HIC SUNT LEONES

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Dal “gallo del ValDiano” al VaffaDay: afonia e stipsi dell’invettiva politica

C’erano una volta gli anni eroici. Quelli (almeno per me) delle botte coi fascisti. Esercizio – ex post – vacuo ma generoso e con qualche ragione storica. Poi venne l’eclisse. La sera del 3 luglio ’92, a Salerno, dopo il voto parlamentare che tutelava Craxi in nome e per conto delle guarentigie parlamentari, nugoli di fascisti e comunisti (presagi della loro imminente superfluità storica) vennero a gridare per strada “fuori il bottino, dentro Bettino”. Quella sera le botte furono serrate e amare. Le diedi e le presi! Non per difendere Craxi quanto un’idea di politica. Che era si, talvolta, crudele anzi truculenta ma che rifiutava la “ratio” della distruzione vicendevole.

Era venuto, quindi, il tempo dell’invettiva che demonizzava. Trasfigurava l’avversario non per costruire sorti magnifiche e progressive ma per distruggere senza ricostruire, a prescindere da qualsivoglia ripartenza e per pianificare la prospettiva del nulla: la seconda Repubblica! L’invettiva politica ha logiche ed essenzialità, ovvero è una sfida (come Savonarola) o una sollecitazione (Nenni), l’obbligo morale della denuncia (Matteotti), lo sprone all’arte del riformismo (La Malfa). Talvolta rasenta anche la burla guittesca.

Negli anni ’60, nel Vallo del Diano (Salerno), un parlamentare socialista si presentava ai comizi con un gallo sulla spalla alla cui zampa erano connessi fili elettrici collegati ad una batteria. Quando l’invettiva diventava ultimativa, qualcuno tracimava una scossa al gallo che, giustamente, cantava. E la folla delirava! Scontri ideologici? Macchè! Disbrighi di collegio elettorale che, però, rappresentavano ruralità democratica e temperie dei tempi. Dialettiche forti, cioè, su cui si è snodata la crescita culturale, sociale e civile di tutto il Mezzogiorno. Diciamolo forte! L’invettiva ai tempi dell’ideologia aveva dignità e spessore. Anche la sua declinazione finale: l’omicidio politico, tratteggiava tragiche grandiosità Shakespeiriane. Cosa dice, infatti, Saint-Just l’archetipo dei giacobini alla requisitoria contro il Re?

“Il cittadino Luigi Capeto può anche vivere, ma Luigi XVI deve morire non per il suo agire amministrativo ma in quanto usurpatore”. L’invettiva era preludio alla costruzione disperata del nemico come simbolo ma, nel contempo, riconoscimento dialettico dell’avversario.

Dai giacobini (che erano grandi) si è passati allo scherno plurale, alla denigrazione gratuita. Allo sberleffo senza giusta causa. Certo! Se i “Partiti sono partiti per non tornare più” a che serve l’invettiva se non nei termini dello sfogatoio? E, smarriti i luoghi dell’organizzazione democratica della contraddizione e del conflitto, quale prateria migliore del Web che più anonimo e violento non si può? Oltre il merito del “grillismo” (talvolta condivisibile) e fatta la tara dello straniamento civile da cui nasce e naturalmente si incanala per morire, il VaffaDay altro non è che un’ordalia post-moderna. Una Formidabile stipsi culturale che (dentro e oltre il Web) finisce il lavoro di Berlusconi. Non più cittadini, nemmeno sudditi, ma soggetti afoni di audience, sondaggi e riempitori di piazze più o meno virtuali.

Oltre il confine dell’attuale aggregazione sociale si scivola (come nelle mappe latine dove l’ignoto si raccontava con hic sunt leones) fra lande desolate, barbari e barbarie. Non si “invettiva” ma si grida al vento, pervenendo al traguardo malinconico e depresso della clamorosa inutilità.

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