Alessandro Siani, Diletta Leotta, il sottosegretario Sibilia ed il sindaco di Pollica nell’ottava giornata del Giffoni Film Festival.

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Alessandro Siani è tornato alla Cittadella del cinema con una dichiarazione d’amore al Giffoni Film Festival: “Qui sembra di stare in un film di Frank Capra, qualcosa del genere ‘Accadde a Giffoni’, si respira un’aria magica che ha il potere di distrarti dalla negatività del mondo. Mi sembra come un bel libro, che ti sorprende ogni volta. Questa città dei bambini fa parte di un progetto culturale con cui la Campania valorizza il territorio e mostra attenzione all’infanzia. Ecco perché, ad esempio, sono anche molto contento della riapertura del parco Edenlandia. Il direttore Claudio Gubitosi è un grande”.

L’artista napoletano ha anticipato il prossimo progetto, Il giorno più bello del mondo, che lo vede per la quarta volta impegnato dietro la macchina da presa: “Le riprese iniziano il primo ottobre per arrivare in sala a Natale 2019. Tornerò a girare a Napoli, poi ci sposteremo a Roma e in Francia. È un cambio di rotta nel senso che sarà più indirizzato alle famiglie. Non fraintendetemi: non è che i precedenti film fossero stati pensati per le persone separate, ma stavolta mi sento di prendere qualche rischio in più”.

Ricordando il debutto, ha raccontato alla stampa il desiderio di appoggiare nuovi talenti: “Sto producendo un film con protagonisti i Soldi Spicci, che arriverà in sala a ottobre, perché so bene la fatica che si fa da emergente quindi è una gioia grandissima scommettere su artisti emergenti”.

«Oggi Giffoni porta con sé la forza dei numeri. Qui arrivano migliaia di ragazzi che si interfacciano e creano integrazione grazie alla cinematografia. Il punto in comune sono le emozioni: rappresentano ciò che unisce tutti, senza differenza di tipo religioso, etnico, sociale. Tutto questo riesce anche a creare opportunità di lavoro. Non vorrei apparire blasfemo, ma tutto questo mi sembra quasi un miracolo. Giffoni è un‘esperienza che insegna tanto. Anche per le istituzioni Giffoni deve essere un modello». Queste le dichiarazioni di Carlo Sibilia, sottosegretario all’Interno, subito dopo esser arrivato alla Cittadella del Cinema di Giffoni ed aver salutato il direttore Claudio Gubitosi ed il presidente di Giffoni Experience, Pietro Rinaldi. Il direttore Gubitosi svolge il ruolo di cicerone. Spiega, illustra, racconta, mostra. E in mostra oggi è la Multmedia Valley, ultimo gioiello di casa Giffoni, lo strumento, e non solo un edificio, in grado di trasformare il Festival da un’esperienza ad un’opportunità, proprio come il direttore Gubitosi ha in mente in una nuova e suggestiva intuizione.

Carlo Sibilia è un giovanissimo sottosegretario agli Interno. Tra i primissimi ad aver creduto al Movimento Cinque Stelle, racconta ai ragazzi della masterclass all’antica ramiera, come si è avvicinato alla politica. E, come spesso accade, è da momenti di rottura che nascono cose nuove, quasi rivoluzionarie: «Io sono irpino – ha raccontato – studiavo biotecnologie a Perugia. Era il tempo dell’emergenza rifiuti in Campania. A Napoli, ma anche in Irpinia. Tornavo a casa ogni quindici giorni, per il week end, e trovavo la città sommersa. E’ stata devastante per me quella vicenda. A Perugia si studiava come utilizzare la spazzatura come risorsa, finanche immaginando la possibilità di produzione energetica dall’utilizzo dei rifiuti. Allora ho inviato una mail al sindaco. Era il 2005 e a quella mail non ho mai ricevuto risposta. E da quella mail è nata l’esigenza di partecipazione. Ho incrociato questo movimento, un movimento nuovo, innovativo che prova ad incentivare la democrazia partecipativa. Questa è la nostra sfida politica: contribuire a creare classe dirigente diffusa con strumenti che ancora non esistono. Questa è la sfida che dobbiamo raccogliere per il futuro».

E di futuro, di innovazione Giffoni è alfiere nel mondo. All’antica ramiera il sottosegretario Sibilia, arrivato a Giffoni in compagnia del neo assessore al Comune di Avellino, l’imprenditrice vitivinicola Maura Sarno, incontra i talenti del Dream Team. Il confronto si svolge interamente in inglese e Sibilia ne resta assolutamente impressionato per qualità progettuale, per rilievo strategico, per profondità di pensiero: «Voglio vedere – dice – i risultati di questo lavoro. Qui ho trovato un modo di lavorare che va esportato anche nelle università. Il governo Conte sta lavorando già su questo, in particolare sulla linea di programmazione delle telecomunicazioni con particolare riferimento alle nuove tecnologie. Il nostro sarà un governo orientato all’innovazione. Sapere che ci sono esperienza così importanti che vanno già in questa direzione, è la conferma che stiamo procedendo bene».

Poi è stata la volta di tanti temi, di un approfondimento molto partecipato sul tema dei social media, sul loro ruolo e sulla loro funzione. E, ancora, il tema dell’immigrazione, il tema della partecipazione, della politica.

Giffoni è alleato dei giovani. E i giovani, oggi più che mai, patiscono la precarietà. Anche e soprattutto rispetto alle prospettive occupazionali. E’ a questa emergenza che vuole rispondere il Decreto Dignità: «Come tutto – dice Sibilia al riguardo – può essere certamente modificato e può essere certamente migliorato. Lo stiamo facendo, basta pensare all’idea di introdurre i voucher in agricoltura. Il passaggio fondamentale è quello che ci dice che dobbiamo creare le condizioni per avere meno lavoro precario e meno burocrazia per le imprese, è il primo passo del governo del cambiamento» «I primi ad avere vantaggi – chiude sul punto Sibilia facendo riferimento ai contrasti dei giorni scorsi con Confindustria – saranno gli industriali, quelli seri e ce ne sono tanti, anche in Confindustria, che fanno grande questo Paese».

Sibilia è sottosegretario agli Interno. La sicurezza rientra nel core business del Viminale. E Giffoni, occupandosi di giovani generazioni, fa tanto in termini di prevenzione: «Se riuscissimo a trasferire – dichiara Sibilia al riguardo – la cultura della sicurezza avremmo meno bisogno delle regole. Credo che il messaggio culturale sia prioritario. Se Giffoni riesce a trasferire la cultura della sicurezza possiamo fare un passo in avanti per andare oltre il meccanismo delle regole perché di leggi, di regole ce ne sono tantissimo e spesso non riusciamo a gestirle a dovere».

Infine l’acqua. Che è il tema dell’edizione 2018 di GIffoni: «Come governo – conclude il sottosegretario –  abbiamo fatto tantissimi passi in avanti: aver coinvolto tutti i paesi europei facendo capire che il mare è porta d’ingresso e perciò merita un’attenzione diversa. Io sono irpino, con l’acqua ho un rapporto particolare, molto stretto. La risorsa idrica va valorizzata e tutelata».

“Tornare a Giffoni è sempre emozionante”. Chiara Marciani non nasconde il suo entusiasmo di trovarsi faccia a faccia con i ragazzi della Masterclass Talk. Accolta dal direttore del Giffoni Film Festival, Claudio Gubitosi, e dal ceo di Giffoni Innovation Hub, Luca Tesauro, l’assessore alla Formazione e alle Pari opportunità della Regione Campania si confronta con i masterclasser su temi delicati, dalla violenza di genere all’inclusione, passando per la dispersione scolastica.

“Ogni anno è per me un’occasione unica poter raccontare ai ragazzi, dal vivo, una serie di azioni messe in campo, un lavoro importante già fatto sul tema della formazione e delle pari opportunità”, esordisce Marciani, che ottiene l’applauso di Gubitosi: “Lo devo dire: abbiamo una Regione fantastica, con quattro donne in giunta, e non faccio un discorso di genere, che si occupano di argomenti fondamentali e – aggiunge il direttore – sono chiamate a svolgere ruoli delicati in un’epoca di rivoluzione, con una burocrazia regionale o statale che non sempre coincide con i con linguaggi di innovazione”.

Diversi gli argomenti affrontati: “Abbiamo messo insieme sul tema delle pari opportunità una serie di interventi, a partire dall’imprenditoria femminile – racconta Marciani – In anteprima vi dico che abbiamo allargato la fascia di età 18-35 anni alla quale molti interventi sono dedicati. La abbiamo allargata perché, per fare un esempio, ci sono tanti casi di donne espulse dal lavoro dopo la gravidanza alle quali va data la possibilità di reinserirsi. Il finanziamento, dunque, non avrà un limite di età”.

E precisa: “Abbiamo immaginato un bando in due fasi: nella prima fase vengono presentate le proposte; nella seconda le idee avranno una sorta di accompagnamento da parte della Regione affinché diventino attività reali”. Marciani, nel ricordare l’investimento di 13 milioni di euro sugli “Accordi territoriali di genere che offrono alle donne piccole attività conciliative”, evidenzia la necessità di “fare un’educazione contro gli stereotipi: bisogna entrare nell’ottica che i servizi vanno offerti alle famiglie, dunque non solo alle mamme ma anche ai papà”.

Toccato, nel corso della Masterclass, anche il tema della violenza di genere: “Esistono casi meno appariscenti rispetto a quelli raccontati con i titoloni dei giornali: solo nel 2016, ben 2300 donne in Campania si sono rivolte ai centri antiviolenza, che abbiamo messo in rete”, afferma l’assessore. E spiega: “Il lavoro che facciamo è soprattutto di prevenzione, a iniziare dalle scuole. E un altro elemento importante – rimarca – è avere una platea non solo di donne ma di uomini, perché chi commette violenza sono gli uomini”. Infine, un passaggio sul tema dell’inclusione “rivolto alla disabilità”, nonché sulla questione delle dispersione scolastica. “Abbiamo recuperato, con una sperimentazione di nove progetti, tanti ragazzi che prima non andavano più a scuola e adesso imparano un mestiere. Questi ragazzi – conclude – si sono sentiti valorizzati”.

“Giffoni è felicità”. L’idea del direttore Claudio Gubitosi si riflette nella visione di Città Slow. “Rendere la bellezza accessibile a tutti. È questa la scelta. Abbiamo deciso di cambiare il metodo di sviluppo della città, preoccupati di rendere felici le persone che vivono nelle comunità. La felicità spesso viene pensata come intangibile, immateriale, noi cerchiamo di renderla concreta”: è un’inversione radicale di prospettiva quella evidenziata da Stefano Pisani, sindaco di Pollica e presidente della rete delle Città Slow nel mondo. Una lectio appassionata e stimolante, che travolge laMasterclass Green, mentre si concede alle domande dei giovani, molte delle quali sulla figura del sindaco Angelo Vassallo. “Città che hanno deciso di lavorare insieme e di cambiare il modello di sviluppo – afferma – Troppa velocità non riesce ad esprimere adeguatamente la realtà che viviamo e a trasmettere il valore della lentezza. Una visione del mondo partita da quattro sindaci, ispirata da Carlo Petrini di Slow Food. Non inseguire la necessità di costruire tante case, ma creare felicità: un concetto ormai in disuso, un sentimento dell’anima che cerchiamo di rendere pratico nella nostra vita quotidiana”.  Apologia e recupero del concetto di lentezza, quindi, e di rispetto del territorio. “Voi giffoners in questi giorni avete incontrato il presidente Legambiente Stefano Ciafani e il ministro Sergio Costa: quest’anno va di moda il bando alla plastica monouso per rispettare il pianeta, ma per Città Slow non è sufficiente. È solo una parte pezzo. Noi ci preoccupiamo di eliminare le cose che lasciano un’impronta, che hanno un impatto ambientale. Creiamo alternative. L’ambiente è il vero modello di sviluppo del futuro, perché la biodiversità devi tradursi in creazione di occupazione. L’inquinamento da plastica ha prodotto uno scenario drammatico per l’oceano, però da un’altra prospettiva chi produce bicchieri biodegradabili crea lavoro”. Economia e socialità, che si traducono in sviluppo e occupazione e, infine, in felicità.  Da Città Slow è partito anche il “Patto dei sindaci per lo sviluppo equo e sostenibile” presentato all’Ue, per vivere bene e a lungo, oltre l’equilibrio di bilancio delle amministrazioni, sviluppando servizi.  “È complicato sui territori. A Pollica lo abbiamo declinato in una modalità divertente – insiste Pisani – Del futuro di Pollica ne discutiamo davanti al bar, condividere con i cittadini la linee di sviluppo, come per il Puc (piano urbanistico comunale) con cartografia, parlando con gli anziani. Le vecchie vie comunali sono diventate sentieri da trekking. Ci siamo confrontati con i giovani che ci chiedono perché rimanere qui. Adesso è facile viaggiare, tutti i ragazzi sono cittadini del mondo, però trascuriamo il mondo da cui partiamo. Gran parte del territorio agricolo è abbandonato e occorre farlo tornare produttivo per il made in Italy che significa futuro, occupazione, Dieta Mediterranea, per garantire la sopravvivenza dei territori”.  Scelte di sostenibilità come l’acquisto di terreni per insegnare ai giovani come costruire le aziende agricole del futuro. Una condivisione di futuro che ai social network preferisce il contatto umano, l’incontro, lo stare a tavola insieme, come insegna la Dieta Mediterranea, conversando, confrontandosi, dialogando, con l’integrazione dei migranti, senza però demonizzare la tecnologia, che è uno dei driver di sviluppo delle città slow per garantire la comunicazione con il mondo. Pollica diventa così modello a cui ispirarsi per altre città slow, presenti in America e in Europa, o in villaggi in Colombia che hanno scelto di riconvertire le piantagioni di cocaina in caffè. Una visione slow che ha investito anche la Cina, con un miliardo e 300milioni di abitanti, tanto da chiedere il contributo della nostra rete nella sostenibilità ambientale e nella gestione di risorse ambientali, acqua, biodiversità: “Rispetto alla rincorsa al potere, hanno cambiato rotta e hanno deciso di investire 11miliardi di euro per una città slow da zero, inclusiva, rispettosa dell’ambiente, Changshan Slow City. Abbiamo deciso di lanciare altri 5 progetti da zero. Il paradosso è che in Italia abbiamo perso la capacità di cambiare le cose, di pensare che possano cambiare”.  Emozionate il ricordo di Angelo Vassallo ai masterclassers: “Pollica nel 1995, nella fascia costiera di Acciaroli aveva una piazzetta di asfalto con distributore di carburante al centro. Si faceva il turno per dormire. Oggi è una meta turistica diversa, accogliamo tutte le fasce sociali, più ricche e meno ricche perché il mare è di tutti.  Le acqua sono tra le più pulite d’Italia, aperte all’accoglienza. No ci sarei io oggi se non fossi stato vice sindaco di Angelo Vassallo. Spero che tutti possiate ricordare il mio sindaco, l’esempio migliore. Il 5 settembre del 2010 non è morto e noi proviamo a realizzare nel tempo le idee che abbiamo condiviso. A Pollica ha recuperato centri storici, ha creato depuratori e reti fognarie, che oggi abbiamo migliorato e a breve acqua depurato sarà usata per il lavaggio delle imbarcazioni nel porto, con un risparmio di 50mila euro. Angelo ci ha insegnato che le cose possano cambiare, lui ci ha rimesso tutto, anche le vita. Spesso potremmo scegliere di cambiare, ma non lo facciamo”.

Il tema è il passaggio radio – televisione tra diversità di linguaggi e differenze di target. A parlarne ai masterclasser di Giffoni è stata Diletta Leotta, giovanissima eppure già volto storico di Sky. Da agosto tirerà la volata a Dazn Italia. Ogni giorno è in radio con 105 Take Away insieme a Daniele Battaglia. Ed è pronta al debutto con il suo primo reality, per la prima volta in esterna con “Il contadino cerca moglie” su Fox Life.

A soli 26 anni Diletta Leotta, catanese doc, una laurea in giurisprudenza con una tesi in diritto sportivo, è già un’icona della televisione dei nostri giorni. «Sono sempre stata focalizzata su questo obiettivo. Da sempre volevo farlo e farlo a certi livelli ed in maniera seria. Mi sono laureata in giurisprudenza perché mio padre, avvocato, così desiderava. Ma poi ho amato il mio corso di studi. Mi sono laureato tre anni fa. Ma ho sempre lavorato, cercavo di studiare tra una trasmissione e l’altra. Nel 2011 avevo venti anni e alle 6 dovevo già essere in onda su Sky per il meteo. Alla fine, devo dire che ha funzionato».

Poi il passaggio in radio. «All’inizio – ha raccontato – ho avuto qualche difficoltà perché avevo una cadenza catanese molto forte e ho capito che era giusto studiare. È necessario avere un controllo totale della tua voce. Ho fatto un corso di dizione molto approfondito e molto intenso. Bisogna sempre studiare, non si deve smettere mai di farlo. Ho capito che alla radio piu semplice sei e meglio è. Meno cose dici e più sei efficace e questo vale anche per la televisione». La radio l’ha aiutata anche per il suo lavoro in tv? La Leotta non ha dubbi: «Mi sento migliorata grazie alla radio. In televisione avevo un approccio da esame universitario, in radio ho provato ad essere più naturale e La radio mi ha aiutato molto a sciogliermi, ad essere più alla mano».

In questa stagione debutta su Fox Life con “Il contadino cerca moglie”: «La spontaneità mi ha aiutato molto – ha spiegato – perché si parla di sentimenti. E’ tutto spontaneo. E poi c’è il tema del sacrificio perché la teoria è che queste ipotetiche mogli devono cambiare completamente vita e la vita di campagna è tutt’altro che leggera». Da agosto parte l’avventura con Dazn Italia, una scelta coraggiosa: «Credo tantissimo in questo progetto – dice Diletta Leotta – Con Sky continuo ad avere un rapporto meraviglioso. Però è un‘occasione imperdibile perché credo che rappresenterà a breve un nuovo modo di guardare il calcio. È un modo molto moderno, veloce, digitale, accessibile per guardare il calcio in maniera nuova. Rappresentiamo la terza Repubblica nel modo di fruizione del calcio».

Oltre due milioni e mezzo di follower due Instagram, tantissimi fan su Facebook e anche su Twitter: Diletta è molto social: «Con l’aumentare dei numeri – ha detto – sono aumentate le critiche, i commenti negativi, gli haters. A tutti voglio dire di non prestare attenzione alle critiche, soprattutto a quelle dei leoni da tastiera che hanno come unico scopo diventare popolari a loro volta. Vi chiedo, poi, di non fare cyberbullismo perché davvero si può fare male alle persone». Diletta Leotta segue da sola i suoi canali social: «Non ho una strategia – dice – se mi viene voglia di pubblicare una foto, la pubblico. Sono molto social, pubblico spesso. Faccio tutto in modo naturale. Pubblico ciò che voglio, ciò che non mi va di pubblicare, lo tengo per me».

Già molto affermata, ma comunque c’è spazio per i sogni nella vita professionale di Diletta Leotta: «Mi piacerebbe un programma tutto mio. Dove posso fare qualsiasi cosa. Dove si parli di calcio, di costume e si faccia intrattenimento. Se dovessi pensare ad un programma che mi piace, penso a Le Iene. Ci sono tantissimi personaggi della televisione con cui mi piacerebbe collaborare. A Sanremo ho incontrato Carlo Conti, è un grande maestro di televisione. In assoluto mi sento di dire che amo il mio lavoro e questo traspare. Lo faccio con il sorriso. A chi vuole intraprenderlo dico che se sei bravo prima o poi riesci ad emergere. Bisogna avere pazienza, aspettare il momento giusto. Non avere troppa fretta».

Siamo a Giffoni, capitale del cinema per ragazzi: «Il mio rapporto con il cinema – dice – è molto bello. Domenica sera per me significa cinema, pizza e birra. Amo vedere i film al cinema. Nello specifico commentare gli Oscar nelle ultime due edizioni per Sky è stato molto divertente. Quest’anno, poi, ho apprezzato tantissimo la vicinanza alle donne che c’era nei film e che si è respirata per tutta la cerimonia».

“Ti vogliamo un mondo di bene”: è così che la giffoners Martina ha accolto in Sala Sordi la sua attrice del cuore fino a sciogliersi in un pianto tra le braccia di Ludovica Coscione. Giovanissima e sorridentissima ospite della 48esima edizione con un carico di sogni e semplicità pronti a conquistare e coinvolgere. Spontanea, pronta a rispondere i suoi piccoli fan senza riserve: “Anche io vi voglio bene, vi porterò tutti nel cuore e spero di tornare per presentarvi un film”. La Mia di “Non dirlo al mio capo”, la fiction di Rai Uno dove ha esordito accanto a Vanessa Incontrada, Chiara Francini, Lino Guanciale e Giorgia Surina, ha raccontato i dettagli della passione per quello che è diventato oggi il suo mestiere.

“Ho sempre sognato di fare l’attrice, la mia determinazione mi hanno sempre spinto a crederci forte e impegnarmi costantemente – ha raccontato Ludovica Coscione -. Lo sapevo che ce l’avrei fatta, al primo provino mi presentai per curiosità di vedere cosa succedeva in quel mondo e invece fui presa. Da lì è cominciato il mio fantastico sogno”. Uno scambio di esperienze e messaggi. “Non dovete mollare, dovete credere nei vostri sogni – ha continuato -. Io ad esempio, non sognavo di diventare famosa. Io sognavo di diventare un’attrice, poi siete arrivati voi e questo contatto così forte ed emozionante che rappresentano la cosa più bella che mia sia mai capitata fino ad oggi”.

Tante le curiosità dei piccoli giurati, affascinati ed entusiasti che hanno fatto sentire forte il loro abbraccio. “Tutti i personaggi che ho fatto mi hanno aiutata a crescere, in ognuno di loro ho messo un po’ di me – ha spiegato – sono quella di sempre, la Lulli di mamma e papà. La stessa che deve rifarsi il letto e apparecchiare la tavola”. Un esempio di positività, energia e dedizione: “Quando ho cominciato a girare la mia prima serie, frequentavo il liceo. Dal lunedi al venerdi ero impegnata sul set, il sabato e la domenica mentre le mie amiche uscivano a divertirsi io ero a casa a studiare”. Il suo film preferito Colazione da Tiffany, la sua musa Angelina Jolie e Glee la serie dove avrebbe avuto piacere di recitare. “Sono così come vi vedete, e resterò sempre così. Oggi però conto fino a dieci prima di parlare e fare qualcosa – ha concluso – perché so di avere una forte responsabilità nei vostri confronti”.

“È strano essere qui, a contatto di un pubblico ancora vergine: l’idea di contribuire alla creazione del gusto dei lettori di domani è bellissimo”: protagonista di un affascinante incontro, Donato Carrisi ha fatto della sua partecipazione al Giffoni 2018 un racconto avvincente. “Raccontare storie è la mia vita, da quando mia mamma mi buttò su un palco a 5 anni” dice a chi chiede come si sia avvicinato alla scrittura; un rapporto non sempre facile: “Molte storie sono nate quando, ventiseienne di Martina Franca, piangevo mordendo il cuscino e domandandomi perché nessuno mi capisse. Meno male, però, che i miei primi due romanzi non siano stati pubblicati: sarebbero un precedente imbarazzante”.

Oggi è lo scrittore italiano di thriller più conosciuto al mondo e ha firmato la sua prima regia con la trasposizione del suo “La ragazza nella nebbia“, con cui ha riportato il thriller italiano nelle sale: “Negli ultimi 30 anni – sostiene Carrisi – si è investito più sulle facce che sulle storie. Agli attori che funzionavano bene in sala si è permesso di tutto, si è concesso di essere nello stesso momento sceneggiatori, produttori, attori, registi. Così, però, nessuno può dirti cosa stai sbagliando. Anche per questo non facciamo più cinema di genere. Ma qualcosa sta cambiando”.

Fondamentale, quindi, il confronto con gli altri, parola d’ordine a Giffoni. Anche con le opere: “Se un film non vi è piaciuto – dice lo scrittore – arrabbiatevi con il regista e se un libro non vi è piaciuto buttatelo: il libri non sono soprammobili, vanno vissuti. Le due ore che avete speso per guardare il mio film, o quelle che avete destinato alla lettura di una mia opera, potevano essere utilizzate per giocare, andare al mare o provare del buon cibo. L’arte, perciò, deve valere ogni singolo istante che le avete regalato. Solo pretendendo tantissimo da ciò che esperite potrete pensare di proseguire nel solco di questo delicatissimo universo. Perciò pretendete!”.

A proposito di libri, sta per iniziare la stesura del suo nuovo romanzo: “La parte di ricerca è terminata. Sto rimandando l’incontro terribile con la pagina bianca”. Intanto con la sua casa di produzione, Gavila, è al lavoro sulla trasposizione tv de “Il Tribunale delle Anime”: “Ci lavoriamo da tempo – spiega lo scrittore – ma è un progetto complesso”. Ancora in fase di pre-produzione, invece, il suo prossimo film da regista, la trasposizione del suo romanzo “L’uomo del labirinto”: “Ci sarà un enorme contributo di effetti speciali – conclude Carrisi – che invece non ho voluto nel precedente film. Li useremo per creare ‘il non luogo’ in cui è ambientata la storia: non posso dire ancora nulla, solo che sarà davvero molto interessante”.

Per la 48esima edizione del Giffoni Film Festival, Original Marines ha presentato un progetto che ha visto protagonisti due mini reporter, Francesco (di Salerno) e Adolphine (di Roma), entrambi di 8 anni e mezzo.

In diretta dal Festival, i due piccoli giffoners, che hanno partecipato e vinto i casting realizzati nell’ambito degli Original Days, si sono trasformati in reporter del brand e hanno raccontato la loro esperienza in chiave “original”. “Abbiamo fatto interviste a persone famose. Attori, registi, scrittori. È stata una esperienza bella. Qui vengono persone da tutto il mondo, i bambini si possono divertire e si possono vedere tanti film”, hanno detto i due piccoli giornalisti. I due giovanissimi vincitori, sono andati in giro per il Festival intervistando attori famosi, registi, star dello spettacolo. Tra questi i comici del web iSoldispicci, lo scrittore Guido Sgardoli, l’attore Gianmarco Tognazzi, l’attrice Ludovica Coscione, e poi Cosimo Terlizzi, Andrea Arcangeli, Luigi Catani (rispettivamente regista interpreti del film “Dei”).

A migliaia, bambine e bambini, hanno partecipato al concorso “Mostrati Original, vinci Giffoni”, supportati da una troupe Giffoni che ha collaborato per filmare i casting e provinare i piccoli. I partecipanti hanno realizzato un breve video in cui hanno raccontato in 30 secondi cosa significa essere “ORIGINAL”. Francesco e Adolphine hanno vinto il concorso con un video di 30 secondi ciascuno. Omologazione, diversità e originalità sono i messaggi che hanno arricchito i loro cortometraggi.

Musicista, fotografo e storico collaboratore del gruppo dei Tiromancino, Dario Albertini è stato l’acclamato protagonista di una delle Masterclass Classic del Giffoni 2018. Forte del suo primo film, Manuel, dopo due dcumentari, il cineasta capitolino ha ripercorso con i masterclasser gli anni da documentarista indipendente sulle strade di Civitavecchia sino all’ideazione della pellicola applaudita a Venezia. “Il mio percorso artistico è attraversato per intero da un filo rosso che connette idealmente tutte le varie tappe”, ha chiarito l’artista. “Il soggetto di Manuel è nato in seguito all’incontro con uno dei ragazzi presenti sul set del mio documentario La Repubblica dei Ragazzi. A partire da quel momento ho immaginato di dare corpo a un prodotto che potesse raccontare il medesimo istituto di tutela dei minori. Lo stesso attore che interpreta Manuel, il bravissimo Andrea Lattanzi, mi ha suggerito sin dal principio l’energia fisica e la tenerezza oggettiva da gigante buono di cui necessitavo per la mia opera”.

Riverbero vero e potente del neo-realismo e delle borgate pasoliniane, Manuel è un film poetico e aspro per effetto di un mix perfetto di elementi: “Ho scelto di girare in poche settimane, avvalendomi di un cast di attori professionisti e non”, ha proseguito Dario Albertini. “Per poter avere assoluta autonomia di resa, al fine di non rinunciare a girare il più a lungo possibile in piano sequenza, ho chiesto al produttore di potermi avallare di un budget oggettivamente esiguo. Il prodotto di queste scelte è stato un film realizzato in circa quaranta giorni, con non pochi problemi tecnici, ma assolutamente impattante per la mia gavetta all’interno del sistema documentaristico”.

E’ arrivato così al pubblico un lungometraggio senza orpelli, in cui la drammaticità delle vite dei protagonisti non viene contaminata da alcuna forma di giudizio: “La parte in assoluto più impegnativa dell’intero film è stata quella di stesura. Io e Simone Ranucci, insieme a me sceneggiatore di Manuel, abbiamo impiegato oltre un anno per mettere nero su bianco due scene potentissime come quella dell’uscita dall’istituto e del colloquio in carcere tra madre e figlio. L’intero lungometraggio si gioca tutto sulla forza potentissima che viene sprigionata da quelle due scene e non potevamo approssimare l’emotività che ne scaturisce”.

A decretare la grandezza del film Manuel di Dario Albertini anche l’esclusivo riconoscimento Giffoni Explosive Award.

Ha 28 anni ed è amministratore delegato di Vivo Concerti, società che organizza tour di musica live, figlio d’arte, ha al suo attivo 450 date all’anno, eventi importantissimi di rilievo nazionale ed un’attività di talent scout di molto apprezzata. Clemente Zard è stato ospite della Masterclass Music&Radio di Giffoni.

«Il cognome che porto – ha dichiarato – mi ha agevolato ma in qualche modo mi sento un predestinato. Nel salotto di casa costruivo palchi con tanto di backstage. Nel 2005 ho iniziato quest’attività, quando mio padre si ha deciso di dedicarsi al musical. Negli anni abbiamo messo in piedi un roster vastissimo di artisti tanto da diventare la terza agenzia italiana per vendita di biglietti. Continuiamo ad avere molta voglia di crescere». Tra i primi tour organizzati il ritorno degli Spandau Ballet in Italia, ma il primo artista italiano a dare fiducia a Clemente Zard è stato Fedez: «Puntiamo molto sui giovani – ha aggiunto Zard – Gli artisti devi andarteli a cercare, soprattutto in una fase di start up. Devi andare a creartele le opportunità». Un problema italiano è quello dell’assenza di strutture adatte ad ospitare live. Al Sud in particolare. Non fa eccezione la Campania dove Eboli ha preso oggi il posto di Napoli grazie al palasport.

«I problemi burocratici – ha aggiunto Zard – sono una infinità. Siamo il Paese che più cavilli burocratici in Europa ed infatti in Italia praticamente non ci sono festival. La ragione è proprio legata alle difficoltà che abbiamo di tipo amministrati senza capire che noi portiamo indotto alle città. Facciamo del bene alle città».

Eppure, di fronte ad una discografia agonizznante, i live rappresentano un canale importante soprattutto per gli artisti: «La discografia sta morendo –ha spiegato Zard – ed ecco perché i costi dei concerti lievitano. Prima gli artisti andavano in tour una volta ogni quattro anni. Ora sono in tour sempre. Perché la discografia sta morendo e l’economia la muovono i concerti.

Reduce dal successo di San Siro ed i 360 gradi di Fedex e Jax: «E’ stato un evento – dice Zard – molto complico, con una produzione molto costosa, ma siamo riusciti a portare 79mila persone al San Siro, battendo un vero record».

Dracula e i suoi amici hanno fatto tappa al Giffoni Film Festival prima di avventurarsi nella crociera più divertente dell’estate con il film Hotel Transylvania 3: Una vacanza mostruosa (nei cinema dal 22 agosto), presentato in anteprima ai giurati in una doppia proiezione.

Per l’occasione il conte brontolone (a cui dà la voce Claudio Bisio in Italia, Adam Sandler nella versione originale), la dolce figlia Mavis (doppiata da noi da Cristiana Capotondi e in inglese da Selena Gomez), lo zio Frank e la mummia Murray hanno deciso di trasformare la Cittadella del Cinema in una spiaggia privata e superaccessoriata con due palme e due sdraio. Durante due appuntamenti pomeridiani “da brivido” hanno posato per selfie da urlo oppure per foto-ricordo su Polaroid che i ragazzi hanno conservato come ricordo di quest’incontro “mostruoso”.

Tra palloncini e fenicotteri gonfiabili, il water carpet è stato animato dai quattro protagonisti che arriveranno in sala Truffaut ballando sulle note di due delle più famose canzoni della colonna sonora del film. Ad attenderli per la premiere hanno trovato, durante la prima proiezione, tutti i giurati travestiti da Dracula con una serie di speciali maschere a tema. Dracula e Mavis si sono scatenati sul palco mentre zio Frank e Murray hanno ballato tra i giurati. L’atmosfera vacanziera, insomma, ha contagiato tutta la Multimedia Valley colorando d’allegria la giornata che si concluderà, appunto, con questo gioiellino d’animazione formato famiglia e con una dose di divertimento extra. Il motivo? Mavis ha deciso di regalare al papà un po’ di relax a bordo di una lussuosissima nave, invitando gli amici più cari a seguirli. A bordo, però, il conte scoprirà un’insolita attrazione e, tra equivoci e colpi di scena, affronterà un pericolo inaspettato.

Come al solito la saga diretta da Genndy Tartakovsky – prodotto da Sony Pictures Animation e distribuito da Warner Bros. Entertainment Italy – regalerà ai più piccoli – e non solo – una dose extra di buonumore ed emozioni. Che il divertimento, allora, abbia inizio.

Un nuovo modo di pensare il cibo in relazione all’ambiente: è il “food hacker”, nuova filiera partecipata ed etica presentata a Masterclass Green, ospitata negli spazi aperti della Green Zone del Festival, presso i “Cavalieri del Grifone”. Tra balle di paglia e frutta bio offerta ai masterclasser, l’incontro si concentra sul nuovo paradigma che ripensa l’agricoltura come “rural social innovation”, contro le dinamiche di sfruttamento, schiavismo e caporalato. Una nuova coscienza stimolata attraverso il meccanismo narrativo dello storytelling, con la proiezione di brevi frammenti del documentario “La ricetta” ideato dal collettivo Funky Tomato, con la regia di Giordano Acquaviva e la collaborazione con lo chef gastrosofo, Federico Vallicenti.

Tecnologia applicata all’agricoltura, quindi, in un’ottica di “etica hacker” evidenziata da Alex Giordano, coordinatore del progetto Societing 4.0 dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, intesa nel senso più etimologico del termine con una vis artigiana di condivisione e conoscenza. Ispiratore del movimento del food hacking è Federico Vallicenti, fondatore della “Cibosofia”, neologismo che sintetizza il racconto del territorio attraverso il cibo. “Ciò che mi interessa non è la tipicità dei prodotti, ma la “topocità” – spiega lo chef – Oggi si chiama storytelling, ma prima si chiamava in gergo “fattariello”.

E così, nel docufilm girato a Cersosimo, paese di 650 abitanti nel parco del Pollino, il pomodoro diventa elemento narrativo, per indagare, denunciare, documentare, inserendo nella pratica agricola la risonanza di performance creative e artistico-musicali. “Siamo tutti sfruttati, non c’entra il colore della pelle, si assiste allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo per la grande distribuzione”, insiste Vallicenti. Slow life, quindi, (recuperando il valore del tempo e della lentezza dei piccoli paesi) e consapevolezza nello scegliere è l’invito ai giovani in platea. Etica, soprattutto, nel rapporto tra produttori e braccianti sfruttati in tutta Italia: “Non è solo una questione meridionale – evidenzia Paolo Russo nel raccontare Funky Tomato, promotore del documentario nato dall’esigenza di una contro-narrazione sulla cultura del mezzogiorno nella lotta al caporalato – La legge attuale criminalizza, ma non considera tutti gli elementi. Il primo grande caporale è la distribuzione organizzata, ma anche il consumatore che decide di comprare un vasetto di pomodoro a 20 centesimi di risparmio. Sarebbe necessario pensare ad incentivi statali per attivare percorsi etici”.

Niccolò Morricone, in arte Ultimo, vincitore dell’ultima edizione del Festival di Sanremo per le nuove proposte, ha incontrato i masterclasser Music&Radio di Giffoni per un confronto molto intimo, giocato tutto sul labile confine tra popolarità e riservatezza per chi, come il giovanissimo cantautore romano, in pochi mesi si è visto catapultare dall’anonimato o quasi al grandissimo pubblico. E’ cambiata la sua vita? «Non molto – dice – sono cambiate le cose che faccio. Non mi sento cambiato, però, come persona. Mi proteggo facendo le cose che ho sempre fatto. Per questo non faccio una vacanza ora, preferisco stare a casa in questo periodo che non ho live. È un mese che sto a casa e faccio le solite cose».

Due album all’attivo, uno dietro l’altro: «Non ho mai smesso di scrivere canzoni in questo periodo – racconta Ultimo – Mi è difficile scrivere fuori casa perché scrivo con il pianoforte. Ma non voglio mettere ansia alla creatività».

Il successo ai tempi dei social, Ultimo dice di usarli con equilibrio: «Da questo punto di vista – dice sono nella media. Li uso più per dare informazioni, non sono una persona che condivide tutto sui social. Li usavo di più prima di adesso, da quando cioè sono più conosciuto. Non voglio annoiare troppo. Cerco di gestirli con equilibrio». La sua priorità restano i live, in linea con quel filone cantautorale italiano che Ultimo dice di avere a riferimento: «C’è stato un periodo nella musica italiana – dice – in cui vinceva la cosa più esposta. Oggi vince ciò che trasmette un’emozione. La gente si è stufata di essere imboccata. E’ importante fare sempre ciò che si vuole. Bisogna puntare sempre sulla musica. Il tour è stata un’esperienza bellissima. Abbiamo fatto 12 date ed è andato completamente sold out. Abbiamo aggiunto un po’ di date nei palasport che pure stanno andando benissimo. Oggi c’è molta piu possibilità di fare musica e la gente vede la musica come una parte importante della propria vita. Se arrivi è perché quello che hai proposto è arrivato alle persone in termini di emozioni».

Ultimo arriva al successo, senza passare per i talent: «Non sopporto – dice – chi ha pregiudizi nei confronti dei talent. Ho pensato qualche volta anche io di partecipare. Ma poi ho proprio un limite caratteriale che mi ha fatto capire che non potevo farcela».

Giffoni è un’esperienza legata alla cinematografia: «Mi piacerebbe scrivere una colonna sonora un giorno». Per quale genere di film? «Non per un film romantico – dice Ultimo – ma per quei film in cui I protagonist a 45 anni iniziano ad andare dallo psicologo. Un film alla Woody Allen, ecco».

 

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