portata di mano e si dichiarava alunno di Emily, alla quale poneva mille domande, pretendendo le risposte — «per imparare» — diceva.
Emily era in uno stato di gioiosa confusione; temeva di innamorarsi di lui, perciò era strana, eccitata. Il dubbio di una delusione da parte di John le procurava un fastidio dentro, un’amarezza che non volle più a lungo tollerare, perciò una sera chiese a John: «Quand’è che riparti? Sei qui da oltre un mese e dici che tieni tanti lavori da mandare avanti in America…». La risposta fu sbalorditiva: «Aspetto il momento buono per dirti che devi venire con me. Il tuo posto è vicino a me…».
«Hai per caso bisogno di una nuova segretaria?». «No… ho bisogno di una moglie italiana, bella, sincera e buona, come te. Emily, mi vuoi sposare?» — E la guardò con gli occhi lucidi, che esprimevano una passione repressa. «Com’è possibile questo?» — rispondeva inebetita Emily. «Perché? Io provo molto per te e non si tratta di amicizia.
Io ti amo, come se ti conoscessi da tanto tempo. Tu pure…?».
Non terminò la frase; d’impeto la strinse tra le braccia e la baciò con un trasporto che fu ampiamente ricambiato.
Dopo Emily apparve rossa e confusa, quasi mortificata per quel momento di debolezza che l’aveva presa.
John, invece, era al settimo cielo. Chiamò a voce alta Valeria ch’era nella sua camera:
«Valeria, vieni qui; c’è una bella notizia. Io ed Emily ci sposiamo!».
Comparsa sulla soglia, Valeria li guardò con una certa titubanza. Non voleva che Emily commettesse qualche colpo di testa di cui pentirsi: non sapeva quasi niente di lui, del suo modo di vivere e di pensare. Le sembrava troppo azzardato accettare su due piedi una proposta di matrimonio. Eppoi… John avrebbe accettato, alla pari di Alfred, la sua sterilità? Aveva un viso seriamente preoccupato, quando la voce di John risonò scherzosamente imperiosa: «Stasera tutti fuori! Si mangia alla «Vecchia America», per festeggiare l’inizio del nostro amore». Dopo quella sera al ristorante, altre ne vennero non meno liete. John era sempre allegro e disponibile; le portava spesso fuori col bambino, per dare un po’ di distrazione a Valeria, che appariva sempre malinconica, e per rinsaldare i vincoli d’affetto con Emily, che ormai stava diventando importante per lui.
Dal canto loro, le due donne avevano l’impressione di vivere un sogno bellissimo, dal quale mal volentieri si sarebbero svegliate.
A riportarle alla realtà fu un telegramma giunto da Napoli, che la madre di Emily indirizzava alla figlia, con luttuose notizie per la sua amica. Il padre di Valeria era deceduto «con un colpo di cuore»; si facevano le esequie quello stesso pomeriggio.
Inutilmente si tenterebbe di trasmettere al lettore la sofferenza di Valeria, dibattuta tra il rimorso di non avere scritto mai a casa e il desiderio di rivedere il padre, sia pure morto.
John comprese il dolore di Valeria; guardò Emily e vide un’implorazione irresistibile nei suoi occhi bellissimi.
«Dobbiamo far presto, presto, aiutaci John» — supplicava adesso Emily, facendo sua l’insopportabile sofferenza di Valeria.
In men che non si dica, partirono con la potente cilindrata di John.

(Continua…)