Renzi e il suo lavoro povero.

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MATTEO-RENZI_07_resize-960x640La flessibilità è ormai prevalente nei sistemi produttivi ma va pagata più del lavoro non flessibile: questa è la differenza!  Se Renzi accetta questa sfida, bene! La flessibilità, infatti, ha bisogno di strumenti per la maternità, per la previdenza, per la malattia e forti paracaduti sociali a partire dalla formazione permanente che possono essere sostenuti solamente se i salari sono più alti e quindi le contribuzioni sono più alte.

Cominciare, come sembra fare invece, con le regole contrattuali, con la consunzione finale dell’art. 18 e con la “nuovelle vague” della flessibilità come principio fondante, allora non è fuori fase ma organicamente dentro ad un ventennio in cui si è impoverita la cultura del lavoro, si è creata la categoria del “woorking poors”: lavoratore povero e, per esempio, si è desertificata qualsivoglia innovazione positiva nel diritto del lavoro.

Il lavoro non solo è una condizione esistenziale (lo raccontano anche segmenti prevalenti del mondo cattolico) ma un’etica sociale lungo la quale la sinistra (caro Renzi) non è la “parte buona della destra” ma una nuova frontiera per diritti ed emancipazioni: individuali e collettivi.

Il PD dopo le “performances” delle primarie che pure registrano bene la voglia di partecipazione e cambiamento, farebbe cosa buona e giusta – finalmente – a immergere mani, cervelli, anime e contaminare culture dentro questa nuova grande questione sociale.

Considerazioni che avanzo con un pizzico di malinconia poichè sono troppo lunghe per tweet, social network e comparsate televisive. Riguardano la vita quotidiana (ben oltre il marketing esistenziale a cui ci costringe un capitalismo selvaggio e violento) ma oggi non trovano particolare audience. Non per questo a me – ragazzo del secolo scorso, cristiano senza Chiesa e socialista senza Partito – sembrano meno rilevanti.

 

Sandro Livrieri