Neo monachesimo contemporaneo

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C’è un nuovo monachesimo in incubazione in Occidente. E’ per ora sottotraccia e per lo più laico. Ha una forte carica antagonista, ma non la esplicita con la rabbia e la violenza. Fugge dal mondo, schifa la politica, cerca una micro-umanità in cui ritrovarsi. Ha una vigorosa anima solidaristica.  E confida, come ogni monachesimo, che queste cellule di umanità “non corrotta” dal mondo possano alla lunga riformare il mondo.  Se non cambia l’interiore homine,  ogni lotta per la giustizia sociale sarà vana, si dicono.

I protagonisti di questo movimento, che tanto sotterraneo non è più – basta frequentare la rete per vederlo – sono in maggioranza quarantenni e trentenni, la generazione bruciata. Non hanno in genere lavoro stabile, non sono più tanto giovani da confidare di trovarlo. Vivono sulla corda come acrobati, senza rete di protezione; il loro futuro è senza welfare. Per ora campano su quello dei loro genitori. Coltivano pezzi di terra  – orti sociali li chiamano – si scambiano i prodotti,  provano a costruirsi una sorta di autarchia comunitaria. Inventano monete locali che, in attesa del loro agognato uso di massa alternativo all’odiato euro, utilizzano nei loro scambi. Si avvalgono di metodologie di analisi del benessere alternativi al Pil; l’I.S.U. (Indice dello Sviluppo Umano) ad esempio, ma non solo. Sono diversi gli “indici” di misurazione della felicità ai quali fanno riferimento. Propugnano la decrescita felice.

Insomma una realtà ramificata in tutta l’Europa dell’euro e della finanza ed anche negli U.S.A., ovunque imperversa la dittatura monetarista, che essi ripugnano. Sono centinaia di migliaia nel vecchio continente ed il loro numero è crescente. Hanno ormai una Weltanschauung  strutturata nella quale si riconoscono.  I loro guru sono Nicholas Georgescu-Roegen e Serge Latouche su tutti.

Le istituzioni, a cominciare dalle Chiese europee e passando per gli Stati ed i Partiti, non se ne accorgono. I loro sguardi non si abbassano a guardare il terreno sul quale poggiano i loro piedi. Un humus in cui sta germogliando, forse, una pianta che potrebbe cambiare il panorama sociale e culturale del continente.

L’ho chiamato neo-monachesimo perché, a mio avviso, le affinità tra l’Europa della decadenza, quella in cui germogliò il monachesimo medievale, e quella attuale sono molto grandi. A cominciare dagli imponenti flussi migratori, che allora furono chiamati “invasioni barbariche”. E poi, la crisi della etica pubblica, il neo pauperismo, l’insicurezza, la costante minaccia di guerre. Certo, ogni  tempo ha la sua misura e queste considerazioni vanno prese cum grano salis. Ma i fermenti sono affini.

E, come allora, San Benedetto metteva in guardia dagli anacoreti, dai sarabaiti e dai monaci girovaghi, tutti accomunati da sprezzante condanna  (de quorum omnium horum miserrima conversatione melius silere quam loqui), oggi a questo variegato movimento manca il “santo” organizzatore dei cenobi per la riforma del mondo, colui che col suo carisma metta insieme il movimento sotto una sola regola. Chissà se lo troveranno, ma in genere la storia ha una sua “astuzia”, per dirla con Hegel; quando ha bisogno di qualcuno o di qualcosa, lo trova da sola.

1 COMMENTO

  1. Penso di far parte anch’io della realtà di cui parla anche se la mia età è un po’più alta rispetto ai trenta quarantenni di cui lei parla. Io vivo a Pesaro e sono dovuta uscire da un monastero, vivo con mia madre che ha bisogno d’aiuto e nel frattempo cerco di vivere anche la mia vita di preghiera, ecc. Condivido con tanti altri le preoccupazioni per questa e questo mondo che sta vivendo un periodo di decadenza.

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