Il poeta e la città

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“Mio padre un calabrese di Reggio, la sposò quasi a soccorrerla, tenendola per mano come una bambina per la prima comunione”. Questa bellissima frase che Alfonso Gatto dedicò a suo padre, quasi a rimarcare quel ruolo predominante che questi ebbe nella sua vita di uomo e di poeta è raccolta tra le pagine di una bella ed antica antologia dal titolo “La sposa bambina”. La madre sempre presente negli occhi e nei racconti è quasi impalpabile, una fanciulla, appunto, la sola degna del soccorso del marito ne è la dolce immagine speculare . Il padre e la madre di Alfonso Gatto, non erano coloro che in maniera spicciola si direbbe dei “salernitani doc”, le famiglie provenivano una dall’entroterra salernitano, l’altra, come si evince, dalla Calabria e più lontano ancora negli anni e nelle parentele da quella Sicilia che si materializzò nella casa natìa delle Galesse, in una nonna dolce e simpatica come tutti gli isolani, che popolò i ricordi prima dei nipoti poi lungo la linea di sangue sino ai pronipoti e via via fino ai nostri giorni, quasi un secolo dopo.

Salernitano, e come, fu Alfonso Gatto abitante di uno dei tanti vicoli di questa bella città costiera, il vicolo delle Galesse, appunto, in una Salerno antica come il nome delle proprie strade che non avendo ancora la solennità del titolo di re, principi e statisti o delle doppie carreggiate si chiamavano ancora coi nomi dei mestieri e della brava gente che li animava: le galesse, per i restauratori di vetture a cavallo, vicolo della neve, per le ghiacciaie, vicolo degli Amalfitani, etc. Salerno in verità da crocevia mediterraneo nel medioevo aveva già conosciuto la sua storia migliore per cui accanto a questi umili artigiani si leggevano nomi ben più altisonanti quali, Siconolfo, Giovanni da Procida, Trotula de Ruggiero.

Nella sua straordinaria esperienza poetica Alfonso Gatto, vide forse il suo primo grande maestro in Ungaretti, la prima grande lezione fu la poesia ermetica. Successivamente in autonomia da Ungaretti, da Parigi e dalle influenze della poesia post decadentista, Gatto prese una strada diversa. Un percorso che lo portò alla poesia civile e a quella straordinaria “cantabilità” che lo contraddistinse. Una misura molto diversa dall’esperienza Ungarettiana. Egli pur vivendo da poeta vagabondo, con esperienze tra Milano, Firenze, Roma e parentesi francesi, cominciò a correre un tracciato fatto di indipendenza e di autonomia. Capitalizzando in se, non solamente le esperienze “aristocratiche” che gli venivano da Ungaretti ed in parte da Quasimodo e da Montale, ma anche e soprattutto raccogliendo le radici popolari, cioè la radici di quella che era la sua Terra. Un altrove che aveva un nome ed una rima d’eterno: Salerno. Era il Sud. Un sud arcaico, di vele e di vento. Un vento al quale Gatto sibillinamente affiderà i propri versi. Dall’amore e dalla separazione con la sua terra nascerà una bellissima immagine, confidata prima alle pagine bianche poi all’occhio di una telecamera, l’immagine del ragazzo che alla finestra saluta se stesso in partenza. Alfonso Gatto è stato questo e naturalmente tanto di più. E’ stato tra i primi intellettuali a fare quello che oggi chiameremo una contaminazione tra generi, egli è stato poeta, critico dell’arte, dell’architettura, della televisione, del cinema, è stato giornalista di costume, di sport, ciclismo e calcio, ha composto canzoni e scritto una commedia per il teatro è stato attore per Pier Paolo Pasolini, Rosi e Monicelli, oltre che per Vergani, nessuno mai lo ricorda quel film dal titolo ” Il sole sorge ancora” del 1947.

Da poco meno di due anni esiste in città una Fondazione culturale intitolata a questo grande poeta.  Non dimentichiamolo. Il primo dicembre si è inaugurato un festival, o meglio una serie di appuntamenti, organizzati proprio dalla Fondazione Alfonso Gatto e dal titolo ” Il poeta e la città”, appuntamenti che nel buon nome di Gatto sono itineranti ed in progress. Per il momento i prossimi sono  il 7 dicembre , presso la Galleria  Tiziana di Caro per la rassegna CrossinG OveR,   un incontro tra il musicista napoletano Daniele Sepe, e l’autore satirico Amleto de Silva. Il 18 dicembre invece prenderà il via una rassegna presso il punto Einaudi dal titolo Talk Book, un appuntamento a scadenza mensile primo dei quali sarà con Vittorio Dini ed il saggio di A.Camilleri “Dentro il labirinto”. Il 21 dicembre presso la chiesa di sant’Apollonia alle ore 20.30, il consueto appuntamento con la prosa poetica di Gatto con due lettori di eccezione Lello Arena e Yari Gugliucci. Il festival proseguirà con un appuntamento da non  perdere il 2 febbraio al teatro Verdi, dove Diego de Silva ed i musicisti Aldo Vigorito e Srefano Giuliano, metteranno in scena le poesie per l’infanzia del Vaporetto – Sigaro di fuoco. Ed infine un appuntamento estivo con una rassegna di musica arte e letteratura.

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